SiriaLibano » Rosselana oltrecortina http://www.sirialibano.com "... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..." Fri, 02 Dec 2016 12:52:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.1.13 "... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..." » Rosselana oltrecortina no "... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..." » Rosselana oltrecortina http://www.sirialibano.com/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://www.sirialibano.com/category/diari/rosselana-oltrecortina Siria, una festa in rivolta http://www.sirialibano.com/siria-2/siria-un-eid-di-rivolta.html http://www.sirialibano.com/siria-2/siria-un-eid-di-rivolta.html#comments Tue, 08 Nov 2011 10:59:44 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=4092 Mi era stato detto che sarebbe stato una festa dimessa, silente e gravida di lutti: il mio sarto non aveva alcuna intenzione di festeggiare poiché suo figlio, da quasi due mesi, era scomparso in una delle carceri del paese. Invece…

Fu così che celebrai, a Damasco, il mio Id al-Adha (Festa del Sacrificio), che ha chiuso le intense giornate di pellegrinaggio dei fedeli musulmani ai luoghi santi della Mecca.

Circa una settimana fa ricevetti il gradito invito da parte di A., fratello maggiore del sarto, distinto signore la cui origini sono da ricercarsi nel cuore della città vecchia della città, per una colazione di Id, insieme a tutta la sua famiglia (ossia i figli e le figlie, con i rispettivi coniugi, e i nipoti).

I figli di A. mi avevano, però, avvertita della modestia dell’occasione: “Sai bene che J., nostro cugino, il figlio del sarto, è ancora in carcere. L’Id sarà solo per i bambini, sono loro ad averne bisogno. Ma noi continuiamo le manifestazioni nella speranza di un rilascio”.

Trascorro la mattina della festa da sola, percorrendo le vie della città vecchia, tentando di catturare immagini, oggi che penso di dare meno nell’occhio, dato che incontro altri turisti, dai tratti indiani o bengalesi, africani o che ipotizzo provenienti dalle ricche petrol-monarchie del Golfo.

11.00. Moschea degli Omayyadi. Avvolta nella mia abaye (sorta di tunica, con dei bottoni davanti, provvista di copricapo che ricevo all’ingresso – a pagamento – riservato a noi stranieri), rubo gli scatti alle donne sciite i cui chador neri svolazzano leggeri se il loro passo si affretta, ai bambini che giocano a fare capriole nei tappeti, ai vecchi avvolti nella loro kufiyya (tradizionale copricapo arabo di stoffa).

Esco dopo la preghiera, attesa da uno scarso numero di fedeli, e sgranocchiando un’ajwe (focaccia ripiena di dattero e ricoperta di semi di sesamo) mi dirigo verso il luogo dell’appuntamento.

12.30 M. mi viene a prendere con un largo macchinone bianco che data 1989: “Purtroppo mia madre non mi ha svegliato in tempo. Sarei voluto andare alla salat al-Id (la preghiera delle sette del mattino, specifica della festa) e poi alla muzahara (manifestazione)”.

Kell am w entum bikhayr..kell sene w enti salme..Id mubarak!”, ci scambiamo gli auguri di rito.

La famiglia è numerosissima, le donne mi baciano calorosamente e mi stringono le mani (solamente loro però, mentre i maschi si limitano a portarsi la mano sul petto), i bambini sono incuriositi dalla mia presenza.

Il signor A. compare sulla soglia con una lunga ghellabiya (ampia tunica maschile, pronunciata all’egiziana) mi invita a sfilarmi le scarpe e, mentre slaccio le mie All Star vissute, vedo comparire il mio sarto, anche lui con la ghellabiya. Mi saluta con un ampio sorriso.

“Hanno liberato J. tre giorni fa!”.

Io, involontariamente penetrata nelle dinamiche di questa bella famiglia sunnita damascena, sono trascinata dal loro giubilo: arriva M., la moglie di A. e, mentre ci accomodiamo ai bordi della tavola imbandita, intona dei canti di festa, che celebrano la scarcerazione di J., che siede proprio davanti a me.

Una sua cugina, G., vive ad Harasta (nella periferia orientale, scossa da continui scontri tra manifestanti ed esercito) e mi racconta dei posti di blocco, del rumore degli spari, della paura di iscrivere suo figlio più piccolo all’asilo. Le figlie grandi, invece, frequentano un istituto superiore nei quartieri alti (geograficamente ed economicamente) di Damasco.

“Cosa mangiavi in carcere? Hai subito percosse? Sai se tuo zio (il fratello del sarto) è vivo? Cosa farai ora?”

J. risponde, e anche i bambini ascoltano, apprendono, e le sue frasi sono interrotte dagli slogan contro il regime intonati dai commensali.

“Cinquanta giorni in carcere. Cibo da militari, sufficiente per sopravvivere, ma non eri mai sazio. Le percosse? Ovvio, anche con l’elettricità. Ma dentro non si ha paura. Sai perché? Perché in carcere eravamo tanti, e tu non ti senti solo, ma con chi condivide la lotta. Le celle sono sovvraffolate: eravamo una quarantina, e dormivamo gli uni sugli altri. Ma meglio che in quella accanto: erano sessanta, e facevano i turni per dormire”.

Mangia di gusto: ful (fave), fatte (yoghurt con ceci e pane), formaggi, freschi o stagionati, accompagnati dai cetrioli e dai pomodori, le uova con le foglie di menta, i ravanelli rossi e il porro, makdus (melanzane ripiene di noci), labne (yoghurt filtrato), shanklish (formaggio di capra a volte piccante, oppure col timo selvatico, misto a pomodori, cipolle e olio d’oliva) , zeit w zaatar (olio e timo selvatico), le marmellate di rose e albicocche, halawa (crema dolce con i pistacchi).

