E adesso dove va il Libano?

(di Aldo Nicosia) Dove sta andando il Libano? È sull’orlo di un precipizio, con solo un esile ponticello di speranza, peraltro cosparso di mine, che lo possa traghettare verso la salvezza?

Il 20 gennaio è uscito anche nelle sale italiane l’ultimo film della regista libanese Nadine Labaki, al suo secondo lungometraggio dopo l’acclamatissimo “Caramel” (Sukkar banat) del 2007. Gli eventi del nuovo film, Wa halla’ lawen? (“E adesso dove andiamo?”, 2011), si snocciolano in un quadro cronologico volutamente vago (la guerra civile, dal 1975 al 1990) e privo di connotazioni  e riferimenti a personaggi, eventi, luoghi,  di un passato ancora vicino.

Set unico ne è un piccolo e sperduto villaggio, vero e proprio microcosmo del Paese, in  cui convivono in armonia e semplicità cristiani e musulmani. Il film si apre con un lento corteo funebre di donne, che si producono in una mesta danza verso un cimitero  diviso a metà:  semplificazione semplicistica del conflitto libanese?

L’atmosfera  pacifica del villaggio viene perturbata  dai mass-media:  secondo la Labaki,  i giornali, la radio e la neonata  tv (almeno per gli abitanti di quello  sperduto villaggio), sarebbero responsabili  di  seminare  zizzania tra i gruppi confessionali. Per ragioni puramente casuali, cominciano le liti  tra le due comunità del villaggio, che si accusano  a vicenda di aver violato i rispettivi luoghi e simboli sacri: la croce della chiesa viene trovata spezzata, l’acqua benedetta  diventa  sangue, un ragazzino zoppo viene preso a calci dai cristiani, la statuetta della Madonna oltraggiata.

In un climax melodrammatico la situazione si fa incandescente. Occorre  adottare una soluzione drastica e rapida, per evitare che la guerra coinvolga l’intero villaggio. Il “miracolo” creativo – visto  che le prediche di prete e imam cadono nel vuoto –  viene  dalle donne che sanno cosa può distrarre gli uomini dalle loro velleità bellicose. Ed  ecco che agli occhi di questi ultimi  prende forma un villaggio completamente nuovo. Allucinazione e realtà? Come reagiranno le autorità religiose?

L’effetto comico della situazione è assicurato, per la sua carica sovversiva, o forse solo per la sua assurdità e impraticabilità. Tanto che nel finale – che rimanda idealmente e visivamente all’inizio del film – è lo stesso  interrogativo del titolo a mettere a dura prova il fardello e l’eccezionalità dell’identità libanese: “Adesso dove andiamo?”.

A distanza di più di vent’anni dalla fine formale della guerra civile (1975-90), ecco che l’opera della Labaki sembra una sfida aperta al superamento delle barriere religiose, in un contesto politico e socio-economico difficile, che spinge il libanese a non rinunciare ai suoi riferimenti nella comunità confessionale d’origine, vivendo in un Paese senza timone statale e in balia di un selvaggio liberismo che lo sta spogliando della sua dignità di cittadino.

In un Libano che quotidianamente e silenziosamente celebra il funerale  della sua classe media, al di là della matrice confessionale, il nostro auspicio è che qualche regista proponga una riflessione critica sulle radici della profonda crisi socio-economica.