L’autunno della “primavera libanese”

“Segui la tua nazione, non la tua confessione” è questo il significato del graffito a sinistra vergato sul muro di una strada di Beirut, una delle poche tracce che rimangono del movimento contro il confessionalismo che ha mosso i primi passi all’inizio del 2011.

Il 27 febbraio a Beirut si è svolta la prima marcia contro il sitema confessionale che ingabbia il Libano dal 1943, quando, attraverso il patto nazionale stabilito nel momento in cui fu decretata l’indipendenza del Paese, il potere fu ripartito in modo proporzionale tra le principali confessioni religiose. A quella marcia snodatasi sotto una pioggia torrenziale lungo la “linea verde”, il confine tristemente noto di demarcazione durante la guerra civile tra la Beirut Est cristiana e la Beirut Ovest musulmana, altre ne sono seguite e il 21 Marzo i partecipanti hanno addirittura raggiunto quota 20 mila secondo gli organizzatori.

E tuttavia ad aprile il movimento è stato squarciato da rotture, incomprensioni e strumentalizzazioni da parte dell’una o dell’altra parte politica, al punto che persino i primi organizzatori del movimento se ne sono allontanati.

Le coalizioni politiche – sia quella al governo che include il movimento sciita Hezbollah, sia quella del 14 marzo dell’ex premier Saad Hariri – hanno di fatto osteggiato il movimento: “Per la prima volta in due anni hanno avuto qualcosa in comune su cui essere d’accordo: odiarci”, afferma in un’intervista al Daily Star, il quotidiano libanese di lingua inglese, Assaad Thebian, giornalista e tra i primi organizzatori del movimento.

Il sistema confessionale è estremamente radicato nella società libanese e così risulta particolarmente difficile sradicarlo, anche se la maggioranza dei cittadini volesse il contrario. “La società è terreno fertile per il confessionalismo – afferma il professor Fawwaz Trabulsi che insegna storia e politica all’Università americana di Beirut (AUB) –, tutti i partiti confessionali provvedono ai servizi di base e in questo modo si hanno decine di migliaia di persone collegate direttamente al sistema. Sono persone che studiano in scuole confessionali, che beneficiano di ospedali confessionali”.

E aggiunge anche che gli eventi in corso nella vicina Siria e negli altri Paesi interessati dalla cosiddetta “primavera araba” hanno avuto un impatto negativo persino sui sostenitori più entusiasti del cambiamento: “Adesso la gente è preoccupata, vede il cambiamento come caos, come conflitto confessionale, come fallimento, o come oppressione”.