“Ora non ci fermiamo. Non ho paura di tornare in carcere, continuamo”.

Il sarto, suo padre, è visibilmente commosso. Sua madre, definita umm al-batal (la madre dell’eroe), sorride.

La tv è sempre accesa, davanti al tè caldo, sintonizzata su al-Jazira e al-Arabiya: si commentano le notizie che riportano decine di vittime, dalla mattina di Id.

“Ha pregato a Raqqa (città nell’est della Siria), nella moschea an-Nur. Sino a lì è andato il nostro Presidente (ironico). La verità è che aveva solo paura di rimanere a Damasco”.

Ai bambini si continuano ad insegnare gli slogan: loro assorbono, captano, vivono gli umori di una rivoluzione che ha come risvolto della medaglia il fantasma della guerra civile.

“Vorrei comprare casa a Damasco, andar via da Harasta. Si ha paura di stare nelle stanze più esterne della casa, che danno sulla strada”, mi dice G., preoccupata.

A me vengono i mente i racconti dalla guerra civile di Beirut, i cecchini che miravano alle stanze più esterne dei palazzi.

Non ho bisogno di fare domande: tutta la giornata, sino a tarda sera, mentre si alternano gli ospiti e i parenti numerosissimi, in un carosello di auguri, è densa di racconti, pareri, emozioni rivelate.

“Le vittime sono limitate solo dal fatto che oggi esistono internet, i cellulari e le foto e i video vengono subito veicolati dal web. Se non ci fosse una tale copertura avrebbero usato [il regime al potere] bombardamenti aerei e massicci interventi dell’esercito. Conosci la sorte che è stata riservata ad Hama: 80.000 i morti!”, mi dice M. uno dei cugini, studente universitario, e mi conferma che la sua università è stata chiusa per un giorno, causa scontri tra studenti.

Frattanto J. continua a scherzare, si fa scherno dei suoi cinquanta giorni di carcere: “Mi avessi visto quando ero dentro! La barba incolta, le unghie lunghe… poi a pochi giorni dal rilascio, ti tagliano la barba e le unghie. Ed esci ordinato, pulito, con il medico che ha usato creme e unguenti per i lividi”.

Disumano, è ciò che penso. Una farsa, mentre continuo ad osservare gli alluci dei suoi piedi fasciati da cerotti.

Compaiono i maamul (dolci di festa ripieni di datteri, pistacchi o noci) e il caffè al cardamomo, rigorosamente amaro. Sono oppositori, tutti. Ma poco hanno di pericoloso.

Sono padri giovanissimi che giocano incantati dai neonati e dalle neonate; sono madri, ragazze o donne mature, tutte velate, eccetto la ragazzina tredicenne che chiede alla madre di farle delle trecce; sono nonni che insegnano i motti della rivolta ai nipoti; sono calorosi e appassionati; si alzano, alternandosi, uomini e donne, per andare a pregare nelle stanze vicine; scherzano con me, curiosi del mio passato o delle mie giornate nella capitale. La domanda se io sia “pro o contro” – reiterata nel Paese – è d’obbligo.

In tarda serata vado via. Ma prima il signor A. mi fa fare un bel giro della casa.

Affacciati al balcone, mentre mi mostra, orgoglioso, le sue piante mi dice: “Sulla sinistra compare il minareto di Gesù, della moschea Ommayade”… “Mentre all’estrema destra – gli faccio eco – vi è la moschea dal minareto altissimo e sottililissmo di bab Sharqiyy (la porta orientale) e la cupola verde”.

In mezzo i campanili delle chiese del quartiere cristiano di bab Tuma.

“Se la Nato ci bombardasse, sparirebbe tutto questo splendore”.

Il sole è tramontato da tanto. La giornata di Id pare aver attenuato lutti, preoccupazioni, dolore. Ma il fratello del mio sarto è ancora in carcere.

Infreddolita ed emozionata, sotto i grandi occhi azzurri del signor A. , mi allaccio le  scarpe di tela verde, sgangherate da lunghe camminate. Non sono sua nipote, e non può toccarmi la mano, ma sua moglie mi accompagna alla porta con tre baci.

Porto a casa un invito per una visita ad Harasta, oramai entrata nei meandri di una famiglia all’opposizione.

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Un chador, tante voci di chi è contro il regime http://www.sirialibano.com/siria-2/un-chador-tante-voci-di-chi-e-contro-il-regime.html http://www.sirialibano.com/siria-2/un-chador-tante-voci-di-chi-e-contro-il-regime.html#comments Fri, 04 Nov 2011 16:44:05 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=3991 30 ottobre, ago e filo, il lavoro è terminato. La stoffa informe ha preso le sembianze di uno chador iraniano, che, come me, è testimone delle storie raccontate dai ragazzi della famiglia del sarto.

Tarda mattinata, ancora una volta, faccio visita ai nipoti del sarto. M. mi viene incontro sorridente e il copione si ripete: davanti al caffé al cardamomo servito su piccoli bicchieri trasparenti, avvolti in una nube di fumo da sigaretta, iniziano i racconti, o le semplici impressioni di chi, in Siria, ci vive.

Solo che oggi anche il sarto è presente. Si allontana solo per portare il lavoro concluso: vogliono mi avvolga nel velo, me lo sistemano sul capo. Ancora non comprendono bene, però, le motivazioni che mi hanno spinta ad avere tale oggetto.

