Libano, Hezbollah e il tunnel del Tsl

Il leader di Hezbollah Hasan Nasrallah e il premier libanese Najib Miqati(di Lorenzo Trombetta per Limesonline) Il movimento sciita libanese Hezbollah, a capo della coalizione di partiti che domina l’attuale governo guidato dal sunnita Najib Miqati, gongola per aver smascherato una rete di spioni della Cia infiltratasi nei gangli della Resistenza anti-israeliana.
Il ministro degli esteri libanese, Adnan Mansur, uomo del presidente del parlamento Nabih Berri, alleato di Hezbollah e fido esecutore degli ordini dei siriani, ha convocato l’ambasciatore Usa a Beirut per chiedere chiarimenti sull’affare Cia-Hezbollah.
Il lavoro di spia è il secondo più antico mestiere del mondo e, al di là della fondatezza o meno delle accuse rivolte dal movimento sciita agli Stati Uniti, è molto probabile che gli americani abbiano tentato, con successo o invano, di penetrare la segretezza del Partito di Dio.
L’innalzamento dei toni retorici e mediatici di Hezbollah e dei loro alleati a partire della vicenda delle spie Usa è però sintomo di crescenti difficoltà all’interno della coalizione di maggioranza libanese.
L’ipotesi, seppur ancora remota, della caduta del regime siriano di Bashar al Assad, tradizionale alleato dell’Iran e potenza locale nel Paese del Cemento (non più Paese dei Cedri!), rappresenta la prima fonte di preoccupazione per il fronte della Resistenza, opposto a quello filo-occidentale guidato dall’ex premier Saad Hariri.
Più a breve termine, a complicare la vita a Hezbollah e ai suoi alleati è la questione dello stanziamento della quota libanese per il finanziamento del Tribunale speciale per il Libano, con sede in Olanda e incaricato di giudicare i presunti responsabili dell’omicidio dell’ex primo ministro Rafiq Hariri (padre di Saad) e di altri attentanti compiuti nel Paese tra l’ottobre 2004 e il gennaio 2008.
Entro la metà di dicembre, il governo di Miqati dovrà approvare il rinnovo della quota libanese (35 milioni di dollari, il 49 per cento del budget del Tsl). Se non lo farà, l’esecutivo potrebbe cadere. Lo stesso primo ministro, sunnita e originario di Tripoli (roccaforte dei sunniti anti-siriani), ha affermato in una recente intervista televisiva che se il finanziamento non sarà approvato lui si dimetterà.
Nei mesi scorsi, dall’Olanda sono stati spiccati quattro mandati di arresti nei confronti di altrettanti membri di Hezbollah accusati di esser coinvolti nella pianificazione e nell’esecuzione dell’omicidio Hariri. Entro febbraio 2012 sono attesi altri mandati di cattura, per altri tre omicidi mirati compiuti a Beirut. Con molta probabilità il dito sarà puntato ancora sul movimento sciita.
Il suo leader, il sayyid Hasan Nasrallah, ha ripetuto più volte la tesi ufficiale del partito: il Tsl è una creazione di Israele. E’ un tribunale politico instaurato dai nemici della Resistenza per fiaccare il fronte anti-sionista.
Con questa premessa, Hezbollah al governo dovrà ora decidere se sacrificare la sua apparente inattaccabile coerenza accettando di approvare il finanziamento alla corte internazionale, oppure rischiare di far cadere il governo.
Questa seconda ipotesi, in uno scenario regionale non così favorevole alle forze reazionarie (Siria, Hezbollah, Iran, Israele, Arabia Saudita) e pronto a esplodere su più fronti, riduce gli spazi di manovra di Nasrallah e dei suoi uomini. Perché non è detto che una guerra, libanese o regionale, li renda vincitori a lungo termine.
Per questo a Beirut, ogni attore politico sta ponderando attentamente l’opzione di far ripiombare il Libano in una nuova crisi istituzionale, lasciando che il vuoto di potere si impossessi per l’ennesima volta delle piazze già in tensione.
Non è comunque detto che le parole di Miqati, amico intimo degli al-Asad di Siria, siano così definitive. La politica, a Beirut come altrove, ha il suo linguaggio e la posizione espressa dal premier potrebbe risuonare più come un avvertimento a chi sostiene il suo esecutivo piuttosto che un ultimatum.
La decisione sul finanziamento del Tsl richiede la maggioranza dei due terzi del governo composto da trenta ministri, divisi tra una maggioranza filo-Hezbollah e filo-siriana e un’altra filo-Hariri e filo-occidentale.
Conti alla mano, sarebbe impossibile per Miqati raggiungere l’approvazione senza i voti dei ministri di Hezbollah, di Amal e di Michel Aoun, indefesso alleato cristiano del Partito di Dio (“Voteremo contro il finanziamento anche se Hezbollah votasse a favore!”, ha detto Aoun più lealista del re).
Ma osservatori locali ipotizzano uno scenario alternativo che, sebbene rischi di non essere costituzionale al cento per cento, garantirebbe a Hezbollah di salvare la faccia e il governo. Miqati potrebbe ricorrere all’approvazione non da parte del governo ma da parte del Parlamento.
Qui, se i deputati del leader druso Walid Jumblat (autore del ribaltone di gennaio 2011, che portò alle dimissioni di Hariri e alla consequente nomina di Miqati) si unissero ai loro ex alleati, si riuscirebbe ad avere la maggioranza sufficiente per votare l’approvazione. Jumblat, che solitamente fiuta prima di tutti gli altri dove soffierà domani il vento, ha già dato segnali concreti di volersi riposizionare. Anche perché le notizie che giungono dalla Siria non sono certo incoraggianti per Hezbollah e i suoi alleati.
E domenica 27 novembre a Tripoli, nel nord del Paese, tornerà dal dorato esilio volontario Saad Hariri. Apparire (come un Mahdi sunnita?) sulla pedana dai vetri blindati a fomentare i sunniti tripolini contro “il governo Miqati ostaggio dell’Iran” e quindi contro il regime di Damasco. Il tono della tensione si innalzerà e chissà se il gigante Najib si farà intimidire dagli insulti. (pubblicato il 25 novembre per il sito Internet della rivista italiana di geopolitica Limes).