Freud e le rivolte arabe

Si sono conclusi il 30 ottobre 2011 i lavori del convegno organizzato dalla Società libanese di psicanalisi e dalla Società Internazionale di Storia della Psichiatria e della Psicanalisi intitolato “Guerra finita, guerra infinita”.

È questo un tema di scottante attualità in Libano, perché – a oltre vent’anni dalla fine convenzionale della guerra civile – il Paese continua a vivere in uno stato di guerra latente e i libanesi si ritrovano a lottare per la salvaguardia di un’identità unitaria a rischio costante di frantumazione, in preda a paure ancestrali legate alla perpetrazione di conflitti intestini.

Il tema della guerra come forza istintuale auto-distruttiva e allo-distruttiva che tanto spazio ha avuto all’interno degli interventi e delle discussioni sollevate durante il convegno si inserisce nel solco di un saggio di Sigmund Freud che è parte di un suo carteggio con Albert Einstein dal titolo “Perché la guerra”.

Nel 1933, con l’ascesa del nazismo, Einstein scrisse a Freud per capire i motivi che spingono gli uomini alla guerra e il confronto tra i due si pone fondamentalmente la domanda se sia possibile superare la furia distruttrice che è insita nell’istinto umano e – deviandone lo scopo ultimo – sublimarla in una forza costruttiva.

E a un altro saggio di Freud, “Analisi finita e infinita” (1937), rimanda anche il titolo del convegno: in quest’opera lo psicanalista austriaco si sofferma sul tema del rifiuto da parte dell’uomo di sottomettersi a un sostituto del padre e di sentirsi obbligato a una qualche forma di riconoscenza nei suoi confronti.

Il Dottor Shauki Azuri, psichiatra, psicanalista e tra gli organizzatori di questo convegno in un’intervista al quotidiano beirutino in lingua francese L’Orient le Jour fa un interessante parallelo tra quest’atteggiamento individuale e la psicologia collettiva dei popoli arabi:

«Si toutes les masses arabes qui se rebellent aujourd’hui devaient répondre à la même structure, personne ne se serait révolté. Car ils se seraient sentis ingrats envers le leader ou le dictateur».

Évoquant l’opuscule de Stephane Hessels (Indignez-vous), le psychanaliste pose la question suivante: «Comment s’indigner si le père vous impose une sorte de diktat lié à une confusion entre la soumission et la reconnaissance; si le père vous maintient dans l’idée que si vous vous rebellez, si vous ne vous soumettez plus, vous êtes ingrat? Dans ce cas précis, il est impossible de faire un pas de plus, car chaque pas fait dans l’opposition au père entraîne un sentiment d’ingratitude à l’égard du père.»

«[… C’]est qu’un peuple peut en effet être soumis à l’arbitraire du dictateur, mais à condition qu’on ne lui fasse pas avaler des couleuvres, car en définitive le peuple est intelligent, il s’informe et ne se laisse pas faire, notamment à partir du moment où sa dignité est bafouée.»

«Car ce qui fait la force d’un dictateur, c’est lorsque “l’idéal du moi” dans chacun des membres d’une foule est projeté dans la personne du chef, ce qui veut dire qu’il n’y a plus chez les individus d’une foule “un idéal du moi” intériorisé puisqu’il a été placé dans le chef, effaçant par là leurs avis propres. Ils deviennent ainsi comme un robot qui exécute les ordres du chef ou du dictateur. C’est cet idéal du moi qui s’est retrouvé dans les révoltes arabes.»

«Les masses arabes ne sont plus désormais une masse au sens péjoratif du terme, mais plutôt une “masse individualisée” qui a retrouvé ses frontières et sa capacité de réflexion».