Il sogno di Khoury: “Scrivere qualcosa come Giufà”

(di Elena Chiti)

Il 9 novembre 2011 l’ENS (École Normale Supérieure) di Lione ha accolto lo scrittore libanese Elias Khoury, grande voce della letteratura araba contemporanea. Un nutrito pubblico ha seguito gli interventi degli specialisti – Éric Dayre, Gilles Ladkany, Katia Ghosn e Stéphane Baquey – e dello scrittore di origine egiziana Robert Solé, autore di romanzi in francese e ammiratore dell’opera di Khoury.

Ma, soprattutto, Elias Khoury ha parlato di sé. Con un esordio degno dei suoi romanzi, in cui l’inizio non è mai un punto di partenza lineare ma la tappa incerta di un lungo percorso. Khoury si è detto incapace di parlare della propria opera: uno scrittore può interpretare un altro scrittore, ma non detiene la verità sulla propria scrittura. Poi, con il rovesciamento di prospettiva caro alla sua espressione artistica, ha smentito quanto appena affermato, dando prova di essere un grande lettore di se stesso.

Khoury è nato a Beirut nel 1948, nel quartiere cristiano di Ashrafiyya. A vent’anni, il contatto con i campi profughi palestinesi in Giordania lo segna profondamente. Si schiera a fianco dei palestinesi quando scoppia la guerra civile in Libano, nel 1975. E inizia a dedicarsi alla scrittura. Vuole lasciare una traccia del presente nel presente, perché questo nuovo conflitto libanese non sia relegato a un ambito di trasmissione orale e familiare, di storie sussurrate da padri a figli di generazione in generazione, come nel caso della guerra civile del 1840-1860.

Khoury fa la guerra di giorno e la sera torna a casa per scrivere. Scrivendo cerca la verità, un’interrogazione costante nei suoi primi romanzi, che scompare a poco a poco nei successivi. Perché non si può scrivere il presente così com’è, le cose e le persone così come sono. Perché identità e verità monolitiche sono semplificazioni degne dei totalitarismi, strumenti pericolosi nelle mani dei carnefici.

Per Khoury, che si richiama alla struttura narrativa delle Mille e una notte, le storie inventate e le vicende umane sono come porte. Ogni porta si apre su un’altra, ogni storia sfocia in un’altra storia, senza inizio né fine. Ogni persona o personaggio è specchio dell’altro, in un gioco di riflessi in continuo movimento, da cui scaturisce il senso del meraviglioso (al-‘ajîb). Non si tratta di realismo magico, per lui, ma semplicemente di realismo: la meraviglia sta negli elementi della realtà che si specchiano l’uno nell’altro.

Khoury ricorda che nella poesia preislamica e islamica classica, da Imru’l-Qays ad al-Mutanabbi, il poeta usa spesso il duale. E non al posto del plurale, ma del singolare: come scelta cosciente per parlare di sé, per esprimere una propria duplicità interiore, uno sdoppiamento (inqisâm) dell’anima. Questo sdoppiamento è anche il suo. Scrittore impegnato, in letteratura come nell’arena politica, Khoury non è mai stato neutrale. Ha sempre scelto una parte secondo le proprie convinzioni: “E per quella parte potrei morire – dichiara – ma morirei distante, con un certo cinismo”.

La stessa distanza lo separa dalla sua produzione letteraria, di cui non si sente padrone. È un autore che non controlla le sue storie, non ne stabilisce l’andamento, perché “scrive come un lettore”.

E racconta di un suo incontro, negli anni Settanta, con il grande scrittore egiziano Yusuf Idris. Al giovane Khoury, in adorazione di fronte al suo idolo, Idris disse di non sentirsi affatto un grande scrittore. Un grande scrittore è chi scrive qualcosa come Giufà: un personaggio immortale, noto a tutti, ma di cui nessuno conosce il creatore, perché è eclissato dalla fama della sua creazione.

Da allora, questo è il sogno di Khoury: scrivere qualcosa come Giufà, essere eclissato dalla propria scrittura.

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Cinque opere di Khoury (Khuri) sono disponibili in italiano, tradotte da Elisabetta Bartuli:

Il viaggio del piccolo Gandhi, Jouvence 2001.

Titolo originale: Rihlat Ghândî al-Saghîr (1989).

Rappresentare il Mediterraneo. Lo sguardo libanese (saggio; con Ahmad Beydoun), Mesogea 2002.

Titolo originale: Les représentations de la Méditerranée. La Méditerranée libanaise (2000).

 La porta del sole, Einaudi 2004.

Titolo originale: Bâb al-Shams (1998).

Facce bianche, Einaudi 2007.

Titolo originale: Al-wujûh al-baydâ’ (1981).

-  Yalo, Einaudi 2009.

Titolo originale: Yâlû (2002).