Chiedo al sarto notizie del suo figlio in carcere. “Per lo meno abbiamo appreso che è vivo. Ma ancora non sappiamo in quale delle tante prigioni sia detenuto. Come mio fratello, non sappiamo dove sia.”

Perché in Siria si scompare, senza nessun diritto a ricevere visite dai parenti o al colloquio con un difensore. Durante un colloquio informale con un avvocato, apprendo come non sia qui previsto un tempo di detenzione massimo in attesa di giudizio.

Ecco  che la permanenza in carcere si può dilatare a dismisura. Il sarto e un altro suo fratello iniziano a perdersi nella storia del paese..partono dall’elogio di un antico primo ministro cristiano per arrivare alla pace di una Siria pre-baathista, dove il confessionalismo (ta’ifiyye) non esisteva. Mentre ora si inizia a toccare con mano.

Il loro intento pare quello di rendermi conscia e consapevole di quanto duro, repressivo e brutale possa essere stato e sia il regime.

Hama, 1982. Fu un massacro: Hafez al-Asad, defunto padre dell’attuale presidente Bashar, diede ordine di annientare la Fratellanza Musulmana (al-Ikhwan al-Muslimin), il movimento sunnita che chiedeva diritti, libertà, voce.

La città di Hama, situata nella parte centrale del Paese, venne completamente rasa al suolo. Annientata.

“Si, conosco i fatti di Hama – dico – Ancora non si conosce il numero esatto delle vittime. Stando a quanto ho letto io le stime variano da 10,000 a 30,000 vittime..”.

Si guardano, il sarto e suo fratello. “Almeno 90,000 furono i morti. E poi venne sparso il cemento per cancellare ogni segno, odore, presenza di morte. Capisci che un regime che è stato capace di ciò, in passato, oggi non avrebbe nessuno scrupolo ad uccidere i suoi stessi cittadini”.

A parlare con loro tutte le cifre sono in rialzo: 20,000 vittime della repressione governativa, sino ad ora, ipotizzano.

Mi spiegano che “le cifre che riportano le tv internazionali e i rapporti delle organizzazioni che si occupano di diritti umani fanno riferimento ai cadaveri che hanno la fortuna di essere ritrovati, riconosciuti e registrati. Chi muore nelle carceri, per le violenze e le torture subite, credi che venga registrato, riconsegnato ai familiari, o magari seppellito? – fa il gesto di scaraventare via qualcosa – Viene fatto sparire”.

Le tracce della morte vengono cancellate. Ecco i diritti umani (huquq al-insan) in Siria”. Vanno via poco dopo, e rimango sola con M.

Gli chiedo come stia, se sia stato a manifestare di recente. “Venerdì (il venerdì della no-fly-zone, 28 ottobre, jum3a al-hazhr al-jawwy, in arabo) sono stato a Midan (quartiere di Damasco, poco lontano dalla città vecchia). Poca roba”.

“E a Saqba (sobborgo sito nella periferia orientale) , invece, com’è andata?”.

“Bene. Tanta gente alle proteste. E io ho portato delle coperte, mantelli, cibo per i disertori che combattono nell’Esercito Siriano Libero (Esl, al-jaysh as-suryy al-horr, formazione antagonista che si oppone all’esercito regolare. I giornali riportano una stima di circa 10.ooo membri). I soldati sono aHarasta, Duma, Saqba (tutti quartieri della cintola periferica orientale, al-ghuta ash-sharqiyya) e verso il sud, a Kiswa, sulla strada per Daraa”.

“Ah..l’Esl è presente nei sobborghi di Damasco! Ma i soldati vengono ospitati in delle case?”.

La, fil ghaba (no, stanno nelle campagne), dormono fuori, non in casa. Li aiutiamo come possiamo, con viveri e vettovaglie. L’esercito protegge i manifestanti”.

A pochi km dalla capitale si combattono due eserciti, e chiedo a M. perché lui vada a manifestare, cosa chieda.

“Io vado per Iddio (min sha’n Allah), e per mio cugino, ora che so che è vivo. Cosa chiedo? Isqat an-nizam, che cada il regime”.

“Per la prima volta io sento la mia voce, è una sensazione bellissima. Mi sento urlare, chiedere libertà. Come la prima volta, alla moschea Omayyade: eravamo pochi, un centinaio, ci hanno pestati, ma ho sentito la mia voce”.

“Questo è tutto. Mi attendo in ogni momento che vengano a prendermi, sono già sfuggito. Ma appena potrò tornerò a Saqba.”

Mi congedo, non posso trattenermi oltre, e lo lascio ai clienti. Sebbene il lavoro richiesto dello chador sia terminato, vedrò di nuovo, presto, la famiglia.

A pochi giorni dall‘Id al-Adha o Id al-Qurban o ancora Id al-Kabir (la Festa del Sacrificio, la Grande Festa, che conclude le giornate di pellegrinaggio dei fedeli musulmani ai luoghi sacri della Mecca), prevista per il 6 novembre.

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Damasco, “Colui che uccide viene ucciso” http://www.sirialibano.com/siria-2/damasco-colui-che-uccide-viene-ucciso.html http://www.sirialibano.com/siria-2/damasco-colui-che-uccide-viene-ucciso.html#comments Mon, 24 Oct 2011 15:09:50 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=3599 22 ottobre 2011, tarda mattinata. Un mese esatto è passato e la stoffa iraniana è ancora senza forma. Di nuovo dal sarto e dai ragazzi della sua famiglia: col metro mi si prendono le misure, tra qualche giorno avrò il mio chador.

