È dal 1934 che il monastero a strapiombo di San Marone a Hermel, nel nord-est del Libano, e l’area su cui sorge sono oggetto di contesa tra l’arcidiocesi maronita di Baalbek e Hermel e alcune influenti famiglie locali.
Si dice che con tutta probabilità i primi abitanti del sito su cui adesso sorge il monastero siano stati gli ingegneri romani che si occupavano dei lavori di irrigazione delle zone circostanti e che trovarono riparo scavandosi aperture nella roccia a poche decine di metri dalla sorgente del fiume Oronte. Nel IV secolo quelle stesse grotte furono occupate da un monaco siriaco – e per questo presero il nome di “caverna del monaco” – che fu poi raggiunto dai primi studenti di San Marone, il prete i cui insegnamenti sono alla base della dottrina maronita. Quando i monaci andarono via, la zona prima passò nelle mani dei Mamelucchi e poi in quelle degli Ottomani, per poi finire abbandonata, con il monastero lasciato all’inesorabile degrado da parte degli agenti naturali e dei pastori locali in cerca di riparo.
Si arriva così al 1934 quando alcuni membri della famiglia Dandash intentarono causa contro il patriarcato maronita con l’accusa di aver preso possesso dell’area del monastero di loro proprietà nel momento in cui nel 1923 erano stati costretti a lasciare la zona e trasferirsi in Siria sotto il mandato francese.
Più di vent’anni dopo i Dandash vinsero la loro battaglia legale e in seguito un membro della famiglia Ashkar comprò da loro una grossa fetta del terreno che adesso appartiene all’ex parlamentare Ghassan Ashkar.
Ed è Ashkar stesso che dichiara al Daily Star, il quotidiano in lingua inglese stampato a Beirut, che c’è “una cospirazione tra lo Stato, un vescovo [maronita] e un ufficiale del governo” intorno alla terra e che risolvere la disputa – aggiunge – è adesso responsabilità del patriarca maronita Bishara al-Rai, del presidente della repubblica Michel Sleiman e del primo ministro Najib Miqati.
A questa intricatissima matassa di vendite, acquisizioni e passaggi di proprietà si aggiunge la disputa che risale ad una decina d’anni fa tra l’arcidiocesi di Baalbek e Hermel e il ministero delle risorse idriche ed energetiche libanese che aveva nel frattempo acquisito il sito. Quest’ennesima disputa si risolse quando il governo firmò un contratto con l’arcidiocesi, con il quale manteneva la proprietà della zona ma permetteva a questa di ristrutturare la chiesa e riaprire le sue grotte. Fino ad oggi, però, solo l’interno del monastero di San Marone è stato ripulito, mentre i lavori di ristrutturazione non sono ancora iniziati.



