Da Stambul a Sham 2/3

Prosegue il viaggio di Yusuf al-Izzi, from Stambul to Sham. Dopo aver abbandonato Istanbul ed essersi immerso in Anatolia, Yusuf fa tappa a Smirne, e riprende il viaggio attraverso Pamukkale e Hierapolis…

 

Arrivo a Izmir per l’ora di pranzo ma il poco sonno della sera a prima a Balikesir ed il troppo fumo del giorno prima mi fan sentire come se fosse l’alba nel paese più caldo del mondo: un’alba a 27°C.

Izmir è città: centinaia di persone intente a fare tutti cose diverse e tutte in realtà occupate in una sola cosa: non pensare alla Vita. Con i suoi piacevoli khan (divenuti han) sulla retroguardia del porto e la passeggiata (promenade) lungo il porto stesso, Izmir mi inietta benessere e tranquillità, sarà il sale nell’aria e sulla pelle, sarà la linea nera del pontile vecchio all’orizzonte con Chios, un po’ più grigia in secondo piano, ed il sole, palla rossa, che le cala dietro ma Izmir, sì, mi inietta benessere.

Cammino per la città, analogico, e nella familiarità del luogo che osservo per la prima volta, mi sorprendono le innumerevoli provenienze delle persone che come me, camminano, o su questo o sull’altro marciapiede o in mezzo alla strada non curanti delle macchine. Mangio gozleme, ne annoto i nomi sulla moleskine – peynırli (al formaggio), ıspanaklı (agli spinaci), patateslı (alle patate), kıymalı (alla carne) – mangio  e “Yassos!”: Ylia, “turco ma di Grecia, italiano, hai faccia di italiano ma burba di turco, lavoro? studio? mio fratello ha negozio di souvenir e poi possiamo andare a bere una birra coi miei amici gipsy, loro buoni, divertono, bevono, suonano, mi offri un çai?”

Lei, nel frattempo, la gipsy lavoratrice continua ad andare su e giù, tra la torre dell’orologio ottomana e la moschea di Konak, se ne frega del mare e del resto, cerca dell’ombra per i suoi bicchieri di noccioline: le sue scarpe, con la fibbia, il suo fazzoletto in testa, i pantaloni e quel gilet: meravigliosa immagine di malandata ieraticità.

Izmir è il mare con la sua costa che eroticamente ne abbraccia le rive promettendo infiniti sguardi su di esso.

Cosa di meglio di un posto dove osservare il sole tramontare sul mare, dopo due giorni fra le montagne fredde nel cielo ma calde a terra?

Izmir non sapevo ancora cosa fosse, né per quanto sarebbe stata, la città al momento mi era: la linea nera del pontile vecchio all’orizzonte con Chios, un po’ più grigia in secondo piano, ed il sole, palla rossa, che le cala dietro.

Pausa: niente megafoni per un po’.

A Efeso la Ierà odòs che conduce al Prythaneyon diventa la sacred ramp to town hall: scopro l’importanza di essere italiani, la sempreverde inesattezza delle didascalie e mi diverto, ginnasiale, a ricopiare le parole incise in greco sul marmo.

“agorà was the ancient Greek bazar! Ancient Greeks used to come here to do shopping and practise sport” “where are you from? Indonesia!”

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Aveva sempre peccato in coraggio e questa volta la perseveranza di tale peccato ed il peso che questa aveva generato gradualmente stava forse per sparire, alleggerito dalla resistenza delle rovine e dall’ordine del paesaggio. Una panchina integra nella stoa, filari di viti, l’altare delle discussioni nel bouletheryon, gli ulivi, la poltrona del posto pritaneo nella cavea del teatro, la pianura a scacchi verdi e gialli:

“sono stato nel luogo che ci ha fatti conoscere. È una rovina.” così con l’inchiostro sul foglio.

Ritorno dei megafoni, in bus. A Pamukkale l’arrivo è spaventoso: il ‘borghetto’ (per così dire) è un insieme di ostelli ed ostelletti sorti negli ultimi quindici anni ed il suo centro nevralgico è lo spiazzo su cui affacciano l’ufficio del turismo e le sedi delle principali compagnie di autobus, pronte sempre ad offrirti del caldo çai, ed altrettanto pronte a buttarti fuori se oltre al çai proprio non hai bisogno di altro.

Cado nel tranello di un tour organizzato ma quando la guida, una simpatica ragazzetta laureata (a detta di lei) in archeologia all’università di Isparta, afferma con certezza che il busto estratto dal frontone del tempio raffigura “JESUS(!!!), the main roman god!” e che il bassorilievo del fregio ritrae “Dionisus, god of wine and theatre”, quando è evidente che si tratti una medusa con tanto di ghirlande e bucrani apotropaici, allora non posso fare altro che allontanarmi, per fortuna: di lì a cinque minuti mi sarebbe toccata la prova dell’acustica del teatro (a volte greco, a volte romano) “you can sing, you can clap your hands and listen to the echoes”. Mi arrabbio e me ne frego delle rocce calcaree e degli specchi d’acqua azzurri che digradano verso la pianura, intorno a me vedo solo ciabatte e pance russe, fotocamere sud-coreane e ignoranze locali.

Ritorno sui miei passi e da solo esploro l’immenso sito archeologico di Hierapolis di Frigia, Patrimonio mondiale dell’Unesco n.485 ed in mano alla missione archeologica italiana. Uso i piedi fino al tramonto e quando fa buio, stanco, ripercorro a ritroso le rocce bianche mentre le solite pance russe sono a mollo nella piscina di Cleopatra, sole, mentre le ciabatte, con la loro plastica multicolore, le stanno a guardare dal bordo piscina, in attesa.