Da Stambul a Sham 1/3

Yusuf al-Izzi, da Stambul a Sham. Accompagnalo lungo questo viaggio.

 

ci va carattere/ e fisarmonica / senso del brivido / e solitudine.

le casse del computer sulla panca di legno tra la finestra e il letto nella mia stanza di damasco.

Prima tratta

Il viaggio inizia qui, dall’altra parte del Bosforo, dove Istanbul si legge Lubnatsi, e nonostante questo continua ad essere bella. È il quarto giorno in città dall’aereo, il primo in cui avverto le distanze da casa e realizzo quelle davanti, il viaggio mi ha già fatto la sua prima dichiarazione d’amore: ha rubato il mio tempo corale e me ne ha consegnato un altro, il suo, cioè il mio, personale. Una barca, un autobus, un taxi, i miei piedi, e persone e simit e ombra e pagine. Da questa parte, dico dal di qua, CHE COSA VEDI?

Stati d’animo in foto? Quando meno te l’aspetti te li trovi davanti e la loro cattura assume un nonsoché di scaramantico e allo stesso tempo catartico, è come se dicessi va bene, mi son visto! sarai anche stato un mozzicone di panino con una bottiglia di aranciata vuota abbandonati su una fontana ottomana, ma io mi son visto, ho recepito il messaggio e ti catturo per non recepirlo più. Poi i particolari delle striature della pietra, le ombre degli altorilievi e la novità dell’iconoclastia fattasi norma: Beato dove sei? Ed io, non ci sono più.

Ogni mattina, giù al piano terra del Paris hotel, la tazza del te ed il piatto con i pomodori ed il formaggio non vedono neanche uno spiraglio di sole. Il sole qui ad Istanbul s’alza tardi, più di me, e lascia alle nuvole tutto il tempo di fare i loro comodi e mostrare quanto profondo sia il cielo sopra la città. Sia Istanbul che Lubnatsi colpiscono per la varietà dei propri orizzonti, e non è un fatto di marenelmezzo o di duecontinentichesiguardano, è proprio che qui (e per quanto mi riguardo più che altrove) il sistema di orientamento secondo latitudine e longitudine non basta, i colli hanno tutti in cima una grande moschea con degli alti (e sproporzionati, che peccato!) minareti, le case si offrono tutte con quei bei bowindo sempre nudi, per nulla timidi e desiderosi di farsi schermi quando viene sera, il mare è sempre lì coi suoi riflessi pronto ad occupare la zona inferiore di quanto i tuoi occhi riescono ad inquadrare e tu, sei sempre lì nel mezzo, in questo spettacolo solo apparentemente prevedibile e riassumibile in tre righe. Istanbul e Lubnatsi proprio non ci entrano, è impossibile che riescano ad entrare tutte quante negli occhi di una persona ci vorrebbe una gru!

“«Prima tappa: breve tappa», dicono i carovanieri persiani. È necessario che gli sbadati possano ancora andare e venire prima del sorgere del sole”. Prima tappa: breve tappa, dico io: non si sa mai, e poi non credo che Izmit possa riservare più sorprese di Istanbul. E invece no: “do you know our city was the capital of the roman empire? our city it was Nicomedia! I studied philosophy and story and I know somethin latin, for example, do you know what means DIVO AUGUSTO VENERANDO EST?”. Sì, conosco il significato e fra i DIVO preferisco quello vero: il DIVO mi verrebbe da dire ma poi sarebbe troppo complicato per la comitiva di nonni che hanno deciso di fare di me le loro cinque abluzioni quotidiane che spettano ad ogni buon musulmano. Seduto ad un çai bahcesi bevo uno, due ed altri te con Erkan ed i suoi amici, c’è l’entomologo che parla italiano perché ha lavorato tanti anni a Verona, il guarda-culi comunista e fissato con Gramski, il suocero che ha vissuto per sei anni a Sesto San Giovanni “porco dio!” dice sorridendo, quello che mi chiede se in Italia si preghi ancora in latino e perché, non è male come situazione ed Erkan è veramente prezioso nell’aiutarmi a trovare i due edifici scolastici che cerco: ce li ho davanti ma sono nuovi, mostruosamente restaurati: we took pictrues, then destroyed and then redo again, but the same! Autobus di ritorno.

Un mese fa non avevo ancora incontrato ‘lo Svizzero’ né sapevo dell’abbondanza delle zucche in Cappadocia, e oggi che so non riesco comunque a rimuovere il cromatico ricordo della passeggiata sul mar di Marmara “è bellissimo da quella parte, vai a farci un giro, è piano di navi, ferme, sembrano pronte ad attaccare guerra” mi aveva detto Giulia che non raramente si concede all’errore. Quella mattina avevo atteso il solito ritardo del sole e poi, dopo la ripida discesa e due simit mi ero ritrovato davanti loro: splendidi, mano nella mano, uniche presenze verticali in un paesaggio tutto orizzontale, mi pare ancora di sentirli, quei pantaloni gialli parlare alla camicia bianca, parlavano in tedesco ma si capiva bene cosa stessero dicendo: “è bellissimo qui, tutte queste navi, ferme, sembrano pronte ad attaccare guerra! e come ho fatto bene poi ad indossare questi pantaloni gialli, si abbinano benissimo al verde dell’erba e delle panchine; cerca di stare un po’ più dritto, caro, sembriamo gli alberi qui intorno!”

Di Bursa porto dentro l’assaggio di autunno gustato con i mandarini di Izmir comprati nel più ricco dei pazar turchi visitati. Non avevo avuto una gran bella impressione della città al momento dell’arrivo, forse per via di tutte quelle volte che ad Istanbul mi era stato raccomandato di andare a vederla, l’antica capitale dell’impero ottomano, con la sua moschea, bellissima, i suoi mausolei, azzurri e verdi, i suoi tappeti, fatti a mano da artigiani; no, Bursa non è stata luogo per gli occhi, Bursa L’HO VISTA CON LE ORECCHIE.

Prima vera tappa del viaggio (dopo Istanbul s’intende!) la città mi ha illuminato con tutti gli incontri fatti, giorno e notte, non ho conosciuto solitudine e la cordialità della gente, di montagna, abituata alla neve “in Bursa there are the best ski center of Turkey, people come to visit theme even from Saudi Arabia!”, mi ha condotto direttamente in alto, verso la scuola militare che cercavo e poi la sera, fra interessanti parole e vicinanze percepite malgrado le incomprensibilità linguistiche, mi è stata lampadina accesa sulla seconda dichiarazione d’amore ricevuta dal viaggio: oltre al tempo, adesso non disponevo neanche più di me, o per lo meno del solito me, potevo essere tutti i me che desideravo, e parlare di uno anziché un altro ad ogni incontro diverso, nessuna libertà s’intende, solo pluralità di possibilità, Bursa me la ricorderò sempre. Vacci a Bursa, è un gran bel posto.

Ringhiere bianche a Balikesir e sensazioni sfocate. Tanto fumo nella stanza, molti libri, ed un muro anziano fuori dalla finestra che veglia mentre dormo. ***

 

Segui Yusuf al Izzi nella seconda parte del suo viaggio…