Iman Humaydan Younes, la guerra delle donne

(di Elena Chiti) Liliane aiuta suo figlio Karim a fare i compiti. Chino sul libro di scuola, il bambino legge una filastrocca per imparare l’alfabeto arabo. Bâ’ mithla bayt… mithla Bayrût: “B come bayt (casa)… B come Beirut”. Ma di Beirut ormai – pensa Liliane – restano solo le macerie di una casa.

Siamo a quindici anni dall’inizio della guerra civile libanese, a pochi mesi dalla sua fine ufficiale. La guerra ha spazzato via qualsiasi filtro tra interno ed esterno. Ha sventrato le case a colpi di obice, ha costretto le famiglie a scomporsi e ricomporsi per accogliere i parenti sfollati, in una promiscuità che ha tolto alle coppie, compresa quella di Liliane, qualsiasi forma di intimità.

Beirut si è svuotata e ripopolata, come si è svuotato e ripopolato il palazzo che è al centro del romanzo Bâ’ mithla bayt… mithla Bayrût di Iman Humaydan Younes, scrittrice libanese ancora poco conosciuta in Italia, malgrado la pubblicazione di questo libro, con il titolo Donne di Beirut, dalla neonata casa editrice bolognese La Linea.

Un romanzo duro, intenso, che non merita di passare inosservato. Quattro capitoli per quattro donne: Liliane, Warda, Camelia, Maha. Tutte libanesi. Tutte di età, origini, appartenenze religiose o comunitarie diverse. Tutte riunite dalle circostanze nello stesso palazzo beirutino, ormai praticamente abbandonato perché situato in zona pericolosa, colpita dai bombardamenti e regolarmente presa d’assalto dalle milizie.

La scrittrice ritrae le sue donne in un quotidiano logorato da quindici anni di guerra, in cui la paura ha lasciato il posto allo sfinimento, a un senso di arrendevolezza che sfiora l’inerzia. Una routine fatta di dolore anestetizzato da altro dolore, ovattato dall’abitudine.

Le poche cose che riescono a spezzare la routine – come l’arrivo della giovane Camelia nell’appartamento di Maha – vengono spezzate a loro volta. È così che la ragazza, piena di vita e scanzonata fin quasi all’insolenza, crolla di fronte alla scoperta che il miliziano con cui ha una relazione le ha ucciso un amico. Per noia, per gelosia, per arroganza: semplicemente perché poteva farlo.

Il potere degli uomini incombe sul vissuto femminile. Talvolta si fa presenza ingombrante, come quella dei miliziani in casa di Maha; talvolta è un’assenza che soffoca ogni slancio vitale, come la freddezza del marito di Liliane, un tempo premuroso e ora irraggiungibile.

Quel che accomuna le quattro protagoniste di Iman Humaydan, così diverse tra loro per esperienze e carattere, è proprio – sullo sfondo della guerra – l’assenza incombente degli uomini. Che siano padri, figli, mariti, amanti, gli uomini non condividono il quotidiano femminile: la guerra li ha uccisi o armati; portati in strada oppure all’estero; resi insensibili oppure violenti. E di fronte a questo vuoto, a questa violenza, la complicità femminile si spinge fino alla connivenza, all’intesa silenziosa e perfetta quando si tratta di passare dall’inazione all’azione: per versare il sangue di un uomo che le ha fatte soffrire.

Una vendetta profondamente voluta, maturata e assaporata. Una scrittrice che ha il coraggio di sfatare il luogo comune, falso e rassicurante, che dipinge le donne come creature votate alla compassione, capaci di uscire immacolate dal sangue delle guerre.

***

Quest’opera di Iman Humaydan Younes è disponibile in italiano:

Donne di Beirut, traduzione di Monica Ruocco, La Linea 2011.

Titolo originale: Bâ’ mithla bayt… mithla Bayrût (1997).