Mlita, arte concettuale e resistenza nel sud del Libano

Aria fresca e pulita, bimbi che corrono e famiglie che mangiano il gelato tra aiole verdi e fiorite. Turisti con zaino in spalla, anziani seduti a leggere il giornale e coppie che si abbracciano di più davanti alla macchina fotografica.

C’è un’atmosfera di domenica qui a Mlita, 90 km a nord dal confine israeliano. Atmosfera che raramente capita di vivere nelle disordinate e chiassose strade beirutine.

Un bambino sale sopra un piedistallo e abbracciando una sagoma dorata concede che il papà immortali il momento con premura. “Abbassati un po’”, sembra dire l’uomo facendo cenno con la mano.

Mi accorgo allora che la sagoma dorata in questione è un salvadanaio a forma di proiettile e che dal pannello alle spalle del ragazzino spunta una scritta: “tu supporti, tu resisti” (anta tad’am, anta tuqawim). Ignorare la peculiarità del posto in questione non è più possibile.

Il luogo di questo fresco pomeriggio domenicale è infatti il il sito turistico della resistenza di Mlita, comunemente noto come “il museo di Hezbollah”.

Ufficialmente inaugurato nel maggio del 2010 in occasione del decimo anniversario della liberazione del sud del Libano, questa discussa attrazione turistica, che ha trasformato in museo una delle principali basi della resistenza islamica, sembrerebbe aver accolto, in poco più di anno, quasi un milione di visitatori.

Nato per onorare un territorio vittima di 22 lunghi anni occupazione, ma anche testimone del ripiegamento dell’esercito israeliano nel 2000 e protagonista della vittoria del 2006, “l’obiettivo principale del museo”- esordisce Rami Hasan, il responsabile della comunicazione del complesso che mi accompagna nella visita- “è quello di ricordare l’eroico sacrificio degli uomini che si fronteggiarono su queste montagne.”

Il risultato è un percorso fra spazi pubblici e giardini curati (un’assoluta rarità in Libano!), trofei di guerra e zone di trincea dove le strazianti narrazioni delle battaglie e i messaggi propagandistici si intrecciano alle suggestioni evocate dai luoghi di memoria dei caduti e dagli splendidi paesaggi delle regioni di Iqlim al Tuffah, Zahraani e Nabatiyeh.

Per l’esattezza il percorso museale è organizzato in sei sezioni principali, ognuna intrisa di un preciso aspetto simbolico. Così ad esempio “la collina” (al-talla) che sorge ad est del complesso, ad un’altezza di 1050 metri sopra il livello del mare, ospita un monumento in ricordo dei martiri e si contrappone ad una cavità colma di reperti bellici posizionata, non a caso, ad ovest.

In questa fossa di calcestruzzo, nominata “l’abisso” (al- qa’a) alcuni artisti del Partito di Dio hanno incastonato carri armati, camionette, lancia razzi e elmetti una volta appartenuti all’esercito israeliano, raccolti tra il 1982 e il 2006.

Una rampa circolare permette ai visitatori di scendere e fare foto in questo ammasso di relitti di guerra (la cavità si dice sia dovuta da un attacco aereo israeliano) rappresentazione simbolica del nemico sionista: “after the July 2006 victory the tables were turned; the resistance soared whereas the enemy felt into the abyss”, si legge nel monumento commemorativo.

Usciti dall’abisso il percorso museale prosegue con “il sentiero” (al-hawiyya) un cammino in un’area boschiva dove vengono riproposte le vicende legate all’azione quotidiana dei combattenti. Da lì, come cita il pannello informativo all’ingresso, i giovani mujahideen hanno lanciato centinaia di operazioni contro gli outposts nemici.

Durante il percorso, tra soldati fantoccio impegnati in azioni militari o in situazioni di primo soccorso, il visitatore si può rendere conto degli spazi e delle condizioni di vita dei combattenti al fronte: “molti erano studenti durante la settimana a Beirut, e combattenti il fine settimana nel sud” prosegue il racconto.

Di fronte alle minuziose ricostruzioni qualche turista sghignazza, altri seguono la guida con interesse ed emozione. Un’anziana donna si allontana commossa dal sito dove si dice, Sayyed ʿAbbās (ucciso insieme alla sua famiglia da un attacco israeliano nel 1992) si sedeva a pregare e a dare indicazioni ai combattenti.

Usciti dalla “grotta” (al-mabsār), un tunnel sotterreaneo di 200 metri che ospitava il quartier generale e superata la “Piazza della Liberazione” (midan al-tharir), un giardino disseminato con le più svariate armi usate dai mujaheddin durante la resistenza, la visita termina con uno spazio espositivo.

Nella sala delle esposizioni si trovano equipaggiamenti, armi ed oggettistica di uso comune (stivaletti ma anche scatolame, medicinali e altro) una volta appartenenti ai membri dell’esercito invasore, ma anche un grafico a grandezza parete illustrante la struttura gerarchica aggiornata delle forze armate israeliane.

Mentre si osservano ragazzini posare di fronte a missili anticarro e i turisti ascoltare le attente esplicazioni delle guide ufficiali, appare evidente che non si tratta della consueta narrazione storica di un passato di guerra, come accade invece per i tanti e ormai abbandonati musei sorti in Europa nel dopoguerra.

Definito la “Disneyland di Hezbollah” dalla stampa estera e il luogo dove “la terra parla al cielo” dai suoi ideatori, questo posto ha ovviamente suscitato sentimenti contrastanti. L’aria fresca e l’atmosfera rilassata non bastano a normalizzare il ricordo di un conflitto ancora troppo vicino.

Ma che lo si veda come marketing di guerra o come un’occasione per ridare speranza ad una terra afflitta attraverso la celebrazione della vittoria, su un punto si deve convenire: il museo ha ridato slancio al turismo di una delle aree più belle e martoriate del Paese che, probabilmente, si guadagneranno qualche pagina in più tra le nuove edizioni delle guide turistiche più famose.

Un collega di Rami si avvicina proprio quando mi accingo a salutare la mia gentile guida. “Dovreste continuare il viaggio in Siria”, dice inaspettatamente alla nostra comitiva, “è tutto tranquillo”, continua prima ancora che, stupiti, riuscissimo a formulare una risposta.

“Niente di niente. E’ tutto falso quello che si sente” sancisce sicuro. Gli occhi però, incastonati in un viso paffuto e dai tratti gentili, sono quelli di uno che sa di averla sparata grossa.