Partire per restare, memorie di un migrante libanese

(di Estella Carpi*). Qualche ora insieme ad Abbas El Zein nel campus dell’Università di Sydney spinge decisamente a leggere il suo libro Leave to Remain: a Memoir. Libanese nato a Haret Hreik, Abbas El Zein emigra in Australia nel 1995 per insegnare ingegneria civile e costruire la sua famiglia. A parte la sua rinomata stoffa di ingegnere, El Zein ha un’ottima vena narrativa che gli vale il Community Relations Commission Award del New South Wales nel 2010.

Anche a distanza di tre anni dalla pubblicazione, vale decisamente la pena recensire il suo secondo libro sulle sue memorie beirutine in qualità di autoctono e di migrante. È la paradossale modalità inglese di chiamare il permesso di soggiorno “nulla osta a restare” – “leave to remain”, per l’appunto – nei suoi anni di studente e neo-migrante in Inghilterra a suggerirgli il titolo del libro.

Il testo si presenta sotto forma di etnografia prettamente autobiografica che spazia dal Libano all’Australia e dall’Inghilterra all’Iraq, e riluce in molti suoi punti di ironia tagliente e di umorismo liberatorio, mescolati alla sofferenza lancinante della popolazione sciita durante gli anni della guerra civile.

In un’abilmente evitata spettacolarizzazione delle sue esperienze famigliari e individuali, El Zein coinvolge il lettore quando ilare parla dell’ethos americanista della Facoltà di Ingegneria all’Università Americana di Beirut negli anni della sua giovinezza, o ancora quando, tra le prime righe del libro, menziona i racconti della madre che gli ricorda come da bambino soleva cadere dal letto, tendenza che lui ricollega alla sua incapacità di vivere sui “bordi delle cose” e quindi alla sua tendenza cronica a estremizzarle.

È interessante come l’autore riesca a utilizzare costantemente un tono piuttosto mesto, se consideriamo il carico umano delle esperienze narrate. Ad esempio quando racconta la morte di sua nonna materna, vittima delle bombe israeliane nella prima operazione militare in Libano del 1978, chiamata – con tanta grazia da parte dell’esercito israeliano e delle narrative storiche più raccapriccianti su quegli anni – “Operazione di Pace in Galilea”. Il quadro narrativo della morte della nonna è stemperato con delicata normalità nei suoi ricordi di bambino-lettore di Tintin, Asterix e Obelix: l’autore si sforza di verbalizzare quei giorni per riviverne l’esperienza mentale.

Nella descrizione della fuga della sua famiglia dal Sud del Libano a Broumana, nel Metn, durante la guerra civile, e del loro rifiuto categorico di essere definiti “rifugiati” – fobia tipica libanese – e di esser dispersi dalla normalizzazione della violenza in corso, l’autore riesce nell’intento di condividere il ricordo delle esperienze individuali senza eccedere in patetismi. La volontà sembra essere quella di innestare un senso di consapevolezza fattuale di quel che è stato, piuttosto che sentimentalizzare ciò che inevitabilmente resta solo ricordo soggettivo.

El Zein si fida emotivamente del lettore, il quale non scambierà per rinnegazione identitaria il processo di straniamento dello scrittore, rintracciabile in alcune pagine del testo che riecheggiano i formalisti russi, come nel tono piuttosto distaccato nel descrivere il pellegrinaggio alle tombe di Kerbala e la sua prima partecipazione alla Ashura sciita che commemora la morte dell’Imam Hussein (680 d.C.).

“Beirut, with its taut pluralism and cynical tolerance, provided living space for our hybrid selves” (“Beirut, con il suo pluralismo teso e la sua tolleranza cinica, ha offerto uno spazio vitale alle nostre identità ibride”), ricorda El Zein parlando della Beirut pre-guerra e di come essa contrasti con la delusione di tornare nel suo Paese dopo anni di studio all’estero per lavorare come consulente presso il Ministero dell’Ambiente durante il mandato presidenziale di Elias Hraoui (1989-1998).

Le memorie degli anni post-Taef, la mercificazione degli spazi beirutini nel progetto di ricostruzione e l’amnistia generale promossa dallo Stato libanese dopo la guerra civile, costituiscono gli unici passaggi in cui l’autore inasprisce il tono e fa trapelare un sentimento di rabbia per l’infinita serie di aborti legali generati da quella che definisce la nota negligenza civica e noncuranza pratica delle istituzioni libanesi.

Nella seconda parte della sua autobiografia, invece, El Zein lascia maggior spazio all’introspezione.  Autodefinendosi “vittima e beneficiario della globalizzazione, della corruzione e della sua preoccupante incapacità di stabilirsi in un posto una volta per tutte”, approda in Australia con un’immensa sete di legge dopo gli anni travagliati della guerra civile libanese, per antonomasia baratro dello stato di diritto.

Benché l’autore non cada quasi mai nell’allettante quanto comune abuso dell’auto-analisi, mi rammarico che nelle sue ultime pagine si ritrovi un eccessivo descrittivismo di quadri famigliari, capace di minare con un velato autocelebrativismo il fino ad allora riuscito anti-patetismo rappresentativo.

In una Sydney ipocritamente permeabile ai dissensi e abile nel rendere invisibili al visitatore temporaneo e inesperto le molteplici sofferenze sociali dei suoi numerosi migranti, El Zein fa intuire al lettore attento la sua maturata, leggera ma ferma consapevolezza dell’ineluttabile solitudine a cui condanna la lucida memoria di atrocità storiche, scomode parti del sé.


* Estella Carpi è studentessa di dottorato presso l’Università di Sydney e passa lunghi periodi in Libano per la sua ricerca.