Senza accorgermi del fatto che esattamente un mese fa riprendevo la stoffa dal sarto, stamattina sono tornata a cercarlo, nel suo laboratorio vicino al minareto color smeraldo.

Lui non c’è. Ma M., del negozio accanto, mi invita ad entrare: “Attendi un attimo, lo chiamo, vedo se può avvicinarsi”.

M. è il fratello di A., con cui avevo avuto la lunga conversazione circa gli eventi in Siria. Pochi minuti, e compare anche A.: “Wein kenti? (dov’eri). Contavo di vederti il sabato successivo alle muzaharat (manifestazioni di protesta contro il quarantennale regime baathista della famiglia Asad), ma sei sparita. Temevo ti fosse successo qualcosa, problemi in Siria o al confine. Siediti, facciamo il caffè”.

Parliamo. Chiedo del sarto, e del figlio J.: “Ancora non è tornato, ancora non sappiamo in quale carcere l’abbiano portato. In realtà nemmeno sappiamo se sia vivo”. Sia A. che M. ieri, 21 ottobre, sono stati a manifestare nel quartiere di Midan, nel “Venerdì dei martiri uccisi dal ritardo arabo” (jum3a ash-shuhada’ al-muhla al-arabiya).

M. mi mostra una ferita sulla mano: “Hanno i coltelli, ma non solo. Russiye (modelli di fucili russi, tipo Kalashnikov), rassasat (pallottole), bastoni e persino spade. E quando caricano devi solo fuggire, verso i rioni interni (harat), guizzando nei vicoletti (zawarib)”.

Mi dicono che loro non vanno insieme alle manifestazioni, si separano. Tant’è vero che mentre A. va solo il venerdì protesta, M. ogni giorno, dopo il lavoro, attorno alle 19 di sera scende in strada. Ieri a Midan, quartiere damasceno non lontano dal centro storico della città, domani a Sa’ba (Sabqa, in arabo classico, sobborgo di Damasco).

“Come arrivi al luogo di raccolta delle manifestazioni? Porti con te qualcosa, un coltello come minimo?”, chiedo a M. Lui sorride: “Nulla. Mani nude, nemmeno un coltello. Vado in macchina, la parcheggio, scendo e mi unisco al corteo. Non usiamo nemmeno le pietre”.

“Ci sono donne con voi? Bambini?”. “Ovviamente donne. Ragazze come te, come anche madri, persone adulte. L’età varia dai 15 ai 50 anni. In genere gli anziani non vengono alle manifestazioni. A Damasco non ci sono state vittime tra le donne: nei cortei gli uomini le circondano e le proteggono, loro stanno nel cuore della folla, e appena iniziano a caricarci e picchiare coi bastoni, o a sparare (fa il gesto come se imbracciasse un fucile e sparasse ad altezza d’uomo “rat ta ta ta ta ta…”, il suo verso) lasciamo che siano loro le prime a scappare via. Solo dopo, anche noi uomini”.

Chiedo a M. se non abbia paura che le forze di sicurezza o la polizia vengano a cercarlo qui al negozio, che l’abbiano ormai identificato. Mi risponde che sono già venuti diverse volte, lui è riuscito a non farsi trovare, usando espedienti vari, tra cui dormire in posti diversi.

Nehna kullu matlubin (siamo tutti ricercati. Si può essere matlub dalle autorità per i motivi più disparati, il più frequente dei quali è il rifiuto della leva militare obbligatoria). Oltre a mio cugino J. (il figlio del sarto), anche mio zio (fratello del sarto) è in carcere”.

A differenza di A. – che mi mostra fiero foto del figlio di tre mesi con lo stesso nome del nonno paterno – M. non è sposato e non ha figli. E quando gli si chiede se abbia paura del carcere, delle torture, della morte risponde candidamente che andrà in paradiso. E sarà motivo di vanto per la famiglia, perché morirà da martire (shahid).

“Per mio cugino, per mio zio, io scendo in strada. Se ci fermiamo adesso il regime ci ucciderà, uno per uno. Se anche morissero due, tre, sette milioni di cittadini non sarebbe grave quelli del regime”.

“Le cifre che senti su al-Jazeera, al-Arabiya, faransa (che in arabo significa Francia, e indica l’emittente France 24) minimizzano, sottovalutano la cifra reale delle vittime. Sono almeno 10.000 i morti, e mezzo milione i cittadini arrestati. Usano gli stadi, i magazzini. Nello stadio degli Abbasidi (nell’omonima piazza vicina al quartiere nord-orientale di Qassaa) vedo vetture piene zeppe di soldati entrare e uscire”.

“E ieri a Midan, com’è andata?” “Ci hanno caricati. C’erano sia le forze di sicurezza (kata’ib hifz al-‘amn) in tenuta pesante, vestite di nero, con caschi e scudi trasparenti, che le mukhabarat (polizia segreta, divisa in circa 20 agenzie e sotto agenzie differenti) armate di bastoni e fucili. Siamo scappati, mi hanno solo ferito la mano, ma ne hanno arrestati un centinaio almeno”.

“Più di sette mesi sono passati, quanto pensate possa durare ancora? La gente è stanca, il regime ripete gli annunci, sulle tv e le radio locali, della fine di quella che viene chiamata la crisi (al-azme)?”.

“In Francia, quanto è durata la rivoluzione? Dobbiamo continuare perché al-qàtil yuqtal (colui che uccide viene ucciso)”, mi dice A. E ancora: “Occhio per occhio, dente per dente. Ecco la shari’a (la legge islamica). Visto cos’è successo a Gheddafi?”.

