Rabi‘ Jaber, quando Giobbe è libanese

(di Elena Chiti) Si chiama Hanna Ya‘qub e somiglia a Giobbe. Anzi, al montone del sacrificio di Isacco: un capro espiatorio che si materializza improvvisamente per prendere sulle spalle il destino di qualcun altro, salvandolo con la propria rovina.

È il protagonista dell’ultimo romanzo del libanese Rabi‘ Jaber: Drûz Bilghrâd. Hikâyat Hannâ Ya‘qûb (“I drusi di Belgrado. Storia di Hanna Ya‘qub”), pubblicato a fine 2011 da Dâr al-Adâb e ad oggi tra i romanzi finalisti dell’Arabic Booker Prize del 2012.

Siamo nel 1860. Gli scontri tra drusi e cristiani insanguinano il Monte Libano. Cinque fratelli drusi, tra gli artefici dei disordini, sono stati arrestati. Sulla banchina del porto di Beirut, insieme ad altri detenuti della stessa comunità, aspettano la nave che li porterà verso una sorte che si chiama carcere e un esilio che si chiama Belgrado.

Anche Hanna Ya‘qub, cristiano, arriva al porto. È un venditore di uova sode e il porto è l’ideale per vendere. Quel giorno, però, una compravendita di cui ignora i termini cambierà il corso della sua vita: il padre dei cinque fratelli drusi ha corrotto il governatore ottomano, negoziando la libertà per uno dei suoi figli. Hanna Ya‘qub lo sostituirà. Il funzionario del governatore lo caricherà sulla nave al posto del detenuto druso, ormai libero.

La rovina di Hanna Ya‘qub – punizione per aver fomentato disordini intercomunitari – è basata su una falsa affiliazione comunitaria, su un tragico scambio di identità. Libro a tratti delicato a tratti graffiante, al tempo stesso poetico e ironico, con un finale dolcemente inaspettato, Drûz Bilghrâd è un canto d’amore al Libano, con la sua cancrena confessionale che Rabi‘ Jaber stigmatizza, ma in cui non riesce a non sentirsi a casa.

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Un’opera di Rabi‘ Jaber è disponibile in italiano:

Come fili di seta, trad. di Elisabetta Bartuli con Hamza Bahri, Feltrinelli 2011.

Titolo originale: Amerka (2009)