Caritas Lebanon e il Carnevale del migrante

Manifesto allo show di Caritas Libano, 18 dicembre 2011, Beirut (Carpi)(di Estella Carpi) Domenica 18 dicembre ho assistito a Beirut alla giornata internazionale dei migranti, organizzata dal Caritas Lebanon Migrants Center, il cui show – nel senso piu’ grottesco del termine – ha avuto luogo nell’anfiteatro dell’Università La Sagesse a Furn el Shebbak.

“The migrant worker is a human being. Like me, like you”, è la scritta sul primo cartello che accoglie il pubblico all’entrata e che esibisce l’affabile sorriso di donne dalle svariate fattezze fisiche. Ma ora scopriamo insieme su cosa c’e’ tanto da sorridere.

Come ancor troppo scarsamente noto, le lavoratrici domestiche, per lo più provenienti da Sri Lanka, Filippine, Nepal e Africa subsahariana, subiscono in Libano maltrattamenti e sfruttamenti da parte delle famiglie “ospitanti”.

Queste spesso confiscano il passaporto alle domestiche riducendole a uno status di detenute, di depressione e panico psicologici, a condizioni di schiavitù materiale e morale. Talvolta anche portandole al suicidio, di cui si registrano tassi sempre tragicamente elevati: si parla infatti di un suicidio a settimana, come rileva un rapporto di Human Rights Watch del 26 agosto 2008.

A dire il vero, la stessa Caritas libanese si adopera da anni a diffondere informazioni su tali avvenimenti tragici che spesso non vengono presi in considerazione dalla stampa locale. Piuttosto significativo è anche il fatto che la legislazione libanese è fortemente carente in materia.

Il nulla poena sine lege in cui ci si imbatte finisce così per giustificare anche il vuoto informativo attorno a tali questioni spinose. Che se fossero prese in seria considerazione ridefinirebbero completamente la tavola ufficiale delle categorie vulnerabili in Libano.

Seppur con ragioni molto più che legittime, in linea generale solo i palestinesi e  il “popolo della Resistenza” anti-israeliana sono ufficialmente e politicamente utilizzati per discutere di vulnerabilità in Libano. Questo, ovviamente, per non parlare dei costanti processi di auto-vulnerabilizzazione da parte di ogni singola comunità.

Tornando al nostro show, dopo una sterminata rassegna di bellissime danze nepalesi, del Madagascar, cingalesi e dopo l’ascolto di una graziosa canzone filippina, finalmente un minimo spazio viene concesso alle testimonianze di alcuni migranti, seppur  tra gli schiamazzi dei bambini che saltellano per l’intero anfiteatro.

Tra questi “miserabili” migrant workers, Caritas ha scelto di dare il microfono al bengalese Ahmed Sayed, associate IT Officer dell’Onu in Libano (Escwa, (United Nations Economic and Social Commission for Western Asia), il quale in Libano si trova decisamente in condizioni di vulnerabilità… considerate le poche migliaia di lire libanesi che con molta probabilità si ritrova in tasca alla fine di ogni mese. Di che altro può parlare il brav’uomo se non dei suoi vari titoli accademici conseguiti in Gran Bretagna?

Dopo di lui prende la parola una ragazza cingalese, la quale, in teoria, dovrebbe rappresentare e testimoniare la tragica condizione delle lavoratrici domestiche nel Libano di oggi. La sentiamo parlare di come

“My house is very very nice. I can call my bosses mama and baba. There is no problem. It’s like a family. When I came here first I couldn’t speak Arabic at all. No problem. They just said speak English, we’ll find a way to communicate. No problem. If something falls, it’s no problem. If I want to get a day off, no problem. We just need to communicate with our boss”.

L’incontro è stato patrocinato dall’Arcivescovo della Diocesi Maronita di Sidone, Sua Eccellenza Elias Nassar – che ha dato a tutti la sua benedizione all’inizio dello show. A questo punto non è forse legittimo chiedersi che cosa a Caritas Lebanon se ne siano fatti delle testimonianze che hanno raccolto?

Dei rapporti che hanno stilato, delle lotte tuttora in atto per ottenere leggi in merito, delle campagne per diffondere le informazioni tra chi non è alfabetizzato nè può comunicare con l’esterno per chiedere aiuto e ottenere la libertà e il riscatto morale che andava sognando?

D’altronde, no problem: mama and baba comunicheranno con le vittime prima di sfruttarle e umiliarle ancora una volta. Scommetto che nessuno dei paladini della minoranza cristiana – “sotto minaccia in Medio Oriente” – si è messo nei panni di una delle tante domestiche che sedeva tra il pubblico a osservare questo scenario eufemisticamente grottesco.

Morale della storia? Danza Nepalese: do un bel  7. Danza madagascarese: 8 e mezzo. Cingalese: 6 e mezzo… poteva fare di meglio. E domani è un altro giorno. Con quali danze ci delizieranno la prossima volta? Per tacere le nuove vittime della borghesia schiavista di mama and baba?

Si veda per un approfondimento sul tema il sito Internet dedicato ai migrant workers in Medio Oriente. E il reportage – Unseen lives – del foto-giornalista Matthew Cassel pubblicato nel giugno 2010 proprio sul tema delle domestiche in Libano.