Chi sarà il prossimo? “Saleh (Ali Abdallah Saleh, attuale Presidente yemenita)”, mi dice M.. A. afferma che “qui non arriveràrà la Nato”, ma auspica un intervento straniero (tadakkhul al-kharigi) tramite l’arrivo di osservatori (muraqibin) internazionali alle prossime (quando?) elezioni”.

Arriva il sarto. Ormai è mezzogiorno. A. ha terminato la preghiera sul tappeto steso in direzione della Mecca. Il sarto si scusa. Gli chiedo del figlio. Ancora non si sa nulla. Mi prende le misure. Pochi giorni e il lavoro sarà ultimato.

A Damasco si cerca di ritrovare il quotidiano scorrere di giornate fatte di lavoro, scuola, famiglia…interstizi di normalità tra il disordine della protesta. Che continua.

Rinnovano l’invito per una mia visita in famiglia, da loro a pranzo, con le mogli e i bambini. Arriva il padre di A. e M., anche lui con gli occhi chiari e limpidi.

Mi congedo, tornerò a trovarli. Rivolgendomi a M., che stasera sarà a Sa’ba a manifestare gli dico: “Dir balak” (stai attento). Sorride, ostenta coraggio e determinazione. “An jad, dir balak bukra (davvero, sul serio, stai attento domani)”. (L’immagine usata per la slide nella homepage è presa dall’album fotografico di Andrea Loria su Flickr)

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Damasco, demoni e colombe http://www.sirialibano.com/siria-2/damasco-demoni-e-colombe.html http://www.sirialibano.com/siria-2/damasco-demoni-e-colombe.html#comments Fri, 14 Oct 2011 09:16:19 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=3372 Lealisti verso la masiraDamasco, 12 ottobre 2011, dove nella piazza dalle sette fontane non scorreva l’acqua, ma un demone scarlatto faceva capolino tra i volti dei grandi leader politici più invisi al regime.

L’elicottero dell’esercito continuava a svolazzare sopra di noi. Gremita di siriani che scandivano a gran voce slogan pro-regime, la centralissima piazza Sabaa Bahrat ha ospitato un’immane manifestazione di appoggio e sostegno al quarantennale regime della famiglia al-Asad.

Sapevo della masira (corteo) da lunedì sera. Chi me lo comunicava era allegro, e non penso che il motivo sia solo quello di qualche ora di libera (e doverosa) uscita dall’ufficio. Pareva sinceramente felice, come chi attende una bell’evento.

Dalle 10 di stamattina, dal balcone di casa, si sentivano già i primi slogan come Allah, Suria,  Bashar w bass (Dio, Siria, Bashar e basta) che accompagnavano il vociare, il traffico insolitamente già denso e chiassoso di clacson arroganti.

Mentre Izaa Nur, l’emittente radiofonica libanese facente capo al patito sciita di Hezbollah, nel suo notiziario delle 9 aveva comunicato l’eminente svolgersi della masira, in tarda mattinata.

10:30 Bab Tuma. Studenti in divisa (rosa e azzurra) scandiscono slogan a favore del presidente Bashar; la rotonda antistante la Porta di Tommaso è intasata dai taxi gialli che sventolano le bandiere tricolore; i van Muhajirin-Bab Tuma si fermano, non partono: Fi zahme (c’è traffico).

L’autobus verde, invece, arriva. Salgo, insieme a chi con le bandiere, i cappellini, le magliette e i volti colorati non vede l’ora di arrivare alla piazza.

La confusione è totale. Non si riesce a camminare, muoversi. La folla è immane. Multiforme, colorata, musicale, agguerrita.

“Se negli altri paesi arabi si gridava ash-shaab iurid isqat an-nizam, noi invece urliamo ash-shaab iurid Bashar al-Asad (il popolo vuole Bashar al-Asad)”.

Donne: sono bambine avvolte nelle bandiere; sono madri che spingono i passeggini o tengono saldamente per i polsi i figli; sono nonne con gli abiti tradizionali; sono studentesse con ancora la divisa e gli zaini carichi di libri sulle spalle; sono velate o no.

Uomini: carichi di tamburi, che ballano la debka; sono adulti e anziani in atteggiamento grave e moderato; portano la cravatta o sguizzano con i rollerblade a quattro ruote e le catene dalle tasche dei jeans; hanno le ciabatte e l’aria trasandata, o gli occhiali da sole all’ultimo grido; sono soldati in divisa verde, o color cachi coi berretti rossi, o militare; come sono membri delle forze di sicurezza: casco e scudo.

Tenuta antisommossa, qualora arrivassero bande armate. Mi sento dire.

Tutto è multiforme. Sono allegri e festanti, coi megafoni. Si fanno beffa di Erdogan e Sarkozy. Scimmiottano Obama. Orgogliosi ricordano alla Nato che il veto (di Cina e Russia, contro una risoluzione Onu più pesante verso la Siria) li protegge.

E le voci si trasformano in grida e fischi ogniqualvolta passa l’elicottero: la bandiera siriana legata sotto, con un soldato che dalle scalette del velivolo si librava tenendo saldamente una rossa bandiera della Cina e il tricolore russo.

Surreale. Pareva di essere in altri tempi. Di totalitarismi.

L’edificio della Barca Centrale tappezzato da una gigantografia del Presidente; sulla sua sinistra un enorme drappo rosso con le stelle gialle; un altro immobile è oscurato da un cartellone di dimensioni notevoli raffigurante il demonio ghignante su uno sfondo scarlatto..dal quale emergono i volti di Erdogan, Sarkozy, Cameron e Obama, con la scritta waay ash-shirr (il senso del male).

