Libano, al Rai cardinale. Davvero una promozione?

(di Antonio Picasso). Lo scorso 24 novembre, Sua Beatitudine Bechara Butros Rai, patriarca di Antiochia dei Maroniti, è stato innalzato alla dignità cardinalizia da papa Benedetto XVI.

Di solito in Occidente, alla notizia che un vescovo è stato fatto cardinale, si è presi da un senso di ammirazione. O di semplice sorpresa. La porpora cardinalizia è la potenziale anticamera per il papato. Sebbene il diritto canonico non preveda che il pontefice sia necessariamente un cardinale. In Medioriente però questa solennità gerarchica si dimentica con un battito di ciglia. Da quelle parti infatti, il cardinale non è né più né meno che un segretario del vescovo di Roma. Un segretario particolarissimo e molto influente, questo è certo. Ma nulla più che un attaché.

«Un patriarca che accetta l’investitura cardinalizia perde tutta la sua autonomia», spiegava mesi fa un sacerdote greco-cattolico, melchita tanto per essere chiari. «I vertici delle nostre chiese godono di un’antica autonomia giuridica, ritualistica e di privilegi». Privilegi che, una volta imporporati, appaiono vittima di assoggettamento. Le chiese armeno-cattolica, greco-cattolica, maronita e siro-cattolica si definiscono infatti sui iuris. Quindi, pur mantenendo lingua, liturgia e rito schiettamente orientali, vivono in comunione con Roma[1]. In comunione, non in sottomissione. Com’è invece per la gerarchia papa-cardinali-vescovi.

Altro che principe della chiesa quindi! A settembre, Rai – nato a Himlaya (Libano) nel 1940 – quando ha ricevuto la comunicazione del suo prossimo innalzamento, deve aver reagito con non poca preoccupazione. La porpora cardinalizia è un colore che lascia perplessi molti fedeli suoi connazionali. Ancora per un motu proprio di papa Paolo VI, del 1965, i patriarchi delle Chiese d’Oriente, non appartenendo al clero di Roma, possono essere nominati cardinali vescovi, senza però ricevere un titolo o una diaconia. Tuttavia sono papabili. In questo caso è curioso ricordare The Shoes of the Fisherman, film del 1963 di Michael Anderson, sconosciuto ai più, ma che merita una riflessione per la sorprendente previsione della sua trama[2].

Tante sono le contraddizioni nell’innalzamento di Rai. Il suo predecessore, il patriarca Nasrallah Butros Sfeir – oggi ultranovantenne e ritirato dagli impegni pastorali – ha dovuto anch’egli accettare la berretta cardinalizia, nel 1994, per concessione di Giovanni Paolo II. Tuttavia, tra Sfeir e Rai la differenza è forte. Il primo infatti è ricordato perché, nel 2000, è stato il primo leader maronita a chiedere il ritiro dell’esercito siriano dal Libano. Mentre l’anno successivo si è fatto promotore del gruppo “Qornet Shahwan”, volto al dialogo politico tra le Chiese nazionali. Tuttavia, all’inizio del suo magistero Sfeir è stato accostato alle Forze libanesi di Samir Geagea.

Anche Rai ha dimostrato più volte la capacità di intervenire nelle questioni politiche del suo Paese, esplicitando un orientamento però ben lontano da quello del predecessore. Le sue dichiarazioni quindi hanno suscitato spesso polemiche[3].

D’altra parte, nel mondo arabo un qualsiasi pulpito religioso fa da palcoscenico a un comizio. Imam, abouna o patriarca che sia, la politica resta strettamente legata al messaggio spirituale. Come detto, un’attività dalla quale Sfeir non si sottraeva in passato. Da qui il dubbio che la prudenza di Sfeir, negli ultimi anni di patriarcato, fosse dovuta a una moral suasion vaticana piuttosto che a una sua scelta personale.

E qui si ritorna alla perdita dell’autonomia accennata poco fa. Facendo un salto ancora più indietro, è esemplare il caso di Massimo IV Sayegh, patriarca greco-cattolico, installato cardinale da Paolo VI nel 1965. «Lui non voleva la berretta. Gli è stata imposta», aveva commentato il sacerdote assistente di Gregorio III Laham. Una forzatura da parte di Roma dettata dal momento storico. Correva l’anno in cui si concludeva il Concilio Vaticano II, durante il quale Massimo IV aveva assunto una posizione molto precisa in merito al rinnovamento linguistico della liturgia e al dialogo ecumenico[4].

Con la nomina a cardinale, la Santa Sede sembra che tenda ad appoggiare la linea politica dei porporati, contenendone al tempo stesso la spinta centrifuga. Promoveatur ut amoveatur. Che poi di una rimozione a tutti gli effetti non si tratta, ma quasi. Nel momento in cui il patriarca della situazione rischia di andare troppo lontano sulla sua strada, il papa lo chiama a sé, gli fa una proposta che non può rifiutare. Il che svuota il concetto di comunione con Roma delle Chiese d’Oriente.

Rai vanta un canale di dialogo con Hezbollah. Tant’è che al concistoro del 24 novembre scorso era presente Ghalib Abu Zeinab, responsabile per il Partito di Dio delle relazioni con i cristiani. Per il Vaticano il fatto che il patriarca parli con gli sciiti è importante. Tanto più che i leader laici maroniti hanno perso tutto lo smalto di un tempo. È cosa buona e giusta quindi che Rai si faccia carico di questo vuoto di leadership. Ma senza esagerare.

Postilla di conclusione. All’intronizzazione i patriarchi maroniti aggiungono sempre il nome Butros a quello che già hanno di battesimo. Butros, come Pietro in arabo. Quindi successore del Pescatore. Nel cattolicesimo però il solo discendente di Pietro sta a Roma. Non in Libano.



[1] A. PICASSO, “Il Medio Oriente cristiano”, Cooper, Roma, 2010, p. 206.

[3] I due link sono solo gli ultimi e più rappresentativi esempi delle recenti esternazioni del patriarca Rai.

[4] J. CHAMMAS, “The Melkite Church”, Editor Archibishop Dr. Lutfi Laham, Jerusalem, 1992, p. 145-147.