Libano, il “mudir” di Shatila

Palestinian refugee children enjoy a ride at the Shatila refugee camp in southern Beirut

(Sirialibano.com, October 28, 2010)

Lontano dalle vetrine scintillanti del downtown beirutino, i sobborghi meridionali della capitale ospitano una delle tante realtà palestinesi in Libano: il campo di Shatila. Una dimensione anomica odierna che serba il ricordo di massacri passati. di Simona Loi

 

 

Munir Maaruf, il direttore del campo dei rifugiati palestinesi di Shatila, mi guarda con leggero disappunto quando gli chiedo se la nostra visita potrà durare più di un’ora.

Date le dimensioni estremamente ridotte del campo non necessitiamo di tanto tempo, mi spiega, ma accetta di concedermi una mezz’ora in più.

È la terza volta che mi reco a Shatila, eppure sarei capace di perdermi ancora tra le sue strade strette come mulattiere, soffocate da edifici che incombono l’uno sull’altro.

Munir, invece, procede spedito e sicuro: riveste da quattordici anni il ruolo di “mudir” (in arabo direttore, sovrintendente, amministratore) del campo e, alla mia esclamazione di stupore davanti a tanti anni di esperienza nel medesimo luogo, accenna un primo, timido, sorriso.

La gestione dei campi palestinesi è affidata alla United Nations Relief and Works Agency (UNRWA), che opera in Siria, Libano, Giordania, Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupandosi di fornire assistenza e protezione a quei circa cinque milioni di rifugiati palestinesi che vivono nel vicino oriente.

Costituita dal Consiglio di Sicurezza con la risoluzione n. 302 dell’8 dicembre 1949, l’agenzia è l’ente responsabile, ma non esplica nessun ruolo amministrativo, dei campi e tantomeno ne possiede la terra.

Fa da corollario a ciò che lo Stato libanese non interviene a Shatila, non essendo l’autorità competente preposta.

Ci immergiamo in un percorso labirintico la cui prima tappa è l’ospedale.

Rinnovato di recente attraverso finanziamenti spagnoli, il centro clinico fornisce un primo livello di assistenza medica, basilare, in maniera totalmente gratuita ai palestinesi, tutti. Qualora si necessiti di cure di più alto livello, invece, entrano in vigore dei meccanismi di collaborazione con diversi ospedali beirutini, attraverso un sistema di condivisione delle spese tra singoli e UNRWA.

Munir, con una punta di soddisfazione, mi spiega che il centro funziona bene e tiene a precisare come, di recente, si sia giunti ad un meccanismo ordinato e regolato di accoglienza dei pazienti attraverso degli appuntamenti, a differenza di un passato in cui il disordine regnava nella clinica.

E imperversa tutt’oggi fuori di essa.

Camminiamo, o meglio Munir procede e io gli trotterello dietro, bersagliandolo di domande mentre tento di evitare i rigagnoli e le pozzanghere che rendono umide le viuzze tra le costruzioni e, al contempo, scrivo incessantemente su di un taccuino le cui pagine ritengo siano eccessivamente piccole, ma che rendono comunque curiosi gli sguardi dei passanti.

Mi stupisco di quanto siano elevate le abitazioni.

Mi vien detto che nel 1948 inizia la loro costruzione prevedendo un solo piano di altezza, andando a sostituire le tende poste dai rifugiati riversatisi a Beirut a seguito dell’occupazione israeliana delle terre palestinesi.

Dopo il 1967, anno della Guerra dei sei giorni, e le tragiche vicende del Settembre Nero del 1970, con le organizzazioni militanti facenti capo all’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, stanziate a Beirut, nel campo di Shatila si instaurò un regime di maggiore libertà di costruzione che si accentuò dopo la Guerra dei campi del 1985-86, quando Shatila venne distrutta, e poi ricostruita seguendo livelli di parossismo tali per cui le abitazioni crebbero in altezza sino ad arrivare ai cinque e sei piani a partire dagli anni ’90.

