Pasolini a Beirut: qualche nota di rammarico

(di Elena Chiti) Questo non è un articolo. Sono solo note di rammarico per come si è svolto (anzi, non si è svolto almeno in parte), l’8 dicembre, l’incontro su Pier Paolo Pasolini alla Fiera del Libro di Beirut. Ed è un vero peccato perché le premesse per un buon successo c’erano tutte.

L’ambasciatore italiano in Libano, Giuseppe Morabito, ha fatto un bel discorso, breve come promesso, per ricordare l’importanza di Pasolini per la sua generazione (cosa che sembrerà forse scontata, appunto, alla sua generazione, ma non alla “nostra”, a quella di molti collaboratori di SiriaLibano, che non hanno vissuto sulla propria pelle l’amore o l’odio per la figura di Pasolini).

Molto interessante è stato l’intervento di Khaled al-Maali, il direttore editoriale di Manshûrât al-Jamal, che ha ripercorso la storia di Pasolini nel mondo arabo, puntando il dito sulla non organicità delle precedenti traduzioni (un unico libro sul cinema per quanto riguarda la prosa, testi sparsi su riviste letterarie per la poesia) e sulla povertà di un metodo che, fino a oggi, non produceva il testo arabo a partire dall’originale italiano, ma sulla base di traduzioni già effettuate in altre lingue occidentali. Dal primo tentativo di traduzione ad opera del poeta iracheno Sargon Boulos, nel 1966, la situazione non era poi così cambiata. La pubblicazione della raccolta Zarîbat al-Khanâzîr (Porcile) nel 2009, più organica e attenta al testo di partenza, viene dunque a colmare una lacuna.

E molto puntuale, molto informato, è stato l’intervento di Roberto Carnero, anche se una precisione simile si addice più ai tempi lunghi delle aule universitarie che a quelli brevi di iniziative culturali di divulgazione, che premiano invece la sintesi.

Sicuramente Roberto Carnero è un ottimo professore. Ma era stato invitato alla Fiera del Libro di Beirut, non alla Statale di Milano. Perché allora fare lunghe letture di poesie in italiano, specie se non incluse nella scelta di testi tradotti in arabo? Perché non valorizzare la raccolta tradotta con un gioco di richiami tra italiano e arabo, scegliendo letture più brevi a cui far corrispondere – ogni singola volta – il testo arabo tradotto? Insomma, perché non cercare di fare quello che – forse ingenuamente – credevo fosse lo scopo di un incontro del genere: perché non presentare Pasolini al pubblico libanese?

Sicuramente Roberto Carnero è un ottimo professore. Ma era stato invitato a tenere una conferenza, non una lezione universitaria. E durante una conferenza si fa bene attenzione all’orologio e ci si coordina con gli altri partecipanti. Certo non è colpa sua se è mancato un moderatore, qualcuno che verificasse i tempi e – se necessario – staccasse l’audio sul più bello al conferenziere troppo prolisso.

Ma è triste che per una lacuna organizzativa, unita a una mancanza di coordinamento tra i partecipanti, l’incontro si sia svolto solo in parte. Eh già, perché in tutto ciò Iskandar Habash, poeta e giornalista libanese di al-Safîr, non ha avuto il tempo di fare il suo intervento.

Sicuramente Roberto Carnero è un ottimo professore. Ma nemmeno Iskandar Habash è il primo venuto. Ed era stato invitato a parlare, non ad ascoltare e tacere. Perché dargli la parola gli ultimi due minuti, con un gesto tra il goffo e l’umiliante, quando già gli organizzatori facevano segno di svuotare la sala per far posto alla conferenza successiva? Perché costringerlo ad annunciare al microfono – uniche parole di Habash a cui il pubblico in sala ha avuto diritto – “Mi dispiace, scusate, non ho tempo”?