I Cinque Pezzi – Pezzo uno. Il naso ovvero sulla fine delle fiabe

… la Karantina è un nostos otorinico di cui è partenza la cacca e arrivo il gelsomino, nel tè.

(di Gyuf’a) Liberato dallo iodio nell’aria, il mio naso, a Beirut, si risveglia. Ogni mattina timidamente nel silenzio lascia la centralità della scena alle mani e ai loro movimenti mulinici che mandano segnali fino alle pacifiche falangi dei miei piedi. Non si cura delle sbronze notturne che le macchie rosse si prendono ogni notte, la notte prima, e le lascia riposare sulle poltrone da esse stesse disegnate intorno alle ginocchia e lungo i polsi. È un sollievo sentir rumoreggiare le proprie narici nell’acqua fatta rosa dalla ceramica del lavabo, il caffè poi passa fin sotto le porte, attraversa i peli colorati dei tappeti e arriva fino al bicchiere di vetro con gli spazzolini dentro. È un piacere non sentirsi solo, una volta tanto, al risveglio: a Beirut siamo in due, io e il mio naso (questa volta piucchemmai).

Il mio amico mi fa: “ti ho trovato casa, a Hamra, da amici di amici – sa benissimo che non avrebbe potuto dirmi di meglio – non serve ringraziarmi, mi devi cinque pezzi però, promesso – un amico deve anche essere un dispensatore di costruttiva difficoltà ho sempre pensato – promesso?” Beirut si sa, non lascia pensare, è un fatto sensoriale e l’intelletto, povero lui – è persino maschio -, non è un senso, semmai fa senso, oh sì come fa senso…

Aspetto quindi la fine di Beirut e poi mi vedo costretto ad aspettare anche la fine della pioggia, anzi delle piogge. Poi ancora mi metto ad aspettare che il cingalese panciuto che custodisce la mia bici e i miei rifiuti mi consegni i libri comprati e solo allora, la sera, un movimento elettrico mi porta dal divano alla sedia a scrivere del mio naso. Pezzo uno, appunto: Il naso; poi verrà il Pezzo due, magari la bocca, il Pezzo tre, magari gli occhi, il pezzo quattro, magari le mani, e il pezzo cinque, le orecchie magari.

Il mio naso a Beirut ha conosciuto la fine delle fiabe e la banalità della decadenza che il mio intelletto studia e subisce da anni, il mio naso a Beirut è diventato unodinoi.

L’inizio è stato di mattina, mi trovavo a Beirut per studio e mi occupavo del Porto e dell’area della Karantina con depuratore e mattatoio annesso. La fine è stata di pomeriggio, mi sono ritrovato a bere un tè al gelsomino accanto a una capra appesa a testa in giù, di fronte a due ragazzini in macchina che giocavano con un cucciolo di pitone. Il gruppo di lavoro era composto da me, Alì, libanese del sud appassionato di macchine, Mariya, libanese del centro proprietaria di macchine, e Hind, siriana di Damasco – maquantoerabella – stupida come le macchine.

Eravamo praticamente in gita, bisognava visitare il sito di studio, costruirci una nostra idea, prendere appunti, sperimentarlo fisicamente, discuterlo e fare foto: io, Mariya, Alì, Hind, una Nikon 300d, una Nikon coolpix, due Sony alpha, un naso di disegno paterno (il mio), due nasi levantini di un Levante pre pratoallinglese (quelli di Mariya e Alì) e un delicatissimo naso all’insù, quello di Hind. Tutti accorti a digitare bene sulla plastica nera dei nostri occhi a pixel ignoravamo l’esuberanza che di lì a poco avrebbe riguardato i nostri nasi.

Piccola introduzione storico-geografica (senza etimologie né Phéniciens di mezzo): il porto di Beirut e la Karantina si trovano lungo l’unico tratto di costa libanese perfettamente rivolto verso nord, verso il quale sono spinti dalla pressione della nobile collina di Ashrafiyye, seno destro della valle beirutina concessa dalle montagne del Libano. Sono stati sempre qua, da quando esistono: la loro ubicazione ha subìto minute variazioni ma il loro destino è sempre stato legato alla distanza dal declivio intercollinare, fra Ashrafiyye e Moussaitbeh e alla vicinanza al Nahr Bayrut, il fiume che segna tuttoggi, seppur solo dal punto di vista amministrativo, la fine della città.

Inutile sottolineare come il Porto e la Karantina occupino prepotentemente ampio spazio che potrebbe essere riconsegnato alla città, interessante invece sottolineare come la città ne stia occupando, un po’ alla volta, dei frammenti. Sì perché se il porto dall’esterno risulta impenetrabile e all’interno è pieno di finti civili che ti braccano non appena il sole si riflette sul vetro del tuo i-phone, dentro è pieno di pescatori, responsabili di un poeticissimo leisure che ha tutto il diritto di dirsi svago, mentre la Karantina ha già da tempo dato nuova vita al suo sottosuolo: niente spazio qui per chi è malato e non si vuol fare curare, dove un tempo giacevano piramidi di carcasse umane adesso ci si stipa, da vivi, per ballare o per andare a vedere esposizioni di lampade contemporanee. I piani terra e i balconi invece sono riservati a indomiti palestinesi e siriani. Interessante…

Il porto e la Karantina, con depuratore, mattatoio e foce del Nahr Bayrut annessi rappresentano oggi l’area più inquinata di tutta la città e uno dei tratti di costa più inquinati di tutto il Levante. In un posto del genere, si direbbe, non si va in gita. E invece no. Bisogna andarci a imparare che il naso è esperienza senza la quale ci si limiterebbe all’informazione degli occhi.

La Karantina di Beirut non è un bel posto, e non è neanche interessante. L’assurdità del posto lascia esterrefatti ma con ancora la voglia di andare a cercare il primo venditore ambulante di mentine e galouises. Qui le luci della ruota panoramica del vicino far west aubbino non si vedono – e non si vedrebbero – perché al loro posto ci sono animali da pascolo decapitati che marciscono sul letto del fiume, come stesi su un bagnasciuga dell’Adriatico; torrenti di acque di scarico urbano che sfociano liberamente non molto lontano dagli animali acefali; dune di rifiuti da far invidia a quelle che una volta si trovavano dove adesso i Drusi c’hanno il loro montarozzo e il ministro del turismo libanese accoglie nello squallore i curiosi di lì capitati; mandrie di camion fumosi, dipinti di verde e scoreggianti fumo nero.

Qui le luci della ruota panoramica di Ras Beirut non si vedrebbero perché Karantina non è un posto da vedere ma un luogo per annusare, fino alla nausea, l’agonìa degli animali scannati verso Mecca e poi lanciati via verso Larnaca; odorare, fino al disgusto, i più privati momenti delle case beirutine che gli occhi non colgono per via dei pesanti tendaggi ai balconi; respirare il rumore metallico dei rifiuti che sbattono contro le pareti dei cestini lungo i marciapiedi costantemente puliti da indianini.

Da bambini c’insegnano che la cacca fa puzza e i gelsomini dell’anziana signora dirimpettaia fanno odore, la Karantina è un nostos otorinico di cui è partenza la cacca e arrivo il gelsomino, nel tè.

La capra appesa a testa in giù e i due bambini che giocano in macchina con un cucciolo di pitone sono solo dettagli. Interessanti…