Beirut, Cartolina dal buio

(di Roberto Fallini). Periferia sud di Beirut, Libano. Domenica pomeriggio. L’inverno sembra aver dimenticato di lasciar posto alla primavera. Il cielo è terso, la temperatura bassa e un timido sole tenta di spezzare una settimana di pioggia ininterrotta.

Con un gruppo di amici percorro la strada che dalla rotonda di Tayyune conduce nei quartieri sud della città, l’area conosciuta comunemente come Dahiyye (sobborgo, in arabo), zona sciita, duramente colpita durante il terrificante attacco israeliano dell’estate 2006.

Nuovi palazzi ricostruiti negli ultimi anni ovunque cozzano con edifici in stato d’abbandono, semi-distrutti, crollati durante i bombardamenti. Il quartiere più importante della zona è decisamente Haret Hreik, roccaforte di Hezbollah, interamente ricostruito dall’organizzazione Jihad al bina’ (sforzo per la ricostruzione), che fa capo proprio al movimento di Hassan Nasrallah.

Non lontano da questa zona ci appare un assembramento di costruzioni, fatiscenti, schiacciate l’una sull’altra. Una mano invisibile sembra aver disegnato un perimetro, visibile persino agli occhi di un distratto visitatore, che marca territorialmente aree ben distinte. Al suo interno, si estende per un chilometro quadrato il campo profughi palestinese di Burj al Barajne.

Giunti nel 1948, momento della creazione dello Stato d’Israele e inizio della diaspora palestinese, i rifugiati palestinesi in Libano vivono tuttora in condizioni d’indigenza e precarietà. Secondo le statistiche di Human Rights Watch, sono ad oggi circa 300.000 e la maggior parte vive ancora nei campi profughi costruiti nel 1949, sopravvissuti alla guerra civile e caoticamente ampliati per far fronte all’aumento di popolazione.

Privi della cittadinanza libanese, del diritto di proprietà privata e della possibilità di esercitare circa 25 fra le professioni più desiderabili, i palestinesi soffrono di gravi problemi economici e di inclusione nella società libanese.

All’interno del campo di Burj al Barajne, cinque persone straniere non possono percorrere pochi metri senza essere notate e presto veniamo avvicinati da un ragazzo, Ahmad.

“Cosa fate qui?” è la prima domanda, “Chi siete venuti a trovare?”, la seconda. Curiosità e preoccupazione accompagnano l’avvistamento di stranieri, i turisti non visitano un campo profughi e i giornalisti non sono generalmente benvenuti.

Anche in condizioni difficili, l’ospitalità araba non viene tuttavia dimenticata e poche parole sono sufficienti per far leva su questo antico valore, talvolta dimenticato in Occidente.

Accertatosi della nostra nazionalità, un passaporto europeo, italiano in particolare, suscita spesso un’immediata simpatia, Ahmad si offre di accompagnarci in una visita guidata alla “prigione di Burj al Barajne”, così la definisce.

Il sole è calante, ma c’è ancora parecchia luce. Tra i minuscoli vicoli del campo invece regna l’oscurità. “La corrente manca per 8/10 ore al giorno” – racconta Ahmad – “e i generatori – molto diffusi in Libano date le costanti interruzioni di elettricità in ogni zona del Paese – costano troppo per le famiglie di Burj al Barajne”.

Mediamente un nucleo familiare guadagna circa 300-400 dollari al mese e risulta proibitivo spenderne un terzo per collegarsi a un generatore. Ovunque, le stradine infangate sono sovrastate da fasci di cavi elettrici, inutili per gran parte della giornata. Alcuni penzolanti, altri scoperti.

Sul muro di un edificio, la nostra guida improvvisata ci mostra un marcato alone nero. “Un uomo è morto qui lo scorso anno, stava pulendo il vicolo quando alcune scintille sono cadute da un cavo elettrico scoperto. C’era dell’acqua a terra, è stato fulminato. Allo stesso modo un ragazzo è morto là in fondo. Aveva 18 anni” – continua indicando un anfratto buio.

Quando piove molte stradine diventano estremamente pericolose e camminarci impossibile. Sono scioccato. Fango e pozzanghere sono dovunque sotto i nostri piedi, ma la vita intorno a noi scorre normale, come se l’imminente pericolo fosse parte di una consolidata quotidianità per gli abitanti del campo.

I bambini si rincorrono nei vicoli, alcuni sono attratti dalla presenza di stranieri e si battono per entrare negli obiettivi della Canon di uno dei miei compagni. I sorrisi e la spensieratezza contrastano con quanto li circonda.

“Anch’io ho una bambina – rivela Ahmad – si chiama Leyla”. Una foto compare sullo schermo del suo cellulare, ritraendo un sorriso senza denti tipico dei bambini di quell’età. “Ha quattro anni e soffre di bronchite cronica. Questi vicoli non le permettono di respirare bene”.

Il sole non c’è più e l’oscurità aumenta, dando l’impressione che Burj al Barajne sia davvero una prigione. I vicoli sono molto stretti, e spesso, nel cuore del campo, permettono solo di camminare in fila indiana. Le case si schiacciano le une sulle altre, lo spazio diventa un concetto astratto. “Chiedi a chiunque qui dentro (il campo ndr), riguardo alle proprie aspirazioni. Tutti ti diranno che vogliono andare via, non si può vivere così”, mi confida Ahmad, mentre si accende una sigaretta.

I poster di Yasser Arafat e le bandiere palestinesi colorano i muri grigi. Avvistiamo l’uscita del campo e ci congediamo da Ahmad. “Maʻ al salama (andate in pace) – risponde lui – è stato un piacere. Ah, non scattate fotografie all’uscita, non è sicuro”. È buio ormai. Silenziosi, proseguiamo la passeggiata nella Dahiyye.

_____

Nota: Ai personaggi citati sono stati assegnati nomi di fantasia.