Una sera a Damasco, nella Siria che non vediamo

(Fred Dryer* per SiriaLibano) Sembra una di quelle sere d’estate che passi in terrazzo, in cui apprezzi il filo d’aria che ti scivola sul collo e spazza via il caldo, fosse anche per un solo istante e ti fa alzare lo sgurado verso il rettangolo di buio che lo spiovente del tetto ti concede e tu ti sforzi di intravedr le stelle.

I tuoni lontani, nenache troppo, coprono le voci delle persone, degli amici che ti stanno attorno e con i quali stai condividendo un bicchiere di vodka o una sigaretta. O molto di più.  E’ solo primavera infatti ma fa già caldo qui, perché qui è Damasco e, ovviamente, i tuoni non sono tuoni.

E Bassel è morto.

Non ho conosciuto Bassel quando era ancora in vita e a parlarmi di lui sono i suoi amici, le sue amiche, i suoi compagni. E sono anche i loro occhi lucidi quando il nome di Bassel viene sussurato in terrazza e le sigarette si accedono una dopo l’altra. Le parole che lo descrivono però sono pacate, leggere. Si fanno trasportare dal filo d’aria che ancora scorre sulla pelle e ti fanno sentire un brivido, molto piu’ dei tuoni che continuano a fare da sottofondo.

E’ perché la storia che raccontano è una finestra su una Siria che non vediamo, non leggiamo e non sappiamo dai nostri media quotidiani. E’ la Siria di chi in mezzo all’orrore della violenza cerca di pensare che la vita vale e che non va sprecata, uccisa, massacrata, odiata. La vita di chiunque, qualunque sia il nome del Dio che prega, il villaggio dei suoi nonni o la bandiera che gli fa ombra.

E’ l’idea che si debba pensare ad un futuro in cui ci sia giustizia. Che non si scrive come vendetta. E’ l’idea che il futuro, unito, federato, confederato o diviso si possa comunque coniugare nelle parole “in pace”.

Un’idea che Bassel, mi dicono, mentre filmava gli orrori della violenza proponeva a chi ha deciso che il qui e l’ora della Siria avviene con le armi, abbracciando una filosofia che sul domani si pone poche domande. Eppure, mi dicono, le parole di Bassel sono rimaste nel cuore e nelle menti di quelli che lo hanno ascoltato e a ricordarlo c’era gente di provenienze diverse. Un segno, forse piccolo e debole ma un segno, che quel domani in fondo si puo’ almeno sperare.

Eh sì, infatti, trasportata dalle parole susurrate e dal vento della sera c’è anche la speranza, che resiste al rombo incessante dei tuoni. E’ una speranza strana, che non si alimenta di fatti e notizie quotidiane che sembrerebbero far pensare che invece proprio per la speranza di spazio non ce ne sia più.

No, è la speranza che porta chi ha capito che si può provare ad osare, a credere nel pensiero libero e nella propria creatività. E’ la speranza che decine e forse centinaia di giovani da mesi alimentano nel pensare a come vincere la battaglia culturale, contro chi nella diversità vuole far germogliare solo l’odio e la ferocia, strumentale alla gestione di un potere corrotto, violento e senza vergogne mafioso. Un’arma sottile quella del cambiamento culturale. Pericolosa per chi gioca il grande inganno della paura del diverso.

Per un istante, nel vento di questa Primavera, Damasco e l’Europa sembrano cosi’ incredibilmente  simili nei fantasmi che ne abitano le coscienze.

Bassel è morto. Mi raccontano che hanno provato ad impedire che se ne ricordasse la memoria. Ma la Siria è grande e ci sono persone e luoghi che aprono le porte alla speranza anche nei momenti più cupi.

Cosi’ il ricordo di Bassel si accende in momenti e in posti diversi, portato da chi anche senza averlo conosciuto ne condivide lo spirito. Accade dunque che il suo ricordo si incroci con la storia di chi da più di venti anni porta avanti quella battaglia culturale di dialogo tra le diversita’ dalle rocce di un monastero vecchio di 1.500 anni. Parole che da sempre parlano di pace e rispetto. Parole difficili da pronunicare oggi ma che nella speranza dei giovani come Bassel tornano ad essere potenti, più potenti della violenza. E della morte.

Leggero’ ancora nei giorni successivi di Deir Mar Musa, quel luogo tra le rocce di Sham, e non potrò evitare di mettere a confronto le posizioni genuine di chi vive la coerenza dei principi con chi sul messaggio originale ha costruito l’impero chiudendo gli occhi e il cuore. “Voce di uno che grida nel deserto”, viene da pensare, assieme al fatto che sembra impossbilie che duemila anni di storia abbiano insegnato poco più di nulla.

Lascio Damasco su un taxi che scivola lento tra i checkpoint. Un’altra giornata dal clima strano, come le giornate e le sere appena trascorse. Nubi improbabili velano il cielo e alla radio colgo le parole di una canzone che ascolto per la prima volta, “the wolf is getting married”, e il tassista mi dice ridendo che è simile a un modo di dire arabo, di queste parti, quando il sole fa capolino nel cielo grigio e si vuole cogliere un buon auspisico. “…Where there used to be only gray – The wolf is getting married – and he’ll never cry again…” continua la radio.

Guardo i sobborghi di Damasco sfilare via. C’e’ chiaramente un bel pezzo di cielo azzurro ora, sopra la città, un bello squarcio in questa cappa di nubi sottili.

Ripenso a tutti gli scorsi giorni e sorrido. The wolf is getting married. Inshallah.(SiriaLibano, 20 giugno 2012).

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* Fred Dryer, pseudonimo, da anni si reca periodicamente in Siria.