Mar Sedes, la storia del Libano vista da Hadi Zakkak

(di Aldo Nicosia*). È un po’ riduttivo classificare l’opera di Hadi Zakkak come “documentario” della storia del Libano, dall’indipendenza (ufficiale) fino ai nostri giorni. Il film è nelle sale a Beirut da pochissimi giorni.

C’è del fine lirismo narrativo nella biografia della più efficace  incarnazione dell’anima del popolo libanese, che ha le ingannevoli sembianze di un’auto: la Mercedes, dalla Ponton 180, fino alle sue sorelle  ed epigoni più recenti.

I suoi fari, ora languidi, ora  annebbiati dall’assurdità del reale, ora grondanti lacrime, hanno visto la nascita e la distruzione, e poi la “ricostruzione” di un paese, assai diverso da quello che gli diede i natali, la Germania.

Mar Sedes, con la sua onorata famiglia, è il martire, testimone silenzioso di sessant’anni di vicende tempestose. Il marchio che troneggia sulla carrozzeria anteriore è il simulacro che le conferisce  una certa aura di santità:  “Mar” in arabo mediorientale indica il santo della tradizione cristiana; santo, sicuramente per la sua incondizionata  fedeltà al Paese, martirizzato e strumentalizzato dalle perfide manovre dei suoi leader e dall’inciviltà bellica dei suoi abitanti.

Ma innanzitutto, trasversale rispetto alle tawa’if, i gruppi confessionali che rappresentano, da sempre,  l’essenza di un popolo che non si è mai voluto riconoscere in un’entità nazionale.

Al Libano degli anni Cinquanta, che preme il piede sull’acceleratore verso il progresso e la modernità, la Marcedes, con la sua forza ed eleganza, conferisce  un nuovo look, scintillante e florido, in cui si specchiano Oriente e Occidente, in un magico abbraccio. La Ponton, riesce ad unire, meglio di qualsiasi altro elemento, le classi sociali di un Libano emergente.

Anni Sessanta, la douceur de vie: ecco la Marcedes che si ferma, ai bordi del mare, ed ammirare il tramonto, fino a lasciarsi fagocitare dal buio romantico della notte, sognando, magari, una compagna rossa, dalla bella e seducente carrozzeria.

Non molto tempo dopo, cullati a bordo della Marcedes, le stazioni radio rivelano la realtà conflittuale che si cela sotto la vernice: difficoltà e contrasti nella formazione dei governi, carovita, tagli di elettricità. Nel frattempo l’auto  comincia ad acclimatarsi alla realtà libanese (vedi l’abuso di clacson), diventa il simbolo della nuova classe operaia, e inizia a prestarsi  al servìs, il taxi collettivo alla libanese.

Dal 1975, quando, “Beirut diventa uno studio aperto, dove si girano film di guerra”, l’auto  assiste alle stragi e alle distruzione del paese: sul suo dorso porta cadaveri, ospita cecchini in movimento, famiglie che con le loro vettovaglie, lasciano terrorizzate case e averi. Tutto ciò, nel panorama sonoro, surreale, delle affermazioni di leader politici che promettono al Libano “un brillante futuro”.

Invece i “war games” si intensificano proprio quando Israele, con il suo esercito, decide di “passar l’estate” in Libano. Nel  1990 la Marcedes festeggia alla fine “ufficiale” del conflitto armato: deve addirittura ospitare esaltati che inneggiano al pompiere Assad. Si abbattono palazzi, le ruspe portano via le macerie, ma la ricostruzione, ci suggerisce Zakkak, “riguarda solo mura e  pietre”.

Nonostante la paziente cura di un meccanico e le riparazioni d’obbligo, l’auto stenta a partire. Si contano le ferite, la ruggine, la vernice tolta dalla carrozzeria. La Ponton  ha già fatto il suo tempo: cede il testimone alla Phantom e di altri modelli, che conquistano la maggioranza in Parlamento.

Nel ventunesimo secolo, essa  è in pole position per assistere a vari eventi, tristi e gioiosi: il tripudio per il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Libano, la strage che costa la vita a Rafiq Hariri, e la fine del matrimonio forzato tra Siria e Libano.

Nel 2006, quando gli israeliani bombardano il Libano per 33 giorni è, perché, si chiede il regista, la Mercedes deve espiare la colpa di esser legata al nazismo di Hitler?

Nonostante tutto, la Marcedes rimane leale alla patria “delle libertà”: non sopporta le operazioni estetiche che vorrebbero deturparne la forma. Deve assistere, in silenzio, alla strisciante avanzata di Hezbollah e dell’islamismo radicale, in una società sempre più  impoverita e disintegrata.

Sola, in una giornata uggiosa, mesta e melanconica, la Ponton si rende conto di esser diventata l’ombra di se stessa, il fantasma della sua mitica immagine, immortalata da una cartolina d’epoca.

Sulla lucida carrozzeria della Marcedes, Zakkak fa specchiare  il cittadino libanese che cerca una  riconciliazione con se stesso e il suo passato. Lo fa con molta ironia, una certa vena umoristica, e nel contempo poetica, creata soprattutto  dalle  struggenti atmosfere sonore di Emile ‘Awwad.

Il genere umano rimane muto, sempre in secondo piano, lasciando che l’auto  racconti se stessa e le sue strade, da sé. Laddove la Ponton 180 degli anni sessanta rappresentava la speranza in un destino brillante, racchiusa in una romantica autovalutazione della propria apertura di spirito e nobiltà d’animo, i modelli successivi esprimono lo scontro con la dura realtà e la messa a nudo dell’animo mobile e volubile di una società individualista.

Che ne sarà della Marcedes nel prossimo futuro, ad esempio nel 2020? Sarà in grado di mantenersi fedele alle sue promesse?

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* Aldo Nicosia insegna lingua e letteratura araba all’Università di Catania e autore de Il cinema arabo, Carocci, 2007.