E ancora la bandiera siriana attorniata da cuori rossi: ciascuno reca il nome di una località siriana (Homs, Hama, Daraa, Dimashq, Idlib, Hasake, Lattakia..

Tante bandiere gialle di Hezbollah, e si inneggia al leader sciita Hasan Nasrallah.

Si scorgono le bandiere del Partito nazionalsocialista siriano.

Un orso bianco e un dragone coloratissimo fanno capolino tra la folla. Omaggio ai protettori asiatici che vegliano dall’alto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Solo alle 14,00 la piazza, pian piano, inizia a svuotarsi.

E scorgo l’ultimo cartellone, sulla cima di un palazzo: una candida colomba le cui ali portano i colori della bandiera siriana, con accanto la scritta: Siria, la tua terra santa. Terra d’amore e pace.

Le emittenti radiofoniche e televisive, ne l primo pomeriggio, riportano la notizia: Masira milionia (una manifestazione di un milione di persone) di ringraziamento all’Orso e al Dragone, di sostegno al regime e di rifiuto di qualsiasi intervento esterno.

Attendo di raccogliere pareri, commenti, reazioni.

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Percezioni di un autunno in Siria http://www.sirialibano.com/siria-2/percezioni-di-un-autunno-in-siria.html http://www.sirialibano.com/siria-2/percezioni-di-un-autunno-in-siria.html#comments Thu, 06 Oct 2011 07:37:29 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=3123 Mar Musa dall'alto (foto Rosselana)Tra Damasco e il monastero di Mar Musa le percezioni cambiano, e si sfumano. Si dilatano o si restringono le possibilità di una caduta del regime a seconda degli interlocutori.

Oggi, 3 ottobre 2011, fa ancora caldo a Damasco, quasi che l’estate tardasse ad andar via, come le manifestazioni, che perdurano da oltre sei mesi, e coinvolgono pressoché tutte le aree del Paese.

Si è conclusa sabato 1 ottobre, nel monastero di mar Mar Musa al-Habashi (del santo Musa, o Mosé, l’Abissino) la settimana dedicata al digiuno e alla preghiera, alla meditazione e al silenzio, necessari per riflettere circa l’attuale situazione che travolge la Siria.

Ho avuto l’occasione di condividere nella comunità cristiana del monastero arroccato su un’impervia parete rocciosa, in mezzo al deserto, l’ultima delle giornate, il venerdì. Giorno peculiare da mesi, che da inizio ad una macabra routine di manifestazioni e repressione, che si trascina dalla tarda mattinata con la preghiera del venerdì, sino alla sera.

Chi siede davanti alle emittenti panarabe e occidentali vede salire il numero dei morti nel giro di poche ore, per arrivare al giorno seguente, il sabato, denso di funerali e cortei funebri (tashi3). Si riprende una certa normalità la domenica.

Ma il venerdì è il giorno in cui si sconsigliano i viaggi e gli spostamenti. Tant’è che al “Garage Abassiyn”, da cui partono al-vanat (i pulmini che trasportano una decina di passeggeri) per Mar Musa, mi si chiede se non abbia timore a spostarmi da sola e di venerdì. Ribatto che è ancora mattina presto, prima degli eventi (ahdath, che inizia a ricordare il modo in cui venivano descritte le prime scintille di guerra civile a Beirut nella primavera del ’75, accadimenti, eventi, fatti).

A Mar Musa ci si arriva a tappe. Col van sino a Nebk, ultimo villaggio, poi il deserto, con le buste di plastica che invadono, deturpandolo, il paesaggio, i barili pieni di sabbia, dipinti a bande rosse, bianche e nere, come la bandiera siriana, segnalo dell’ingresso dei luoghi adibiti ai soldati dell’esercito.

Un posto di blocco, hajiz, dove ci controllano i passaporti. siamo rimaste solo in tre ormai: io e due signore siriane, musulmane. Tutti sono scesi a scaglioni: chi nei paesi vicini e chi in mezzo al nulla, verso gli accampamenti militari.

Si arriva in cima a piedi, percorrendo una lunga scalinata per una ventina di minuti e scoprendo un monastero pieno di ragazzi e ragazze intenti a tagliare le verdure, tutti ospiti che provengono da Aleppo, Damasco, Homs, Nebk, Seidnayya, Suayda.

Si fa subito amicizia con chi non riesce più a lasciare questa rocca di attività manuali e spirituali, letture nella biblioteca e meditazione nella chiesa, o ti racconta di venire da uno dei quartieri più rivoltosi di Homs: Bab as-Siba3, e spera di far rientro a casa bi salame, in pace.

Ascolto pensieri e racconti di chi vive gli eventi da siriano, da dentro, da ventenne.

H. mi dice di aver preso parte alla prima manifestazione (muzahara) in Siria, a Damasco, il 15 marzo scorso. E di essere pertanto finito in carcere per circa un mese. Di qui la scelta di ricerca della pace nel luogo a Dio consacrato. Dalle sue parole pare emergere un futuro di divisioni, persino all’interno dei singoli nuclei familiari, e di guerra civile.

D. prospetta altri scenari futuri: la divisione dell’esercito, con una parte che dovrebbe passare dalla parte dei manifestanti (e questo, secondo lui, faciliterebbe le cose); oppure un progressivo e crescente movimento di armi: i mutazahirin, i manifestanti, si armano; fino alla prospettiva estrema di un aiuto esterno, il famigerato tadakhul khariji, l’intervento (intromissione) straniero che il regime tenta di evitare.

