I Cinque Pezzi – Pezzo quattro. Le mani ovvero sulla difficoltà di dire

(di Giuf’a) C’è un bar a Jemmayze dove mi piace andare quando sono a Beirut, si beve bene, la musica è sempre bella e i tre ragazzi dietro al bancone sono gentili, curiosi e parlano tutti inglese con l’accento jemmaizino.

C’è solo uno specchio in questo bar, uno specchio molto grande in cui guardarsi guardando cosa succede alle spalle del proprio bicchiere guardando davanti a sé. C’è un solo specchio forse perché i tre ragazzi temono che aggiungendovene degli altri il loro bar rischierebbe di fare la fine del Caffè degli Specchi (poco più in là fino a non molto tempo fa).

Lo spazio dentro è piccolo e l’atmosfera raccolta. Io non siedo mai ai pochi tavoli lì presenti lungo la parete a sinistra della porta di ingresso. Mi siedo sempre al bancone, sono le mie mani a chiedermelo: come attratte da forte magnetismo, dapprima coinvolgono la maniglia della porta d’ingresso e subito dopo dichiarano la loro insoddisfazione e proseguono dritto, nell’aria, fino ad atterrare sul legno del bancone.

L’atterraggio è sempre morbido e distonico dagli occasionali stati d’animo che potrebbero perturbarlo. La precedente insoddisfazione da maniglia svanisce e uno stato di quiete interviene per permettere al piacere di sbarcare. Iniziano i primi sguardi e saluti con chi sta dietro al banco e le mie mani, intanto, si sdraiano sul legno come fissate da un’inaspettata colata di miele sputato lì da chissà quale ape tardiva. È notte, i gelsomini non sono molto lontani e le mie mani cominciano a ringraziare di essere cieche.

La prima volta che atterrai a Beirut rimasi colpito dalla libertà concessa alle mie mani di poter fumare ovunque desiderassero, persino in aeroporto. Ricordo che me ne stavo in fila e che finalmente Shengen non aveva valore alcuno e in mezzo al rumore di accendini e goderecci sospiri al tabacco mi accesi la prima sigaretta. La fila però era lunga o forse i poliziotti ai controlli pochi o forse lenti: ne accesi quindi un’altra, poi un’altra e poi un’altra. Ne fumai in tutto quattro, le mie mani facevano il giusto odore per cui allora fumavo, quell’odore di tabacco che resta fra le dita e resiste lì dove il fumo si perde e che per me era l’unica dipendenza da cui dipendere.

Quattro sigarette per entrare a Beirut e tutto il tempo del taxi con le dita sulle labbra: ricordo ancora i tabagismi che alle narici sussurravano le mie mani alle quali rendo omaggio adesso col Pezzo Quattro.

Poi inaspettatamente arriva la pioggia e porta con sé i primi segnali di appartenenza a un luogo.

Le mie mani suonavano la ringhiera del balcone di Hamra mentre le nuvole da Adana avanzavano incaute verso i pescatori abusivi del porto di Beirut e continuarono a suonare, forse un po’ più forte, quando le nuvole virarono verso destra prendendo la direzione di tariq Sham, non quella della toponomastica ufficiosa dello stradario beirutino ma quella reale: Sham, Damasco, per le nuvole soffiate dal cielo non è che un posto come un altro e nessuna scimmia in forma di umano in trono può deviarne la rotta. Le nuvole, di un  Assad qualunque, se ne fottono!

Le mie mani smisero di suonare per prendere a sorridere quando si accorsero di altre mani agghindate con pietre preziose che correvano sul marciapiede, appesantite dalla plastica colorata che al Rifai riempie di semi e dolci: era una signora di grandi dimensioni e vestita di rosso che cercava senza motivo riparo dalla pioggia e che se solo si fosse fermata un attimo avrebbe capito che la pioggia le era già riparo, riparo dai rumori di Beirut, poco colorati e poco dolci.

Quando piove a Beirut tutte le mani si ammutoliscono: la pioggia raccoglie tutti i rumori della città e li racchiude in unico scroscio che generosamente si riversa in tutti i tombini formali e cloache informali della città. Non si sente più nient’altro, piove da sud a nord, da est a ovest, da su in giù: le mani di Ahmed che vende frutta e succhi sotto il cavalcavia alla fine di Uzai, le mani di Robert che scrivono sotto dettato nel terrazzo sulla Corniche, le mani di Zeina che vende saponi al mercato lungo il nahr al Bayrut, le mani di Tamer che impasta il pane nei pressi di tallat al Duruz e quelle di Marcinel che rifanno i letti del ventitreesimo piano di Bolivar Street a Rawshe, le mani mie che battono pesantemente sulla ringhiera del balcone di Hamra non si sentono più. Una volta tanto nessuna mano sovrasta l’altra, tutte subiscono tacitamente l’inequivocabilità della pioggia e finalmente acquisiscono il diritto allo shwei shwei e la libertà incondizionata di agire senza suscitare clamori. Solo le mani dei tassisti sui clacson e quelle dei parlamentari sui tasti continuano di tanto in tanto a farsi sentire.

Il giorno in cui alla mattina mi ero alzato poco prima che piovesse l’ho concluso nel bar di Jemmayze. Chiesi il solito Negroni che questa volta fece aggrottare un po’ le sopracciglia alla ragazza. Nella più totale indifferenza delle mie mani le sue vivevano già un presentimento di panico per via di qualche mancanza ancora a me non nota. Mancava il Campari, o meglio non ce n’era a sufficienza, o meglio ce n’era ma soltanto per un piccolo Negroni. Risolsi allora chiedendo un Negroni in bicchiere piccolo e fu così che accontentai le mie mani che alla sera tengono sempre molto volentieri del rosso.

“Zujù spik Frensh?” “No” “Zujù lai zis musìc? Il è a Frensh ZiJ”. “Yes, I know him, it has become a kind of addiction for me in the last months… can you see? My hands can’t keep still everytime he is playing in the room where they are, even your wonderful wooden bar can not keep them stick to itself” “I love zisuàn partiquily” “Yes, me too but I’m not sure whether he is French or not” “Mais yes, his fazer is French and all his songs have parts sung in French”.

Decido allora di stare zitto e di ascoltare. Lo specchio davanti a me e dietro le spalle dei due baristi è innocuo in un momento del genere, la musica si sa, ha il privilegio di non produrre immagini rispetto alle altre arti e dopo una giornata di pioggia, piena di immagini offuscate, poco chiare e mai messe interamente a fuoco, nessun congedo poteva essere più idoneo se non un momento di acustica iconoclastia.

Faccio decollare le mani dal bancone, poi affido alla destra dell’aria da muovere per salutare e poi con la sinistra scalo sulla maniglia per un brevissimo momento.

Sull’intero tragitto di ritorno in taxi ho tenuto gli occhi chiusi mentre le mani solcavano le cuciture dei sedili in pelle sgualcita. Immagino nera, difficile dire di più.

Il giorno dopo non pioveva di più e per le strade un gran clamore di mani: pity the city!