I Cinque Pezzi – Pezzo tre. Gli occhi ovvero sull’illusione gnoseologica degli elenchi

(di Gyuf’a) Finalmente succede. Prendo il largo, come si suol dire, dal porto di Beirut e già mi sento in un libro.

La sera prima l’avevo trascorsa alla ricerca di solipsismo: nessuno in casa, avanzi di man’ushe dal pranzo sul tavolo del soggiorno, io a camminare per casa a piedi scalzi e mucchi di scarpe a fare da guardia all’ingresso.

Era caldo che lo scaldabagno era uscito a bere al bar sotto casa, appena girato l’angolo verso sinistra: “Un jellab!”, avrà detto, prendendo goffamente posto sugli sgabelli alti in fila sul marciapiede “Un jellab, che ho voglia di viola, non m’interessa il gusto”.

Basito di vedere uno scaldabagno ordinare un jellab al proprio bar il cameriere avrà impugnato il suo furbofono e avrà sicuramente fatto una foto per testimoniare la straordinarietà dell’esperienza. Poi, mentre tornava indietro verso il bancone, deve aver pensato “forse è meglio che ne faccia due, nel caso in cui una venga sfocata… anzi: ne faccio tre così sono sicuro”.

Io quel viola l’avevo visto già poche ore prima in compagnia di un amico che l’aveva ordinato mentre un venerdì qualunque mi costringeva fra le strade di Bashura su un servìs in compagnia di una ragazza bella e una donna cicciona. Appena arrivato al ristorante anch’io ne ordinai subito uno: al tavolo c’erano due sedie, una per me e una per il mio amico, ma era ovvio che fossimo in tre: Io, Lui e Beirut: in tre, tanto per sentirci più sicuri, che nel caso uno dei due si fosse distratto ci sarebbe stata comunque Lei, distratta dalla nascita e oramai assuefatta al fresco viola.

Il numero tre quindi è sicurezza, etimologicamente giustificabile con la frequenza con cui questo numero ritorna, anche nella più banale delle esperienze biografiche concesse all’uomo su questo pianeta multicolor.

Qualche esempio? il triangolo pitagorico, i triumviri romani, i tre poteri, l’occhio interiore (il terzo appunto), le tre grazie, le tre scimmie, i tre re magi, i tre mondi (il primo, il secondo e il Terzo), le tre marie (quelle del panettone), le tre età della vita, i tre moschettieri, la trilogia dell’Incomunicabilità di Antonioni, Jules, Jim e Catherine (di cui nessuno si ricorda mai), le tre cantiche della divina commedia, il padre il figlio e lo spirito santo.

Credo che lo scaldabagno abbia trascorso tutta la serata a rinfrescarsi al bar perché non l’ho sentito rientrare quella sera mentre concentravo le mie attenzioni sul curtain wall catodico dell’albergo di fronte che mi pareva di poter comandare dal dondolo sul terrazzo; credevo che il dondolo funzionasse da telecomando remoto e che, a secondo del ritmo dondolante assunto, fossi in grado di accendere o spegnere le finestre dell’hotel come canali televisivi: sull’uno davano grassi e pallidi piedi statunitensi in preda a emoticonmanie su skype, sul due c’erano solitari posaceneri alle prese con difficoltà digestive per l’enorme quantità di mozziconi ingoiata, sul tre si vedevano pesanti tende tirate a nascondere chissà quale gioia repressa. Andai a letto divertito e convinto di conoscere tutto sulla vita di quelli che si muovevano dietro a quei vetri. Convinto perché avevo visto.

La mattina dopo, davanti a una parete di ciambelle colorate, nonostante vi stessi lì di fronte a guardarle, proprio non capii perché i giovani abitanti di Hamra le preferissero, per colazione, alle effimere piramidi di zaatar pronte a impolverare le paste dei forni della città e quando dopo mi diressi verso la panchina con vista dell’Aub, quella dalla quale è possibile iniziare la propria giornata guardando il sole, ancora basso sul mare, ricalcare la sagoma di Cipro, mi fu allora chiaro che la sera prima non avevo conosciuto niente di quello che era accaduto dietro quelle finestre proprio come nulla ero riuscito a comprendere, poco prima, del fascino cromatico che le ciambelle devono suscitare sugli abitanti di una città nel cui aeroporto le pareti e i cartelloni pubblicitari sono bianchi, e nulla stavo conoscendo in quel momento sul sole, il mare e Cipro.

