I Cinque Pezzi – Pezzo sei. Sul senso

(di Gyuf’a) Nessuna geografia che tenga. E tutti gli atlanti del mondo a fargli da registro catastale dei beni di sua proprietà. Da Tolomeo a Idrisi, da Arno Peters a Gino, il mio vicino di banco durante le lezioni di geografia alle elementari, tutti a fargli da agente immobiliare. Che l’immateriale ha il vantaggio di potersi trovare ovunque, senza distinzione fra esterni e interni, giorni e notti.

Ho cambiato finestra per la quarta volta quest’anno, prima mi ci sedevo davanti, poi di lato, sulla destra, poi di spalle e infine di nuovo di lato, sulla sinistra: cornici diverse e intensità di suono variabili. Quest’ultima ad esempio urla spesso di giorno e la notte stride di metalli in decelerazione in curva, quella di prima si lasciava spruzzare di polvere di intonaco dalle 7.00 del mattino fino alle 17.30 del pomeriggio, quella di prima ancora assisteva sbigottita alla crescita di quattro pini in fila uno accanto all’altro coi tronchi piantati nel terriccio del cortile di una scuola.

Nessuna storia che fissi. E tutti gli avvenimenti del mondo a fargli da palinsesto. Da Romolo a Osman Gazi, da Rosa Luxemburg alla Signora Maria, la bottegaia vicinocasa che scriveva il conto sui sacchetti di cartone e dava il resto in gommette, tutti a fargli da immagine. Che l’immateriale ha il privilegio di non preoccuparsi della propria origine.

Ho conosciuto gambe che non avevo mai toccato quest’anno, visto cieli che non avevo mai considerato, annusato cibi che non avevo mai cucinato, mangiato emozioni che non avevo mai provato.

L’immateriale è sempre stato lì (e adesso qui) a spostarmi da una finestra all’altra, a spingermi da un’emozione all’altra, dichiarandosi con la solita onestà che lo porta a fare della sua connotazione numerica il proprio nome: Naso, Orecchie, Occhi, Mani, Bocca ma anche Sesto Senso, immateriale summa del sensoriale.

Provo a continuare il sollazzo verbale di inventare inedite definizioni: Senso sensibilissimo, Regno dalla semplice onomastica e della complicatissima ontologia, Cornucopia dell’indicibile… ma abbandono che di là nell’altra stanza c’è troppo rumore e non riesco a concentrarmi come vorrei. Per fortuna.

Beirut percepita attraverso il Sesto Senso come appare?

Esercizi difficili, quasi da leva obbligatoria, quelli che ordino alle mie mani per farle scrivere. Ripiego: elenco. O forse no: rimando alla memoria.

Primo rimando.

Poche sere fa un’amica di un amico mi fa “il mio ragazzo adesso è a Beirùt”– brava – penso io – finalmente una che ci mette l’accento – “si trova lì per lavoro e mi ha appena mandato la foto di una bar bellissimo, si chiama Central, lo conosci? Ogni volta che va a Beirùt – l’accento mi sorprende di nuovo – mi manda tantissime foto e penso che sia un bel posto: prima o poi gli chiederò di portarmici”. È una sera che piove di primavera, i piedi dei milanesi prematuramente scoperti sono colti di sorpresa dalle piogge, l’allergia si è presa il mio naso e durante una rotatoria mi ricordo che un anno fa, esattamente un anno fa, stavo a Hamra senza allergia.
Mentre l’amica del mio amico parla, ritiro le spalle come fanno i bambini e lascio scivolare giù verso il sedile una tranquillizzante sensazione di difficoltà – com’è difficile spiegarglielo, come posso descrivergli Beirut qui inmezzoaunarotatoriamentrevadoaunafesta? – l’omino immobile del rosso del semaforo mi salva: il Sesto Senso mi dice di tacere e svio la discussione.

Secondo Rimando.

Ero in treno di ritorno da Palermo, col mare sulla sinistra e Tusa sulla destra, avevo deciso di scrivere sul Sesto Senso ma poi avevo abbandonato per colpa di quel finestrino che continuava a proiettare immagini che da troppo tempo desideravo rivedere.

Terzo rimando.

