Rabi‘ Jaber, Beirut città del mondo

(di Elena Chiti) È un canto d’amore a Beirut, in tre secoli e tre volumi, che lo scrittore beirutino Rabi‘ Jaber racchiude nella sua trilogia Bayrût madînat al-‘âlam (“Beirut città del mondo”), pubblicata tra il 2003 e il 2007 da Dâr al-Adâb. 

Un libro ambizioso, nella mole come nei propositi. La scelta di una struttura tripartita associata a una città, da esplorare nello spazio e nel tempo, non è casuale. Ricorda anzi la celebre trilogia del Cairo del premio Nobel egiziano Nagib Mahfuz (composta dai romanzi Tra i due palazzi, Il palazzo del desiderio e La via dello zucchero, pubblicati in Italia da Tullio Pironti).

Come Mahfuz, Jaber ripercorre la storia della sua città – una città capitale – attraverso quella di una famiglia, lungo più generazioni, alternando il racconto della Storia con la S maiuscola alla narrazione dei fatti quotidiani e delle piccole emozioni che scandiscono le vite dei protagonisti. Strizzando l’occhio alla grande letteratura araba di cui è ormai un rappresentante di spicco, Jaber chiama il capostipite di questa sua famiglia beirutina ‘Abd al Jawwâd Ahmad: chiaro riferimento – cambiato l’ordine degli addendi – al capostipite cairota Ahmad ‘Abd al Jawwâd, creato dalla penna di Mahfuz.

Ma c’è in Jaber un aspetto di assoluta originalità rispetto al predecente egiziano. La trilogia beirutina non è un romanzo storico nel senso classico del termine, una costruzione che tende a nascondere tra le righe – o negli appunti custoditi in cassetti rigorosamente fuori dalla portata del pubblico – tutta la fase di documentazione, gli studi, i dubbi, le letture necessarie a far rivivere in modo credibile un’epoca storica.

Jaber cita le opere consultate in pagine di bibliografia inserite senza soluzione di continuità nel corpo del testo. Parla dei periodi trascorsi alla biblioteca dell’American University in Beirut, della ricerca a tratti disperata di fonti primarie, del difficile accesso agli archivi privati delle grandi famiglie beirutine, delle lacune documentarie. Racconta dei suoi incontri con il Conte Suleiman Bustros, ultimo discendente dell’illustre famiglia beirutina, che ha deciso di dettargli le sue memorie, anche per aiutarlo a concepire questa monumentale opera su Beirut che Jaber, tra speranzoso e titubante, sogna di scrivere.

È un romanzo in formazione, a tratti addiruttura in forse, che vediamo in filigrana tra le pagine dell’opera compiuta. È la storia di Beirut, fatta di squarci dell’epoca ottomana immediatamente seguiti da un’allusione agli anni Duemila, di osservazioni sul Mandato francese inframmezzate da ricordi della guerra civile libanese. Come a testimoniare che, se il Cairo può essere raccontata attraverso una successione lineare di eventi, in cui il presente succede ordinatamente al passato, Beirut si presenta come un coacervo di periodi storici – trascorsi ma non sempre conclusi – in cui il passato riemerge a fiotti nel presente e i due sono congiunti, coagulati, accartocciati insieme.