Anche le mie scarpe me l’han detto quella mattina: “Gli occhi non ti fanno conoscere nulla, elencano! Ma lo fanno con costanza e mai smettono di farlo, così ci si abitua fino a credere che un elenco di immagini possa essere conoscenza”. Come dire: la vista ti convince come il numero tre ti rassicura: in modo illusorio. Va da sé quindi che questo sia il Pezzo Tre dedicato agli occhi.

“Your phone and passport and no photo here in the military port”: finalmente succede.

Prendo il largo, come si suol dire, dal porto di Beirut e già mi sento in un libro. Abbandono subito l’idea di trovare tracce del primo viaggio di Europa dalla madrecosta (che se esiste una madrepatria non vedo perché non possa esistere una madrecosta), e me l’immagino già Lei, poco più a nord, costretta in abiti madeinchina, a nascondersi dietro un menù gigante per strada durante uno sciopero nazionale in casa di quelli che per primi l’hanno accolta.

Non concedo niente ai miti che sono anche quelli illusori e mi concentro invece su un’altra cosa, il ribaltamento del punto di vista che generosamente mi sta offrendo il mare. Guardo finalmente a Beirut e vedo tutto come se stessi sdraiato su una rosa dei venti, con l’est e l’ovest a dichiararsi spontaneamente. Vedo il grande porto ad est allontanare la città dal fiume, un tempo vestito di gelsi; vedo la lunga autostrada cingere la costa da nord a sud, ignorare le difficoltà una volta invece fondamentali: Cette Coste est haute per i viaggiatori francesi del xviii secolo; vedo i due seni di Mussaitbe e Ashrafiyye emergere e scorgo che sono uguali, visti da lontano e vedo che non si vede tutto quello che le gru hanno fatto succedere negli ultimi anni in mezzo a loro; vedo la Corniche sdraiata lì dove finisce la terra e centinaia di persone passeggiare avanti e indietro come gamberi; vedo che per fortuna a Beirut non c’è, nonostante i tentativi, un waterfront ma tante case, tutte diverse, una accanto all’altra, che si trovano lì perché davanti hanno il mare; vedo la pausa verde di Phater Bliss dire in silenzio tutta la sua estraneità in mezzo a tanto vociare e vedo i due fari di Manara, non molto distanti fra loro che vi immagino uno striscione appeso da uno all’altro con su scritto: hic sunt leones.

Metto a riposo le dita e infilo i tasti nella tasca destra dei pantaloni: “Come sta il mare di Beirut?” chiedo a Stefano, ricercatore a bordo della nave dello stravolgimento ottico e dopo po’ di parole vengo a sapere dell’esistenza di terrazzi marittimi che, tentando di estendere il dominio terrestre su quello marino, hanno creato negli anni un habitat unico, pianeggiante (qui dove non ci sono pianure) in cui gli abitanti respirano ossigeno a tratti liquido a tratti gassoso.

Sorrido di questa ennesima incertezza geografica scovata e capisco la fatica che ogni mattina fa l’addestratore di piccioni davanticasa per richiamare i suoi alla ritirata: quelli, i piccioni, sanno dell’unicità dei terrazzi e volare, per loro, significa poterli guardare liberamente dall’alto.

Poi mi ritornano il passaporto e il telefono e mi ricordano chi sono. Mentre lo fanno so già di essere un altro. Ho appena scoperto che gli occhi elencano, la mente imprime e il corpo intero legge. (E che per conoscere una realtà è necessario uscire dal sistema di riferimento cui appartiene e osservarla dall’esterno per comprendere quale ruolo assumere al suo interno)

Man’ushe?