Beirut 1974, andata e ritorno

Il caffè Hajj Dawud a Beirut(di Lorenzo Trombetta). Difficile dire se gli intellettuali di sinistra francesi che agli inizi del 1975 affollarono la Cinématèque parigina per assistere a “Beirut, oh Beirut” (Bayrut ya Bayrut), opera prima dell’allora giovane regista libanese Marun Baghdadi (foto in basso a destra), ebbero la percezione di trovarsi di fronte a una profezia.

I titoli di coda della pellicola girata dentro la capitale libanese nel 1974 si aprono con la scritta Bayrut ya Bayrut sanguinante. Baghdadi – morto prematuramente vent’anni fa e a cui il Nadi li kulli n nass (“Club per tutti”) dedica in questi giorni una retrospettiva al Teatro al Madina di Hamra – confezionò allora un’opera narrativa e documentaria di un vulcano urbano pronto a esplodere.

C’è tutto, o quasi, nel film uscito nelle sale solo pochi mesi prima dell’inizio convenzionale della guerra intestina che fino al 1990 trasfigurò il Libano. C’è il nazionalismo panarabo, ma non i fondamentalismi. L’Islam e il cristianesimo ci sono, ma quasi ristretti all’ambito liturgico, privato.

C’è la tensione di una stagione politica e sociale già in pieno fermento, con scioperi studenteschi e dei sindacati all’ordine del giorno, ma non ci sono scene di barricate e posti di blocco.

C’è il conflitto intergenerazionale tra una classe politica avvinghiata al potere e un’altra espressione di ambienti culturali emergenti. E c’è il conflitto intimo tra figli inquieti e genitori sempre più incapaci di comprendere un cambiamento che appare alle porte, ineluttabile.

C’è il sud del Libano, ancora lontano dall’essere la roccaforte del movimento filo-iraniano Hezbollah, ma già segnato da un nascente senso di resistenza popolare al nemico israeliano.

C’è l’emergere dei grandi speculatori locali e stranieri dell’edilizia urbana, a ricordarci che la distruzione del patrimonio architettonico di Beirut è cominciato prima dell’inizio della guerra civile.

C’è la dialettica tra la zona di Hamra, brulicante di negozi, avventori, insegne, ispirazioni e citazioni di altri mondi, e la desolazione delle baraccopoli di ‘Uzai, tra l’aeroporto e le distese di spiagge allora ancora vergini e punteggiate solo dagli scogli e dalle palafitte dei pescatori.

C’è l’antico e ormai scomparso caffé Hajj Dawud (foto in alto a sinistra), una delle istituzioni della Beirut che fu. Ci sono le balaustre in pietra del viale dei Francesi, oggi parte di Zaytuna Bay.

Così come ci sono le vie contorte dei mercati popolari del balad, una delle prime icone cittadine a esser distrutte nella “Guerra dei due anni” (1975-76). Ci sono moltissime scene-cartolina, di esterni e interni, di una città che Baghdadi dimostrò di conoscere nei minimi particolari.

E anche per questo è un film che, al di là di una sceneggiatura articolata ma sporcata da un pessimo montaggio, va visto e rivisto. Alla ricerca di una realtà sociale e urbana che solo quarant’anni fa era piena consuetudine. E’ uno sguardo dall’interno non costruito per il grande pubblico europeo alla ricerca di facili esotismi e di banalizzazioni sul Levante arabo.

Marun BaghdadiGli estimatori di Baghdadi gli attribuiscono una spiccata abilità realistica di portare lo spettatore dentro la scena, di aver inventato la tecnologia 3D senza strumentazioni sofisticate, ma con la semplice cura per i dettagli e alle angolature migliori. E con una sapiente selezione dei brani musicali con cui far scivolare la macchina da presa sui movimenti dei personaggi e dei panorami.

Ma il ritmo rallentato di numerose scene, spesso prive di dialoghi, e la sovrapposizione dei diversi flussi narrativi, rendono “Beirut, oh Beirut” un’opera solo per gli appassionati. Non è un caso che quando fu programmato in alcune sale a Beirut nel 1975 rimase in cartellone per soli pochi giorni, registrando miseri incassi. E non è un caso che l’evento organizzato al Teatro al Madina – un’altra icona della Beirut che fu – attragga i soliti volti noti dell’intelligenzia locale.

L’opera prima di Baghdadi è oggi un film per chi è ossessionato dal passato beirutino che non tornerà. Per chi vuole a tutti i costi riassaporare quel caffè mentre il sole si abbassa a occidente. Per chi vuole planare su quei tetti rossi, già allora fatiscenti, e infilarsi nel cortile di quella scuola di Gemmayze. Per chi raccoglie da terra un frammento di vetro di una trifora e lo ritrova in quell’inquadratura… sarà forse quella casa? (11 giugno 2013).