Ma non si nega un futuro in cui la Siria verrà smembrata: con una parte alawita nel sahel (la costa che dal confine turco scende sino a lambire Lattaqqiya (l’antica Laodicea) e Tartus (Tortosa, città crociata), e il resto da Homs al sud sunnita.

“Ma i cristiani?”, chiedo, minoranza importante, che, a differenza delle altre, come drusi, il cui avamposto è al sud, intorno a Suayda, alawiti della costa, yazidi al confine con l’Iraq, curdi al nord, appena sotto la Turchia, sono sparsi e distribuiti su tutto il territorio nazionale.

“In realtà non sono loro il problema, la questione è tra alawiti (branca minoritaria dello sciismo) e sunniti”.

Giunge l’ora della preghiera, dove si raccolgono i pensieri, gli auspici, gli appelli al dialogo, continuo e incessante, alla non-violenza, alla libertà di espressione e di pensiero, alla ricerca di una fonte che spenga la sete di una conoscenza vera.

“Alla fine tutti amiamo il nostro Paese. Ci sono idee diverse, è normale. Ciò che non è normale è che non ci ascoltiamo l’un l’altro”, afferma A., musulmana.

Perché a Mar Musa si prega insieme, cristiani e musulmani, in un cammino verso l’ecumenismo che unisce i fedeli presenti. Un cammino iniziato nei primi anni ’80 da un coraggioso e determinato padre gesuita, Paolo Dall’Oglio: sforzo materiale, di restauro e lavori di recupero degli splendidi affreschi della chiesa, e spirituale, in Siria, per la soluzione del dialogo, anelato, tra le religioni.

“Prego per chi ha paura, perché tutti abbiamo paura in questi giorni. Che Dio sia più grande delle divisioni (inshiqaqat)”.

“Se sono contro il regime non vuol dire che sono contro la Siria”.

Ecco, ad occhi chiusi, ci si esprime, sotto gli occhi di Simeone lo Stilita, affrescato.

Si legge un passo tratto dal Libro di Ester, si usano tamburi e fisarmonica, si canta.

Padre Paolo, le suore, i frati e i novizi e le novizie bevono solo acqua. Io prendo del te zuccherato. Romperemo il digiuno alle 18,30.

Mi si invita ad una lunga passeggiata sui monti. Siamo italiani, palestinesi e siriani insieme. E le opinioni sono diverse, ma la paura accomuna le menti.

A me sembra di percepire un cambiamento nelle percezioni. Forse, sino a diverse settimane fa pareva spirasse ancora un tenue ottimismo, che si uscisse dall’impasse di manifestazioni e repressione. Ora, invece, alla luce del fatto che la rivolta si sta armando, e a tratti abbandona il suo primigenio carattere pacifico, le opzioni future si tingono delle tinte più fosche: guerra civile, smembramento della Siria, intervento esterno.

O un regime che non cadrà, con tutte le aspirazioni dei manifestanti.

Da Mar Musa la campana che invita alla preghiera, che sancisce l’inizio del buio e della meditazione come anche l’ora dei pasti, non cessa di richiamare al dialogo, alla non-violenza, alla riconciliazione, ad un cammino che porti ad una Democrazia Consensuale.

Faccio rientro a Damasco nella tarda serata di sabato, condividendo il viaggio di ritorno con S., greco-ortodosso di Damasco. Velato dall’ombra di un futuro che ci si affanna a predire.

L’indomani mi riprometto di scrivere a R., di Homs, per accertarmi che giunga a Bab as-Siba3 incolume.

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Damasco, il sarto e il chador http://www.sirialibano.com/siria-2/damasco-il-sarto-e-il-chador.html http://www.sirialibano.com/siria-2/damasco-il-sarto-e-il-chador.html#comments Fri, 30 Sep 2011 04:35:49 +0000 http://www.sirialibano.com/?p=2921 22 settembre 2011, sera. Ho appena posato sul letto la stoffa decorata comprata lunedì, vicino alla moschea sciita di Sayda Ruqayya. Tale è rimasta. Stoffa, un telo lungo quattro metri e mezzo e largo un metro. Non è ancora uno chador. Il sarto non ha fatto il lavoro che gli avevo chiesto.

Arrivo da lui per le 16,30 circa, lavora accanto ad una moschea di cui non so il nome, ma il minareto è smeraldino, appena sulla sinistra dopo qualche decina di metri dal suq Midhat Pasha. La porta chiusa. Chiedo al rivenditore che ha il negozietto accanto: ”Dov’è il sarto?”. “Non c’è, sarebbe dovuto venire ma non è giunto. Prego, accomodati, riposati un attimo.

Sar ‘ando mushkile…(ha avuto un problema…)”. Ed io: “Ma perché non mi ha detto che aveva dei problemi? Io son venuta qui lunedì, oggi è giovedì e io sabato parto per Beirut. Perché non mi ha detto nulla?”.

Baas huwe ma kan ta’ref. Akhadu ibno… ‘a sijn. Al-khayat ‘ammi (Ma lui non poteva saperlo. Hanno preso suo figlio, in prigione. Il sarto è mio zio)”.

Shit. Silente e muta per qualche secondo. Il figlio del sarto è stato arrestato qualche giorno fa, lunedì o martedì. Il sarto per questo non è al lavoro. Ci guardiamo, io e il commerciante. Ha un bel sorriso. Iniziamo una conversazione non prevista, improvvisa. Nessuna mia domanda è stata decisa in anticipo, non ho griglie, non ho un percorso.

