Dieci anni fa – Business as usual

HaririMonumento

(di Alberto Zanconato, Ansa). Di notte le auto sfrecciano via veloci, e di giorno rimangono imbottigliate in giganteschi ingorghi nella zona dei grandi alberghi sul lungomare di Beirut.

Ma in pochi ormai fanno caso a quell’incomprensibile monumento in bronzo in mezzo alla strada (foto in alto), nel punto in cui dieci anni fa una bomba uccise l’ex premier anti-siriano Rafiq Hariri insieme ad altre 22 persone, riportando il Libano sull’orlo del baratro.

La catastrofe non c’è stata, e oggi il Paese cerca faticosamente la sua strada, stretto tra le crisi regionali e le tensioni sempre presenti tra i gruppi politico-confessionali all’interno.

Masse di libanesi scesero in piazza per due manifestazioni storiche dopo l’attentato, avvenuto il 14 febbraio del 2005. La prima a sostegno del fronte sciita guidato dall’Hezbollah, schierato con la Siria e l’Iran. La seconda di segno opposto, guidata dai sunniti del movimento Futuro di Hariri e appoggiata dall’Occidente e dall’Arabia Saudita. Il presidente siriano Bashar al Assad fu costretto a ritirare dopo 29 anni le truppe di Damasco dal Libano.

Ma l’ombra del grande vicino siriano ha continuato ad allungarsi sul Paese dei Cedri, così come le violenze conseguenti alla guerra civile in Siria. Una situazione esplosiva che Hezbollah e il Movimento Futuro stanno cercando di disinnescare con colloqui diretti cominciati nel dicembre scorso.

“Il dialogo avviato tra i due fronti rivali finirà con lo svuotare di significato il processo per l’uccisione di Hariri”, dice all’ANSA il professor Imad Salamey, docente di Scienze politiche alla Lebanese American University, riferendosi al dibattimento in corso in Olanda davanti al Tribunale Speciale per il Libano costituito dall’Onu. Gli imputati sono cinque membri di Hezbollah, latitanti. E il leader del movimento sciita, Seyed Hassan Nasrallah, ha avvertito che farà “tagliare le mani” a chiunque cerchi di arrestarli.

“E’ chiaro – sottolinea Salamey – che nessuno potrà fare eseguire una sentenza di condanna”. Anche il Movimento Futuro lo sa bene e ora preferisce non distruggere i rapporti con Hezbollah, con il quale continua a far parte di un governo di unità nazionale.

Intanto Saad Hariri, figlio di Rafiq e primo ministro dopo il padre, è da tre anni in esilio tra Parigi e l’Arabia Saudita, temendo di essere anch’egli ucciso.

Anche i segni materiali dell’attentato stanno scomparendo. Squadre di operai sono al lavoro per riparare il palazzo alto 11 piani su un lato della strada sul quale fino a pochi mesi fa si vedevano ancora muri sventrati e ringhiere di balconi contorti.

Sull’altro lato sorge l’Hotel Saint Georges, tempio della vita mondana beirutina dagli anni ’30 del secolo scorso fino allo scoppio della guerra civile, nel 1975. L’Età dell’Oro che nell’immaginario occidentale corrisponde a quella di un Libano presunta ‘Svizzera del Medio Oriente’. Così come oggi continua a colpire la fantasia degli europei la vita notturna sfrenata di una capitale che però deve fare i conti con i problemi consueti della mancanza di acqua potabile, di gas, delle interruzioni nell’energia elettrica per diverse ore al giorno.

E, da qualche anno, con l’invasione di oltre un milione di profughi siriani (su una popolazione di 4 milioni) e le contrapposizioni sul conflitto nel Paese vicino, dove le milizie Hezbollah combattono al fianco delle truppe lealiste e da dove i jihadisti del Fronte Al Nusra compiono le loro sortite verso il territorio libanese. “La ragione per cui il Libano non è ancora esploso è che il costo di una guerra, per tutte le parti, sarebbe più alto di quello dello statu quo”, sottolinea il professor Salamey.

Meglio dunque cercare un’intesa con gli avversari, perché “qui la politica è in gran parte mercanteggiamento”. Il primo risultato dei colloqui bilaterali è stata la decisione di togliere dalle strade i simboli dei due fronti contrapposti per fare calare la tensione. “Si tratta – dice Salamey – di un processo affrontato passo dopo passo.

Il Libano in questo senso può essere un terreno per testare un possibile dialogo tra mondo sciita e sunnita anche nel resto della regione, tra Iran e Arabia Saudita. Ma ci vorrà pazienza, perché i problemi rimangono molto complessi”. Nel frattempo, tra un black-out e una festa in piscina, il Libano cerca di continuare a fare quello che gli riesce meglio: sopravvivere, senza mai dimenticare il business. (Ansa, 12 febbraio 2015).