I Cinque Pezzi – Pezzo cinque. La bocca ovvero sulle occasioni

(di Giuf’a) Non direi difficile, più che altro per non peccare di furto concettuale, ma piuttosto complicato: l’inizio è sempre complicato. E per giunta l’importanza della fine se lo lascia spesso dietro come le due fermate di metro di troppo fra quella di partenza e quella di destinazione quando si va di fretta perché al puntuale si è preferito l’occasionale, ovvero l’inaspettato accadere di occasioni che sarebbe inumano non gustare. Occasionale, come rimanere nell’ascensore per lungo tempo a percorrere su e giù numerose volte tutto il palazzo. Perché? Per il rosso delle pareti interne che lo fan sembrare un pomodoro e lo specchio che ne amplifica le dimensioni facendolo sembrare il pomodoro mobile più grande al mondo. Inutile dire che durante il viaggio al suo interno la bocca resti spalancata nel tentativo di inspirare quanta più aria rossa possibile.

Poi faccio le scale, gli ultimi gradini fino alla porta di vetro, cammino un po’ sotto il canopy, lo attraverso e affronto il passaggio dallo spazio privato del palazzo a quello pubblico della strada.

È mattina e rumori di stoviglie dalle finestre dicono di bocche in attività.

Faccio presto a unirmi al quotidiano lavorìo masticoso, mi basta soltanto proseguire per un isolato verso destra quindi girare a sinistra e camminare fino al primo angolo dove il terreno comincia a manifestare la propria attrazione verso il mare (come resisterGli?!) inclinandosi un po’ verso il basso e dove si trova il furn che non è un posto per la fornicazione ma per la masticazione. Dentro ci abita un omino minuto tutto bianco-farina. Piramidi di spezie colorate lo incorniciano nel bianco delle pareti ancora più bianche alla luce dei neon perennemente accesi e massi irregolari di pani allestiscono lo spazio entro cui si muove. I vetri del bancone sono lì, frontiera fra il suo e il mondo degli altri, come dimora per colonie di semi, frutti secchi, dolci e pizzette che se ne stanno al caldo a fare il più antico mestiere del mondo: soddisfare le voglie altrui dietro ricompensa. I miei giorni beirutini iniziano davanti a quei vetri contro i quali neanche il sole levantino può tanto. A Beirut Apollo nel suo carro al posto del Sole porta Pane. Quando il carro è vuoto Apollo alza la mano destra in aria e dice “khamsa minùts” e dopo cinque minuti sei per strada a camminare col sole ricoperto di zaatar fra due fogli di carta marrone nelle mani.

Sono i cinque minuti migliori con cui iniziare una giornata e per questo dedico loro la fine di questi Pezzi: il Pezzo Cinque.

A Beirut il capitale ha preso a girare da anni e forse non ha mai smesso il proprio moto neanche durante i lunghi anni della guerra civile: a queste longitudini costruzione e distruzione hanno dimostrato di essere al pari processi rigenerativi per i soldi. Le enormi bocche delle banche non hanno quindi mai smesso il loro lavorìo masticoso ma anzi lo hanno sempre esercitato con costanza e disciplina: che avessero o meno un luogo fisico al riparo del quale poter stare oppure no non ha mai fatto grande differenza.

Me ne accorgo osservando un gruppo di zingari a riposo fra le rocce di Rawshe. Siedono su coloratissime sedie non molto distanti dalla linea del profilo dell’ombra che un altrettanto colorato edificio messo lì da qualche fanatico di Le Corbusier disegna con l’aiuto del sole. È una vera e propria linea di confine: al di qua gli zingari e le loro sedie, al di là le barche dei pescatori ad insegnare ai passanti le numerose possibilità del blu: azzurro, blu notte, ciano, blu oltremare.

