Il Libano oltreoceano: teatro di “doppia assenza”?

(di Estella Carpi*). Come Umm Isa in La Porta del Sole di Elias Khury, quando forzatamente abbandona Gerusalemme durante la nakba palestinese e pensa alle sue zucchine lasciate rosolare sul fuoco, ho lasciato il Libano lo scorso marzo con una sensazione di incompiutezza. Incompiutezza intesa come impossibile ritorno alle cose per come le ho abbandonate.

Sul volo da Beirut a Sydney, pensavo al personale Odi et Amo che mi lega al Libano, e che accomuna i miei sentimenti e quelli degli autoctoni.

“Questo Paese è una barzelletta”, dice il tassista mentre tenta di avanzare in Corniche al Nabaa, totalmente allagata a causa della pioggia incessante.

“Non c’è cervello in giro!”, mi dice un altro mentre evita un incidente con un’altra auto che tenta di sorpassarlo.

“È tutta un’unica menzogna… Che ti aspetti in questo posto?”, ripete la gente in attesa di una risposta dalla compagnia aerea libanese Mea in sciopero da ore all’aeroporto di Beirut nel dicembre 2011.

“Ho 65 anni, ho combattuto nelle Forze Libanesi durante la guerra civile, e tuttora penso di non essere capace di vivere nel mio Paese”, dice un mio intervistato.

“Il Libano? È una sorta di kirkhane (casinò), cara mia, che accetta qualunque scommessa. Tanto alla fine sei tu quello che ci perdi in ogni caso!”, mi dice un giovane di Zgharte, davanti ad un piatto di hummus in un ristorante di Tripoli.

“Perché… c’è forse qualcosa di serio e reale in questo posto?!”, risponde con fare ironico un amico libanese alla spiegazione di una mia uscita scherzosa.

L’impressione certamente fuorviante che potrebbe restare è un immenso senso di disaffezione dei libanesi verso il loro Paese. Disaffezione cronica. E come poterlo chiamare disincanto, quando storicamente mai nulla, nel Paese dei cedri, ha permesso di costruirsi illusioni in prima istanza?

Nei sobborghi occidentali di Sydney, la neo-patria dei libanesi d’oltreoceano, ho ritrovato tra le vecchie e nuove generazioni in un primo momento l’ancor sconosciuto Libano dell’affezione; quello che avevo ben raramente incontrato tra i “neo-rifugiati” a Bir Hassan e a Shiyyah, o tra alcuni residenti di Dahiyye – sobborghi sud di Beirut – delusi e disillusi dalle politiche locali. Un’affezione difficilmente ritrovabile anche nei tanto decantati pub artificiosi di Gemmayze, o tra gli stretti vicoli fangosi di Burj al Barajne.

Pur nello smarrimento identitario, come me lo han definito gli stessi emigrati libanesi delle più vecchie generazioni, e pur nell’esilio linguistico di non padroneggiare appieno la lingua inglese, e, allo stesso tempo, di avere sempre più frequenti amnesie in dialetto libanese, il tipico attaccamento libanese al territorio riemerge nei sobborghi di Sydney in tutta la sua potenza. Le memorie dei cecchini, dei vicini nel panico, degli spari dietro l’angolo, dell’insicurezza generale ai tempi della guerra civile che hanno spinto alcuni tra questa gente a emigrare e di cui ben pochi tra loro si sentono di raccontare, si mescola all’orgoglio di appartenere genealogicamente alle oligarchie locali ai tempi del mandato francese (1920-1943).

È interessante come tra la gente della diaspora più datata, diventi bizzarramente motivo di orgoglio l’appartenenza al Libano dei “topi nel formaggio” – come il presidente riformista Fuad Shehab (1958-1964) chiamava le poche famiglie influenti e avide di spadroneggiare. Dico “bizzarramente” perchè quei topi nel formaggio sono ancora sulla bocca di buona parte della cosiddetta società civile libanese laica e libertaria, che li reputa la prima fonte dei mali odierni, e che disprezza e accusa questi molteplici don Rodrigo comunitari e feudatari, poi miliziani da strapazzo, poi signori della guerra, infine padroni della politica odierna e inguaribili tessitori della rete di vassallaggio “collaboratrice” della cosiddetta comunità internazionale. Signorotti condonati, perdonati, e persino rafforzati grazie alla grande bufala dell’amnestia generale promossa dallo Stato (marzo 1991) che ha ignorato, calpestato e omologato le esperienze e le sofferenze individuali delle vittime della guerra civile.

Nel talvolta mancato adattamento alla società australiana attuale di cui i migranti velatamente mi parlano, e nell’ideale tensione costante a impersonare il Libano dell’affezione, la “doppia assenza” di cui parlava il sociologo algerino Abdelmalek Sayyad prorompe in tutta la sua ambivalenza espressiva.

L’illusione dell’espatriato, e la sofferenza dell’immigrato. L’incapacità di tornare, e lo smarrimento nel restare.

In altre parole, il “gene diasporico libanese”, come lo chiamano essi stessi, è prodotto in zone di confine; e potrebbe sopravvivere solo sul confine, fino a incarnare il confine stesso.

(continua…)

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* Estella Carpi è studentessa di dottorato presso l’Università di Sydney e passa lunghi periodi in Libano per la sua ricerca.