Frangie, oltre la comunità verso l’individuo

Samir Frangie (foto) è uno degli intellettuali più lucidi del Libano che vuole scrollarsi di dosso l’asfissiante cappa del confessionalismo politico. Intervenuto di recente a Roma al convegno organizzato da Sant’Egidio, Frangie ha illustrato ancora una volta la sua ricetta per un Libano e un Medio Oriente più in armonia. La sintesi del suo intervento è del sito Il Mondo di Annibale.

Mettendo fine a decenni di dittature e tirannidi, “la primavera araba” ci sfida a rispondere a una questione fondamentale: come vivere insieme, uguali nei diritti e nei doveri, diversi nelle nostre molteplici appartenzne religiose, culturali ed etiche, e solidali nella ricerca di un avvenire migliore per tutti noi?

Una precisazione si impone subito: il vivere insieme non è sinonimo di coesistenza comunitaria, perchè non riguarda comunità o gruppi, ma degli individui appartenenti a diversi comunità, a diversi gruppi; individui dotati di identità e appartenenze, chiamati a vivere insieme.

La coesistenza tra comunità si basa sulla divisione, divisione del potere nel quadro di uno Stato unitario, o divisione del territorio in uno Stato federale. Il vivere insieme non si fonda sulla divisione, ma sul legame, il legame che ogni individuo è chiamato a stabilire tra la sua articolata identità e quello che è chiamato a creare con gli altri. Non si tratta soltanto di una necessità che ci impone la vita in una società diversificata, è la condizione della nostra autonomia individuale. Noi esistiamo attraverso gli altri.

E’ questo vivere insieme che è alla base del legame sociale, ponendo il principio della trascendenza dai particolarismi sui quali si fonda la cittadinanza, senza tuttavia imporre all’individuo di disfarsi delle sue molteplici appartenenze che contribuiscono a costituire la sua specifica personalità, nè a procedere a dolorose amputazioni. L’autonomia dell’individuo che è a fondamento della modernità non si fa a discapito del legame con l’altro. Non ha bisogno di rotture, ma della ricerca di un’armonia tra l’individuo e il gruppo, tra l’affermazione dell’autonomia individuale e il mantenimento del legame sociale.

La separazione delle due sfere, pubblica e privata, non si fonda dunque, in questa prospettiva, su un principio di diritto, ma su un principio di realtà. E’ necessaria perchè permette, creando uno spazio comune, di stabilire il vivere insieme e di mantenerlo.

L’accordo di Taef che nel 1989 mise fine alla lunghissima guerra libanese illustra bene questa idea. Quell’accordo, che ormai è parte della nostra costituzione, pone il vivere insieme quale fondamento della legittimità politica. Lega la legittimità dello Stato alla sua capacità di preservare il vivere insieme dei libanesi, che è alla base del loro contratto sociale. Questo accordo mette fine alla logica comunitaria decidendo, in una prima fase, di instaurare la parità a livello di rappresentazione comunitaria all’interno del potere (50% di deputati cristiani, 50% musulmani, ndr).

Non si tratta di spartirsi il potere, ma di assicurare, in un prim momento, la rappresentazione nel potere di tutte le comunità, in modo da superare e calmare le apprensioni che derivano dalle diverse memorie comunitarie, e di permettere poi di superare l’ipoteca comunitaria creando una struttura autonoma, un senato, nel quale le comunità siano rappresentate in quanto tali, consentendo così la contemporanea costituzione di uno Stato civile.

(…) In questo modo si è fermata la conta comunitaria, sostituendola con una maggioranza plurale, non riconducibile a nessuna delle sue componenti. In questo quadro i libanesi non formano più un agglomerato di membri di comunità, ma un’entità costituita non sul rifiuto dell’altro o su un’integrazione forzata, ma su una diversità accettata, riconosciuta e preservata. Quindi questo accordo libera i libanesi dalla paura dell’altro che è il fondamento stesso di tutte le politiche comunitarie. In questa prospettiva l’altro non è più un rivale da affrontare quale minaccia esistenziale permanente, ma un complemento necessario all’esistenza di ciascuno.

L’esperienza libanese può servire da punto di partenza per una riflessione araba su una nuova concezione di cittadinanza, basata sul vivere insieme e sul legame con l’altro? Può aiutare a costruire una via araba alla democrazia, più adatta alla realtà delle nostre società e consentire agli arabi di dare il loro contributo a questa modernità meticcia nata con la globalizzazione? Può anche aiutarci a sconfiggere l’onda islamofobica che si è sviluppata in Europa? E ancora: questa esperienza non si ritrova forse nell’eccezionale documento sulle libertà varato dall’università di al-Azhar? Non si ritrova nella lettera che ci hanno inviato i fratelli del Consiglio Nazionale Siriano, gettando le basi di un vivere insieme dopo mezzo secolo di conflitto siro-libanese?