I Cinque Pezzi – Pezzo due. Le orecchie ovvero sull’equilibrio

(di Gyuf’a) Il numero due mi piace perché è un numero dimesso. Chi arriva secondo ad esempio vive sommessamente la sua quasi vittoria e per lui e le sue orecchie nessun inno verrà urlato dai metalli delle tribune. Il numero due mi piace perché è anche un numero costruttivo: chi arriva secondo infatti non ha ancora raggiunto il proprio obiettivo e non ha un primato da conservare, piuttosto deve ancora costruirne uno proprio. Il numero due ancora si fa piacere perché è un numero facile: costruire un proprio obiettivo è infatti più facile di conservarne uno già raggiunto.

Più in generale costruire è sempre più facile che conservare e in questo Beirut è televisiva: che tu voglia o no, una volta che ti ritrovi dentro lo vedi, te ne accorgi che alla difficoltà delle colonne e delle trifore si preferisce sempre la facilità dei pilastri e degli infissi scorrevoli, quelli che non fanno suoni, stanno muti e non attirano le orecchie dei passanti per strada a spiare i piedi sottosopra nei balconi e sui terrazzi.

Migliaia di orecchie camminano ogni giorno per le strade di Beirut: lunghe, larghe, corte, strette, ingioiellate, nude, velate, mozzate (eh sì che qui le bombe han finito di far danni non molti calendari fa). Le orecchie camminano silenziosamente e i loro passi, dimessi, dichiarano a ogni centimetro di marciapiede percorso la volontà di lasciare l’aria libera per i rumori circostanti. Costantemente a lavoro le orecchie se ne stanno lì, appese alla faccia che è loro capitata, come le foglie sugli alberi dei sempreverdi: irremovibili. Se fossero insetti le orecchie sarebbero formiche e non cicale, ma per fortuna non lo sono e c’è chi ama riempiendole di schiocchi e baci, anche a Beirut.

Se le orecchie di Beirut avessero dei polsi non indosserebbero orologi per orientarsi durante le intense giornate di lavoro ma clacson: i clacson di Beirut infatti non conoscono est né ovest e ciechi come sono, non s’accorgono di quando è giorno e quando notte, non smettendo mai di funzionare.

Le orecchie per fortuna sono due (e questo rende la loro vita più piacevole) e questo è il Pezzo Due a loro dedicato.

È il Levante che non ti aspetti quello che le orecchie a Beirut ascoltano: una catena di montagne più una valle più un’altra catena di montagne tengono lontane le lambade dei furgoncini in retromarcia di Aleppo e i richiami megafonici dei minareti quadrati (e non sghembi, my dear Hariri!) di Sham mentre matasse di fili elettrici bianchi si avvolgono attorno a corpi in corsa sul lungomare della Corniche, ammutolendo il mare e svuotando l’aria dei decibel urbani che non conoscono sottopassaggi, cavalcavia, recinzioni e arrivano ovunque, anche dove alle colf di colore non è concesso l’ingresso.

È il Levante che devi aspettarti quando sui marciapiedi di Zuqaq al-Blat realizzi che sul pavimento di quella strada Butros al-Bustani non ha mai pronunciato la parola cool solo perché non aveva mai ascoltato il tango. – Cool! – fa Karoline from Berlin – Tango-night tonight, and with hummus! This is a City! –

È stato il peggior hummus che le mie orecchie mi abbiano mai ascoltato mangiare, la birra meno frizzante che le mie orecchie mi abbiano mai sentito bere, il cigolio di dondolo più piacevole che i miei piedi abbiano mai suonato. È stato il monologo partecipato più delirante cui le mie orecchie abbiano mai assistito: Hamed era visivamente ubriaco e il vino che espirava inebriava persino il mio Eustachio, tanto che a fine serata non ero affatto certo di aver capito quel che avevo ascoltato e, mentre attraversavo la strada all’uscita, non mi ero accorto di aver sbagliato rotta – This way! Giuseppi: it’s the first time you make mistake with ways here in Beirut! – chiosa Karo.

Ecco cosa Hamed ha detto alle mie orecchie: “Io ho una casa nella Bekaa, e due qui a Beirut, a Badaro. In realtà quella nella Bekaa è anche di mio fratello e in una delle due qui a Beirut ci stanno mia moglie e mio figlio. Io abito da solo nell’altra e al piano terra ci sono sempre parcheggiate le mie macchine. Io ho tante macchine.

“Mio padre era uno furbo, qui abbiamo avuto la guerra e io e mio fratello nella nostra casa nella Bekaa non ce ne siamo neanche accorti: un giorno viene da noi e ci fa – Andiamo a Beirut, devo mostrarvi le vostre case! – e la guerra non c’era più, cioè non c’erano più i rumori ma non era comunque difficile immaginare cosa era accaduto intorno a casa mia e a quella di mio fratello prima che mio padre ce le mostrasse.

“Tu per esempio di dove sei? Tu potresti avere cinque mogli, una in Italia, una in Europa, l’altra in America e una in Corea, e viaggiare con le tue macchine per visitarne una al mese e vivere una vita felice. Io prima ne avevo tante di ragazze, come fate voi in Europa. Sì, vengo spesso qui, dormo al piano di sopra, cioè non più: prima dormivo qui al piano di sopra, me l’ha detto mio padre che questa, prima era casa nostra, prima che andassimo a vivere nella Bekaa. Mi piace, è bello che nella casa dove sono nato adesso entra e esce gente e la notte c’è la musica, non so se mio padre ascoltava Tango quando ero piccolo e stavamo qui, in quel piano lì, ma mi piace. A mio fratello invece no, non capisce niente, dice che ci hanno rubato la casa ma io so che se non ce l’avessero rubata adesso non esisterebbe più.

Li senti ‘sti rumori?

Lavorano anche di notte, stanno ricostruendo la città, anche dove non ce n’è bisogno, anche dove è meglio lasciare spazio vuoto chenonsisamai. ‘Sti rumori qui non smettono mai, anche la mia birra stasera li ha sentiti.”

Anche la sua birra e anche il gelsomino che ho messo in tasca, forse per metterlo al riparo dai rumori  di Hamed. Non l’ho visto il giardiniere letterato da cui ha preso il nome la via dove si trova la vecchia casa di Hamed, e mi sa che nessuno di quelli che adesso vivono in quella via, o appena dietro, fra il benzinaio e il sovrappasso con moschea e carro-armato a fianco, l’abbiano mai visto.

Peccato: avrebbe fatto bene alle loro orecchie ascoltarlo parlare.

Le orecchie a Beirut sono un fatto delicato, non è da esse che dipende infatti la stabilità fisica e l’equilibrio di un corpo umano in piedi? Così è lo stesso anche per questa città: in equilibrio finché qualche orecchio avrò ancora voglia di ascoltare. E lasciar parlare.