Mesiversario di proteste

Beirut, 26 marzo. Un mese fa, sotto una pioggia scrosciante, il primo esile corteo lasciava presagire settimane venture di pacifiche e colorate proteste. “Il popolo vuole la caduta del regime confessionale”, e lo si attende domattina davanti al palazzo dell’Unesco per una nuova marcia, verso il mare. di Simona Loi

Il 27 febbraio pioveva a dirotto. Il van avanzava a fatica, sollevando ampi schizzi d’acqua fangosa.

Le strade, un vortice di torrenti urbani che congestionavano il traffico, bloccavano le automobili in una melassa umida e sporca. Chicchi di grandine si abbattevano sul parabrezza del van, e io ero aramai certa che la manifestazione indetta per le 12.00 sarebbe stata annullata.

Mai ipotesi si rivelò a tal punto errata.

Fradici e agguerriti: “thawra thawra wein ma kan..ija’ dawrak ya Lubnan!” (la rivoluzione ovunque sia, Libano è arrivato il tuo turno); “ta ta ta’ie..ma bedna ta’ifiyye!” ( non vogliamo il settarismo).

Li guardavo dai vetri appannati, in un’immagine sfocata che dalla chiesa maronita di Mar Mikhail procedeva sino al Palazzo di Giustizia (qasr al-‘adl).

La stampa non avrebbe dato tanto risalto ad un gruppo esiguo di manifestanti avvolti nei cedri delle bandiere per ripararsi dal temporale.

Il 6 marzo si replicò: “thuru thuru ya shabab..at-tawa’if lil ahzab!” (ribellatevi oh giovani, il settarismo ai partiti); “thuru thuru ya shabab..thuru thuru al-fasad!” (rivoltatevi oh giovani contro la corruzione).

Da Dawra, si procedette verso Burj Hammoud, Mar Mikhail, sino a Gemmayze.

Slogan e megafoni, tanti i bambini con le famiglie,  studenti e donne velate, rappresentanti sindacali e anziani agguerriti che sorridevano.

Una protesta giocosa e ordinata che coinvolse centinaia e centinaia di manifestanti: “E a chi ci guarda dai balconi..che scenda in strada e si unisca a noi! E chi siede nel salone..che scenda e spenga la televisione!”.

Ottenne una copertura mediatica importante. Aveva iniziato a suscitare dialogo, confronto, mobilitazione cittadina.

20 marzo, ancora una volta si urlò: “ana msh diddak, ana msh diddak..ana ‘ilmany, ana ‘ilmany!” (non sono contro di te..rivendico il mio laicismo).

Con voce roca o ancora forte, gli slogan si diffondevano per le vie che percorreva il corteo: “ash-sha’b iurid isqat an-nizam!”; come in Egitto, si chiede che cada un regime. Qui un sistema settario che imprigiona, soffocandole, le più elementari libertà civili.

Si levavano alte le voci contro la corruzione e il caro prezzi di benzina, mazot e pane (“khobz, horriyye..karame wataniyye!”), mentre il corteo pacifico e colorato, ilare e variegato, incedeva..sotto le tonalità delle bandiere dei cedri, dei cartelloni e delle lenzuola che vibravano dei venti delle riforme sperate, urlate e cantate.

Riso, riso candido pioveva dai balconi, dove le donne sollevavano i pollici in segno di vittoria.

Tamburi e musica. I bambini vivaci, sorridevno alle telecamere..e sventolavano le bandiere sui cofani delle automobile intonando l’inno nazionale libanese e le melodie di Magida Rumi.

Migliaia di persone partite da Piazza Sassine, nell’elegante quartiere di Ashrafiyye (a maggioranza greco-ortodossa e greco-cattolica) arrivate a Sodeco avevano attraversato l’immaginario (oggi, ma ben presente dal 1975 al 1990) khatt at-tamass che divideva Beirut-Est (cristiana) da Beirut-Ovest (musulmana). Sino a Ra’s an-Naba’. Dinnanzi alla Barakat Building, un tempo la “Balaustra” da dove si originavano i colpi letali dei cecchini (qunnassa) appostati tra i suoi pilastri. Verso i giardini di Sanaye’.

La voce del minareto sovrastava i cori: il muezzin (mu’adhin) cantava, invitando alla preghiera.

Intervistai Maya, 23 anni, architetto.

Sottolineava i cardini della protesta racchiusi nella riforma del testo costituzionale, in una nuova legge sul matrimonio civile e lo status personale, una nuova legge elettorale, la lotta al caro prezzi.

Proclamandosi ottimista (e negando similarità con la rivoluzione d’Egitto) metteva in risalto l’eterogenità dei manifestanti, anime differenti di un unico movimento (comunisti, laici, parti sociali, studenti, famiglie, liberi professionisti, singoli).

Rivendicava la loro indipendenza dalla politica, come lo slogan che risuonava: “La 14 w la 8..nehna sha’b lubnaniyye!” (non col 14 marzo e nemmeno con 8 marzo, noi siamo un popolo libanese).

“Il confessionalismo causa povertà, e pervade ogni ambito della vita libanese”.

Maya si dichiarò ottimista: sotto il minareto della Moschea “Dhi an-Nurayn” i sorrisi non si spengnevano.