Le rocce di Rawshe sono un luogo scomodo per riposare: la grande strada intestata al generale De Gaulle è appena sopra, sempre intasata di macchine a sputare fumo e rumore, gruppi di turisti continuano a disturbare la luce solare del giorno con inutili flash rivolti ai due faraglioni, stupide macchine dai vetri oscurati rovesciano uomini e donne in stile prato-all’inglese davanti a piscine artificiali dove i negri (categoria ancora contemplata a Beirut) non possono entrare, e i grandi stormi di grassi piccioni lì presenti dichiarano per l’ennesima volta di essere i migliori amici dei turisti.

Eppure questo è il luogo fisico in cui gli zingari esercitano il proprio lavorìo masticoso quotidiano, con costanza e disciplina ovviamente.

Le donne più giovani battono i pesci sulle rocce e li puliscono, circondate da sciami di bambini, mentre gli uomini scelgono i legni per fare il fuoco, osservati da ragazzi sotto ai cui nasi si cominciano a intravedere timidi neri baffi. Ognuno prende parte al rito del convivio secondo il proprio ruolo, molti sono inutili ma nessuno è superfluo e tutti sono a piedi scalzi a godere del diretto contatto con la sabbia.

Li osservo, vergognandomi un po’ della mia estraneità e del latente sentimento di timore che ancora, per colpa dell’educazione urbana ricevuta, provo alla vista di gruppi di zingari che mi dicono altre maniere di felicità per me insolite. Fisso le loro bocche e i chiaro-scuri che cambiano sulle loro guance secondo l’intensità del loro masticare e mi ricordo della bocca dell’impiegata in banca incontrata il giorno prima e dei chiaro-scuri delle sue guance piene d’acquolina per i pochi soldi che le stavo dando in temporanea custodia. Poi torno ad assaporare i pesci degli zingari e mentre lo faccio mi rendo conto che a Beirut non si mangia solo per fame ma soprattutto per condividere il primario bisogno di cibo: libarsi quindi, non cibarsi. Sorrido per l’allitterazione che mi passa per la mente e mi immagino a scriverla a carattere giganti su tutte le facciate delle case che guardano verso il mare: L – I – B – A – T – I – – D – E – L – – L – I – B – A – N – O, come fanno gli zingari e i banchieri.

Distratto dalle parole coi legni scartati per fare il fuoco costruisco una banca in cui lavorano zingari e le cui casseforti custodiscono pesci e vedo uomini eleganti uscire dalle porte scorrevoli della banca con reti piene di pesci spada e calamari da spendere. Poi con le lische lasciate per terra m’invento una spiaggia con al centro un bar dove camerieri servono agli stessi uomini eleganti grigliate miste di pesce e dollari con spremute di limone alla menta, insalate di euro e ful, sambusik di formaggio avvolti in assegni a vuoto, fattush con sterline croccanti e kefte di carne e yuan. Poi un “kifak? tourist? boat-tour? welcome to Leebnon” e mi vedo davanti uno di quei ragazzetti quasi baffuti. Parliamo un po’ finché non scorgo nei suoi occhi il riflesso della sagoma del mio corpo sottoforma di banconota, capisco di essere affamato e (forse) in preda ad allucinazioni e me ne vado anch’io a libarmi.

Cammino nuovamente in cerca di occasioni, non ho ancora molta fame in realtà e nessuno mi aspetta per cui mi è impossibile arrivare in ritardo. Passo di fianco alla goffaggine dei divieti bianchi su fondo nero della Zeitun Bay, alla resistenza forse un po’ svilita (comincio a pensare) dell’hotel Saint George, poi continuo fino alla solitudine dei tappeti delle moschee restaurate del centro ‘storico’ e arrivo alla tracotanza del nuovo campanile di cemento della chiesa maronita di Saint George. Mi ricordo che è giovedì e a Jemmaize l’armeno oggi cucina il piatto di riso con carne. Ci vado con un’amica che dice di volermi portare in un posto dopo pranzo, un posto dove le coppie di ragazzi vanno con la macchina per avere un po’ di privacy: “It’s a kind of left-over space where young couples go to kiss each other in the car and stay together… you know better than me that here young people need space”. “I still know nothing of this city but I can imagine how powerful Lebanese kisses can be: have you ever stared at a Lebanese mouth having its meal?”.

 


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