Quella curva in discesa verso il mare

Da quanti anni dico che ti voglio lasciare? Eppure non posso. Forse non ti lascerò mai. Ormai. Ti odio. E non ti sopporto. Ma con poco riesci a farmi sorridere. A ridarmi il senso del mio essere con te.

Fermo a un semaforo guardo in basso. Mi chiedo cosa io stia facendo con te. Alzo lo sguardo e capisco perché. Sposto l’occhio verso destra e mi dico che è davvero ora di andare. E scalpito. Passa un signore, e mi dico che forse ancora un altro po’ posso restare. Con te.

Sei stata sin da subito femmina con me. Sapevi come farmi impazzire. Come attirarmi tra le tue braccia. Mi hai offerto quel mare e quel vento sulle guance quel giorno di maggio. Mi hai dato un sole incapace di nascondersi dietro le nubi e i palazzi. Sei persino riuscita a nascondere quelle rughe, quei difetti sul viso.

Sapevi che sarei caduto ai tuoi piedi. Che in poco tempo avrei deciso di fermarmi qui, con te. Scappavo dal mio primo, vero, grande amore. Tu lo sapevi. E non hai insistito. Mi hai solo mostrato quel che mi mancava. Già lo sapevi. Ma come facevi? 

Non respiravo e mi hai offerto il lungomare. Non vedevo oltre quel monte giallo e mi hai dato il mare. Smaniavo per parlare in libertà, e mi hai dato un caffè e un tavolino. Mi mancava il mio mondo e mi hai dato una sua copia. Malfatta sì, ma a me bastava.

Solo quando sei stata sicura di avermi preso, mi hai mostrato le cicatrici. Hai pianto. E ho ascoltato le tue lacrime. Mi hai fatto innamorare della tua storia. Ho cominciato a sfogliare ogni pagina della tua vita passata. 

Ho pianto anch’io. Ho cominciato ad amarti. Ancora mi batte il cuore a riguardare quella vecchia cartolina di quando con te si poteva passeggiare in mezzo a negozi di fiori e gelatai. Il marciapiede era regolare. Gli edifici bassi colorati. Una donna vestita di bianco rifletteva di fronte a una vetrina.

Sono andato persino dove tu non volessi che io andassi. Per scoprire quanto eri bella quando eri giovane. Ho passato notte insonni ad accarezzare il tuo corpo nel silenzio dell’amore. Desideravo – e desidero ancora, lo ammetto – infilare il mio sguardo in ogni tuo anfratto.

mi sono innamorato un’altra volta di te. Di te che sei vicino a me. Nonostante io maledica ogni giorno le tue abitudini. 

Non ti sopporto perché puzzi. Perché fai rumore. Perché non hai regole. Perché lasci che col cemento oscurino il cielo sopra di te. Perché i pochi alberi che mi lasci contemplare sono in giardini inaccessibili. Perché quando ti chiedo come si chiama quel bel palazzo, mi dici che non lo sai. O che non ricordi. 

Come non puoi ricordare? A questa domanda non rispondi. E preferisci il silenzio dei miei passi. Dal ristorante mi lasci scendere verso il mare. La discesa era una delle più suggestive. Ora c’è un palazzo enorme che mi blocca la vista della palma e del mare. Sei una stronza, lo sai? Ti avevo implorato di lasciarmi libera almeno quella cornice.

Ma io scendo ugualmente. Chiudo gli occhi e arrivo giù. Nel luogo del nostro primo incontro. E piango. E sorrido. Oggi non c’è il sole. Lo hai fatto apposta? Vuoi forse rendere triste il mio momento perché sai che me ne voglio andare? Vuoi dirmi forse, Beirut, che la vita senza di te sarà eternamente triste?

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