Alcuni mesi fa, nella capitale meno popolosa della storia e con la più alta concentrazione  di cheesecake del mondo contemporaneo, camminavo lungo la riva sinistra di Fischerinsel appena dietro un gruppo di uomini e donne. L’aria era bagnata e tutto, acqua dello Spreekanal compresa, era umidissimo. Sento un kifik e do ragione al Sesto Senso che mi ha fatto simpatico sin da subito quel gruppo di pedoni. Li supero sorridendo e poi mi giro per scrutarli da vicino e vedo che nelle mani tengono cartelloni e pezzi di stoffa pieni di parole scritte fra le quali la più gettonata è “SYRIA”, scritta proprio così, in maiuscolo. Sono diretti all’ambasciata dalle pareti sbronze degli Stati Uniti, e anche a quella francese che gli sta davanti, o dietro, a seconda dei punti di vista. Sono tutti siriani e hanno lasciato casa pochi mesi fa per continuare a studiare “in safer conditions” e parte delle loro famiglie adesso si è trasferita a Bayrùt – ad emozionarmi qui non è soltanto l’accento ma anche la ‘a’ al posto della ‘e’ e la ‘i’ scioltasi in ‘y’.
Questi studenti vanno a manifestare il proprio dissenso verso l’inattività degli Stati più influenti del mondo sulla crisi siriana in atto, li seguo e con grande rammarico scopro che la manifestazione non accoglie più di una cinquantina di persone. Il Sesto Senso mi suggerisce che questa città ha deciso di ignorare la storia contemporanea e di non curarsi di cosa succeda al di là dello Schwarzwald. Poi dopo un paio di settimane vado a sentir parlare due bravissimi graphic designer di Beirut e realizzo che a Berlino i manifesti in arabo sono più cool delle manifestazioni degli arabi.

Quarto rimando.

“Metti su Raitre che si parla di Beirut. Ti abbraccio, qui tutto bene. A presto”. Così sullo schermo del mio furbofono una domenica pomeriggio mentre me ne sto chino sulla scrivania a disegnare. Il collo mi fa male per la scorretta posizione in cui lo forzo ma la penna mi è ormai sesto dito della mano destra e il Sesto Senso mi dice di non lasciarmi distrarre da spettacoli già montati.

Quinto rimando.

Un altro treno, un altro finestrino: la pianura padana all’alba tutta intorno. Stradella non si vede, ma la torre di Novara sì. Il vagone è vuoto e così le risaie sotto un fresco sole rosa ce le godiamo in pochi: io, due ragazzi seduti un po’ più in la, una donna africana e la voce registrata dell’altoparlante, il capotreno non ci fa più caso. Il risveglio è senza più risaie e con i sedili tutti occupati da culi italiani e non diretti oltralpe. Accanto a me un odore di oliva e sesamo sbatte contro il mio naso e interroga il mio Sesto Senso.
Appartiene a una donna velata che non parla italiano né francese e che mi mostra la cosa più preziosa custodita nella sua borsa: il foglio di visto ottenuto in Italia appiccicato su un passaporto che in breve tempo riconosco.
“Paris, Paris” continua a dire “Ana Paris, wa anta?” “Ana Paris” dico anch’io e poi mi fermo che vorrei saltarle addosso e offrirle il più fisico degli abbracci mai dati. Imprecando per l’impossibilità di dirle altro la faccio sedere al mio posto che si trova vicino al finestrino ma alla prima stazione transalpina un’altra donna, questa volta smagrita e pallida di nord, viene da me a reclamare il suo posto che così era scritto nel biglietto. La donna di oliva e sesamo intanto si è appiccicata al finestrino a guardare i ruscelli e i prati verdi dei noiosissimi villaggi delle Alpi francesi, ignara che qualcosa, forse il suo Sesto Senso, l’abbia spinta a sedermisi accanto senza far caso al numero di posto stampato sul suo biglietto.

Sesto Rimando.

Piastrelle composte di grani di roccia arenaria a terra sui gradini poi il bisolo lungo e largo e di una pietra più scura poi altre scale, due-tre-quattro-cinque rampe su fino al terrazzo: SBAM! Il porto di Beirut visto dall’alto e da così vicino: il silo del grano biancheggiante sul blu del cielo di notte e le stupide guardie con le spalle al mare per fare la guardia e fissare le targhe delle macchine sfreccianti sull’antistante litoranea, forse l’unica autostrada al mondo insieme alla circonvallazione di Palermo a disporre di nomi e numeri civici. Seduto a un tavolo basso condivido la mia assenza con altre persone, intento soltanto a memorizzare quelle viste che da ogni lato si vedono. Chiedo al mio bicchiere di interpretarle e parlo senza ascoltare fino a quando il Sesto Senso spunta dalle porta delle scale e viene a sedirmisi di fronte, sull’unico sedile rimasto vuoto, il più scomodo. Allora l’interazione diviene spontanea e su una di quelle guardie lì sotto con le spalle al mare spunta un fumetto con dentro scritto: “Cosa minchia guardi? Vivi.”

E allora smetto di scrivere che la scrittura è una forma di osservazione e senza l’uso di nessun accendino mi fumo Beirut che il Sesto Senso mi dice che non potrò mai smettere di continuare a tornarci.

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