Il matrimonio in Libano? Sacro ma non sicuro

(di Elisa Piccioni) Ostaggio del botox, dei tacchi alti e di un sessismo di Stato che le categorizza a cittadine di secondo livello, le donne libanesi hanno ancora molti diritti da ottenere prima che la loro fama di donne più libere del Medio Oriente possa corrispondere degnamente alla realtà.

Se paragonate alle sorelle dei Paesi vicini, le libanesi godono di una maggiore libertà sessuale, hanno un ampio accesso al mercato del lavoro e scorrazzano liberamente per i locali della città fino a ora tarda, ma il paragone con gli scenari peggiori non ha senso quando si parla di diritti.

Lo sanno le centinaia di donne che il 18 febbraio si sono ritrovate in piazza Samir Kassir, nel Down Town di Beirut, per sostenere la campagna STOP Domestic Violence Against Women, e chiedere allo Stato di difenderle dalla violenza domestica, incluso lo stupro e la violenza psicologica.

“In Libano non c’è una legge contro la violenza domestica. Mi ricordo che da piccola sentivo il mio vicino di casa picchiare sua moglie e i suoi bambini, ma mia madre mi diceva che non potevamo fare niente, che erano affari di famiglia”- racconta Farah Kobaissy, attivista del collettivo Nasawiya (che in arabo significa sia “femminile” che “femminista” ). “Avrebbe potuto ucciderla, ma non erano affari nostri. Questo tabù non è più accettabile.”

Nell’aprile del 2010 il Consiglio dei ministri ha approvato un progetto di legge contro la violenza domestica presentato dalla Ong Kafa (“basta” in arabo) e da una decina di altre organizzazioni.

Da allora, però, il  progetto di legge è stato emendato più volte dalla Commissione parlamentare che lo ha svuotato della sua essenza originale, fino all’ultima clamorosa uscita dei suoi membri che, incapaci di mettersi d’accordo pressoché su tutto, su una cosa hanno convenuto senza dubbi: non esiste stupro all’interno di una coppia sposata.

Composto da otto parlamentari, tra cui anche una donna (Samir Jisr, Nabil Nicolas, Michel Helou, Gilberte Zouein, Ghassan Moukheiber, Ali Ammar, Imad Hout and Shant Jinjinian), la Comissione avrebbe infatti deciso lo scorso dicembre di rimuovere la clausola che puniva il reato di violenza sessuale tra i coniugi. “Non esiste qualcosa chiamato stupro tra marito e moglie.”- ha spiegato Imad Hout in quell’occasione al Daily Star – “Si tratta di costringere qualcuno con la forza ad avere rapporti”.

Come se le conseguenze della violenza carnale sulla donna, in termini di trauma psicologico e fisico, non siano le stesse (se non più gravi proprio a causa del legame affettivo) se commesse dal marito.

L’accertamento degli episodi di violenza domestica è inoltre disciplinato dal discusso articolo 26 aggiunto alla legge dalla Commissione. In caso di denuncia infatti, questo articolo dà ai tribunali religiosi il compito di valutare in via preliminare se vi sia stata o meno violenza, e solo in caso affermativo il giudizio finale è trasferito al tribunale civile.

“È una disposizione retrograda, che ci riporta indietro, non avanti” – spiega Farah intervistata nell’ampia sede di Nasawiya nel quartiere di Mar Mikhail. “Ancora una volta si sta dando ai tribunali religiosi il previlegio di definire quando si tratti di violenza. Questo è un nuovo attacco allo Stato civile in Libano.”

Tenere le donne sotto le leggi comunitarie, vuol dire tenere tutta la famiglia e dunque tutta la società sotto questo sistema. “Lo scopo della legge era quello di dotare il Paese di una normativa civile sensibile alla violenza di genere” – continua Farah – “ma la legge è stata modificata fino a includere tutti i membri della famiglia. Così è stata svuotata del proposito originale, che era quello di bilanciare i privilegi accordati all’uomo dalle leggi comunitarie.”

Ognuna delle diciotto confessioni riconosciute in Libano ha le proprie leggi, tribunali e costumi e ognuna disciplina il diritto di famiglia in diciotto modi diversi. Tendenzialmente tutte le principali religioni presenti nel Paese favoriscono però l’uomo: breadwinner indiscusso. Il marito, ad esempio, ottiene più facilmente la custodia dei figli in caso di separazione ed è l’unico genitore in grado di trasferire il numero della sicurezza sociale ai figli.

Ma le donne libanesi non se la passano male solo fra le mura domestiche. Non va meglio ad esempio in parlamento, dove le donne sono solo il 3% dei deputati. È forse anche questo il motivo per cui un’altra grande battaglia, quella per modificare la legge sulla nazionalità, non è stata ancora vinta.

Secondo la legge attuale le donne libanesi non possono tramettere la loro cittadinanza ai figli. Se una libanese sposa dunque uno straniero, i loro figli non saranno considerati libanesi e, di conseguenza, sarà per loro molto difficile ricevere benefici – come l’istruzione e l’assistenza sanitaria – dallo Stato.

Risultato di una cultura fortemente feudale e patriarcale, il sessismo che si ritrova oggi in differenti aspetti della società libanese sembra difficile da sradicare. Per le donne del Paese dei Cedri la strada per l’uguaglianza è ancora bella lunga.

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Nella foto in alto compare il manifesto della campagna STOP Domestic Violence Against Women apparso in molte strade di Beirut. La versione originale con lo slogan “He will legally rape you” è stata ritenuta troppo provocatoria dalla Sicurezza Generale e modificata.