Fuma, parliamo. Inizia il discorso lui. “Lo sai com’è qui in Siria. Ti prendono e ti mettono in carcere così, senza motivo. Hanno arrestato mio cugino, e non sappiamo nemmeno in che carcere sia, dove sia. Ecco guarda – mi indica la TV, sintonizzata su al-Jazeera, seminascosta dalle giacche in pelle – picchiano e prendono studenti. Tullab min al-jamaa (studenti universitari)”.

La nostra conversazione continua per un’ora, tra persone che vanno e vengono nel suo negozio e cambiano denaro: da lire saudite a lire siriane, da dollari a lire siriane. “Ma da Beirut sapevo che guai ad usare dollari in Siria…”. “I dollari vanno benissimo, e anche l’euro”, mi risponde. Ma cade dalle nuvole quando viene a sapere che qui non riesco ad usare le mie carte VISA.

Mi conferma che sì, è vero, le carceri sono talmente piene che il regime sta usando le scuole per tenere dentro la gente che arresta. “Ma ora le scuole iniziano!” “Tanti istituti non hanno aperto. Sono pieni. Da scoppiare”.

Gli racconto della nuova Siria che vedo. Che prima avevo tanti amici che erano tutti uguali. Ora ho amici pro e amici contro, o nel mezzo. Che sono stirata tra due poli. Tra al-Jazeera e ad-Duniya (la tv satellitare pro-regime).

Che ho un amico che è stato in carcere per quattro mesi e l’hanno pestato – frattura al piede – e di cui ho letto i suoi diari dal carcere. Che un altro è di Daraa. Che un altro ha lo zio in carcere. Che anche se sono straniera, che anche se mu baladi, mu qadiyaty (non è il mio Paese, non è affar mio) tanto che chiunque mi può dire “shu dakhalek (di che ti impicci)”  …io qui ho legami.

Da quattro anni. Ora vivo con una famiglia cristiana, nello stesso quartiere, ascolto storie, di gente, di persone, di esser umani che non sono da condannare perché lealisti. Perché vogliono, sognano il cambiamento. Ma hanno paura.

Al-khawf fil damm”. La paura è nel sangue, mi diceva K., la mia amica. La paura te la instillano da bambini. Vorrei chiedere al mio amico A., appena uscito dal carcere, come si cresce da bambini, nelle file del partito.

Con lo zio del sarto parliamo della falsità delle emittenti. Solito discorso: le emittenti straniere non hanno la verità assoluta, ma si avvicinano alla realtà. Hanno obiettivi e interessi, certo. Ma la maggioranza dei siriani   – ribatto – non crede alle menzogne. Prima si stava a guardare, quando tutto iniziò, sei mesi fa, a Daraa. Oggi si ha un’occasione (al-fursa). Non si può dire: “Non sapevo”, come nel 1982 quando Jisr ash-Shughur, Aleppo, Hama…

Sono sei mesi che muore gente. Mi corregge: “siamo entrati nel settimo mese”. Gli chiedo se si sappia già il nome del venerdì, domani. “Non ancora. Io bacio mio figlio e mia moglie ogni volta che vado alla muzahara (la manifestazione)”. “Ah… Tu vai a manifestare?!”.

“Si, ogni venerdì. Non so mai se ritornerò. Qarar Allah, Dio decide”.

Continuiamo a parlare. Del perché non si permetta l’ingresso ai giornalisti se non si teme la verità. Del ragazzo del video che ha sputato la foto di Bashar al-Asad che gli si poneva dinnanzi. “Huwe batal… è un eroe”.

I cristiani. Sparsi. Impauriti. Ma Michel Kilo è cristiano, e altri sono all’opposizione. “Si, ma i cristiani sono poco coinvolti”, mi dice.

L’impressione è sempre la stessa. Tante, tantissime anime. Chi contro, chi a favore, chi nel mezzo e chi ha cambiato campo. Perché? Perché una simile reazione dello Stato non è sopportabile.  L’esercito contro i civili. Pallottole contro i fiori e l’acqua. Di tanta violenza – sei mesi! – la gente è stanca.

Continuiamo a parlare: l’esercito siriano in Libano (1976-2005). Racconta le violenze sulle donne, durante la guerra. Parliamo di Hasake (nord-est) e di Idlib (nord-ovest). Penso a se e quando emergeranno le denunce sulle violenze alle donne che vengono compiute qui e ora. Esercito e shabbiha (milizie lealiste) e ragazze che manifestano. “Nafs al-tartib lil nisa’. Stesso trattamento per le ragazze”.

Nel fiume di parole giunge il sarto. Sconvolto, occhi rossi, voce rotta dal pianto. Si scusa. Io vorrei solo abbracciare questo signore dalla pancia grande, che quasi mi piange davanti dicendomi che non ha potuto lavorare la mia stoffa…che il figlio è in  carcere.

Mi commuovo. Ma non posso trattenermi oltre al negozio di A. Gli dico di salutarmi la moglie, anche se non la conosco. “Quando tornerai a Damasco vieni a pranzo da noi, veramente!”.

Anch’io sono sconvolta e mi distraggo. Gli tendo la mano mettendomi persino sulle punte dei piedi…e lui porta la mano al petto. Si scusa, ma sono io a scusarmi. Dopo tanti anni di pratica con i musulmani, ancora non ho imparato che non si tende la mano a un uomo. Domani lui andrà a manifestare a Midan.

Dir balak bukra (fai attenzione domani)”.

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