Tutto ciò senza un piano regolatore e senza l’intervento dello Stato libanese: un sistema totalmente anarchico e informale che si traduce in un continuo serpeggiare di fili neri sospesi che conducono nelle medesime traiettorie l’elettricità, la connessione ad internet e al satellite, senza protezione alcuna contro l’acqua piovana o quella che stilla in grosse gocce dai balconi sovrastanti.

Matasse di cavi neri aggrovigliati e scoperti, carichi di umidità: mancando le abitazioni di adeguati “spazi vitali” che le separino, i raggi del sole non filtrano.

Se ne deduce che da ciò derivi un eccessivo bisogno di utilizzare la corrente elettrica per illuminare, anche in pieno giorno, gli ambienti.

E Munir a questo punto sottolinea il problema del razionamento perenne e disagevole dell’elettricità, che coinvolge il campo, come tutto il territorio dello Stato libanese.

Proseguendo a fatica, data l’angustia degli spazi, per altro congestionati in parte dai motorini che si arrampicano nelle vie strette e in parte dai carretti che vendono kaak, le ciambelle di pane costellate da semi di sesamo, giungiamo alla scuola elementare “Ramallah”, creata nel 1985 e gestita dall’UNRWA.

Il cortile è ancora vuoto, non essendo ancora giunta l’ora della ricreazione, e anche sgombro: siamo giunti infatti prima dell’avvio delle pulizie, ci spiega con fare affabile Saher, la direttrice dell’istituto, la “mudira” che ride di gusto davanti alla mia faccia allibita quando apprendo da lei che i bambini arrivano a scuola alle 7.10 circa per iniziare con la prima lezione del mattino alle 7.30 e terminare per le 13.00.

Segue un breve scambio di opinioni tra me e Munir circa l’organizzazione dal vago sapore militaresco degli orari scolastici, immedesimandoci nella difficoltà di tale sistema d’orari per i bambini. Saher, di tutt’altra opinione, tutt’affatto scomposta, ci informa del fatto che i bambini la mattina sprizzano energia e giocano da subito.

Salutiamo la direttrice, prima di venire investiti dallo scrosciare degli alunni che chiassosamente scendono in cortile per la merenda.

Se della fornitura di servizi quali assistenza sanitaria, educazione e raccolta dei rifiuti si occupa l’UNRWA, non altrettanto avviene nell’ambito della sicurezza interna al campo.

Munir comincia ad elencare una lista di nomi che non riesco a riportare tutti sulle mie pagine: al-Jabha al-Shaabiya li-Tahrir Filastin, al-Jabha ad-Dimuqratiya li-Tahrir Filastin, al Qiyada al Aamma, as-Sayqa, Fatah al-Islam…che definisce tanzimat, ossia i gruppi (armati) che si fanno garanti del mantenimento dell’ordine all’interno del campo, dove né le forze di polizia né l’esercito libanese intervengono.

Il disappunto cocente di Munir comincia a manifestarsi nella sua totalità quando gli pongo la questione di quale sia, secondo lui, il problema più urgente a Shatila: Io amo l’ordine – afferma – e qui manca.

Ordine nel senso ampio di regolata e armonica gestione della quotidianità del campo che invece è lesa dai militanti armati, dai cavi sospesi in balia della pioggia, dall’umidità che le pozzanghere generano, dalla strade fangose e polverose in cui di continuo si vedono i bambini non palestinesi che non vanno a scuola, dalla case fatiscenti a tratti e addossate disordinatamente l’una all’altra..mentre i muratori sollevano altri muri in maniera totalmente disinvolta inventando spazi abitativi che vanno a comprimere quelli pubblici.

Io mi chiedo da quale delle tre moschee di Shatila (Jamea Shatila, Jamea at-Taqwa, Jamea Jenin) inizi a diffondersi l’invito alla preghiera.