Pavimentare il mare, la missione impossibile di Da‘if

Tablit al bahr(di Aldo Nicosia). Con Tablit al bahr (edizioni Riyad al Rayyes, 2011), Rashid al Da‘if regala alla letteratura araba un saggio dell’insostenibile leggerezza della sua penna, capace al contempo di istruire e divertire il lettore.

La voce narrante più-che-onnisciente si compiace di affabulare, informare, far riflettere sulla storia e il presente del “suo” Libano, nonché della regione della Grande Siria, cui era imprescindibilmente legato fino al mandato francese. Alla fine del XIX secolo questa regione sembrava lanciata verso un progresso che l’avrebbe trasformata nel faro della rinascita culturale e civile dell’intero mondo arabo.

Ma il titolo del romanzo, letteralmente “Pavimentare il mare”, una frase idiomatica conosciuta da tutti in Medioriente, si riferisce a una “missione impossibile”.

Eppure le premesse c’erano tutte: il romantico nazionalismo della seconda metà dell’Ottocento si nutriva di concetti elaborati in Occidente (patria, cittadinanza, laicismo, emancipazione della donna), che avrebbero fatto presa sulle élite intellettuali di Beirut e Damasco. Il ruolo di mediazione tra Oriente e Occidente era affidato alle missioni protestanti che si erano installate nella regione e facevano da catalizzatore di energie di rinnovamento e crescita culturale, sociale, politica, che cercavano di emergere dalle tenebre del regime oscurantista ottomano, repressivo e ormai in declino.

Da‘if rilegge la storia del Libano, nel contesto della Grande Siria, partendo da una data chiave, il 1860, fino a giungere alla fine del secolo, e lo fa in modo avvincente e vivace, con l’ironia e lo humour di chi è un fine conoscitore della psicologia della sua gente.

L’eroe semiserio del romanzo che avverte di esser investito della missione di condurre la patria verso il progresso civile e l’indipendenza, è Faris Hashim Mansur: nasce dalle ceneri dell’esperienza fratricida degli scontri interconfessionali del 1860 sulla montagna libanese e a Damasco, foraggiati – come suggerisce il narratore – da interessi stranieri. E cresce in una famiglia illuminata dalla scienza e cultura dei missionari protestanti (in particolare Van Dick), in compagnia di Jurji Zaydan.

Da‘if fa coincidere il percorso di vita dei due con quello, più contorto, del progresso civile e sociale del Libano. Nel nome del protagonista è facile rilevare l’ombra (ma non  l’orma) dell’intellettuale Faris al Shidyaq citato insieme al fratello maggiore, prima vittima dell’integralismo religioso del suo Paese. La cornice storica è puntellata di aneddoti gustosi e di riferimenti a personaggi del periodo, come Butros al Bustani, al Yaziji, e altri, verosimilmente frutto della ricerca documentaristica dell’autore. Questi rallentano ma non affaticano la linea narrativa principale, cioè l’epopea di Faris-Libano.

L’autore trova gusto nel montare e smontare una storia che sembra testimoniare il ruolo pioneristico del Libano nel percorso dell’emancipazione femminile (esempio del padre di Faris), ma nel contempo, attraverso l’umiliante esperienza di vita di alcune donne (tra cui la prostituta Yurma), ci fa riflettere sulla reale portata di tale emancipazione.

Un Libano  fatto di montanari ignoranti, superstiziosi e poco sinceri, scopre a casa propria l’America con la sua scienza, superiorità, rettitudine morale (nonostante l’ostilità e la diffidenza per la differenza religiosa), grazie ai missionari. In seguito la scoprirà con le massicce e “isteriche” ondate migratorie. Anche Faris resterà ammaliato da tale scienza, e deciderà, insieme all’inseparabile Jurji, di studiare medicina al “Collegio evangelico siriano”, l’attuale Univerisità americana di Beirut, per dar il suo contributo al progresso della patria.

E proprio sull’altare della patria c’è chi era disposto a sacrificare i cadaveri dei parenti piu’ stretti, utili per lo studio dell’anatomia umana, alla facoltà di medicina. Qui si inserisce il lugubre racconto, non privo di un certo umorismo, del fenomeno del furto dei cadaveri, in cui eccellevano gli studenti di quella università.

La stessa scienza apre a Faris orizzonti più ampi nei rapporti con le prostitute che abitualmente frequenta: oltre a diventare pioniere della rinascita sessuale del Libano, conquista altri record, sempre al servizio della patria. Raggiunge poi il padre in America per continuare i suoi studi e coronare così il suo sogno.

L’esperienza dell’emigrazione in America gli farà provare l’amarezza del razzismo, la durezza della vita, ma con coraggio e determinazione raggiungerà il suo scopo, per mostrare al nuovo mondo il valore del “siriano”.

Personaggio laico, pratico e pragmatico, viene travolto dall’ebbrezza dell’amore per una ragazza americana, che quasi scuote la promessa solenne fatta ai suoi compagni di vita di ritornare nel suo Paese alla fine degli studi. Ma la patria può attendere, bisogna prima soddisfare il proprio orgoglio: si arruola come medico volontario nell’esercito americano contro la Spagna a Cuba.

Lì si innamora della cinese Sawa, e finalmente riesce a non rinviare ulteriormente la decisione di tornare, ricco e famoso medico, nel suo Paese.

Ma la sorte si farà beffe di lui: come sarà accolto a Beirut? In che modo potrà finalmente servire la sua patria?
(Ovviamente il giudizio rimane sospeso sull’esistenza di una tale patria per i suoi stessi conterranei e sulla voglia di lottare per essa, sia alla fine del XIX secolo che agli inizi del XXI).