Una Sayyida Zeinab anche per Beirut (sud)

(di Estella Carpi*). Sulla polverosissima strada che da Haret Hreik porta a Bi’r al ‘Abed, due municipalità indipendenti a sud  di Beirut, parte della Dahiyye (“periferia” in arabo) notoriamente definita la roccaforte di Hezbollah, alla fine del mese di marzo verrà inaugurata una nuova moschea, ora in fase di completamento, che sarà intitolata “Sayyida Zeinab” in onore di Zeinab bint ‘Ali, nipote del Profeta Muhammad.

La moschea è in fase di costruzione da diversi mesi grazie ai fondi della società islamica di beneficenza Al Baqiyat al Salihat, come mi viene riferito dal capo-squadra dei costruttori, M., che mi invita a visitarne l’interno.

Mi mostra i muri ancora spogli della moschea e le decorazioni in corso che non è possibile fotografare. La società, che possiede più sedi in diversi paesi arabi e in Iran, provvede anche all’assistenza sanitaria, sociale e pedagogica, e alla sussistenza dei poveri, degli orfani, degli emarginati e delle famiglie dei martiri.

M. con fare fiero mi mostra le cicatrici sulle mani dovute a tanto lavoro nel corso degli anni e – aggiunge – alle schegge dei bombardamenti israeliani dell’estate 2006. La strada tra Haret Hreik e Bi’r al ‘Abed – via Abbas al Moussawi, in onore del primo segretario generale di Hezbollah – è infatti una delle zone che sono state più sottoposte a un totale “urbicidio” nella guerra dei 33 giorni di quasi sette anni fa.

L’idea di condividere con il lettore l’apertura di un nuovo spazio religioso a Dahiyye mi viene in realtà suggerita dai commenti al riguardo di alcuni miei conoscenti nell’area. Secondo alcuni di loro, la moschea prenderà questo nome per rifarsi chiaramente al modello concettuale e teologico della Sayyida Zeinab siriana, una delle maggiori mete di pellegrinaggio sciita in Medio Oriente, che ospita la tomba appunto di Zeinab bint ‘Ali, fatta prigioniera da Yazid, dalla storiografia sciita dipinto come il “carnefice” di Hussein, figlio di Ali e in onore del quale si celebra la celebrazione sciita dell’ ‘Ashura’. Anche M. stesso, la mia guida, senza che io mi pronunci al riguardo, menziona il legame con la moschea damascena.

La moschea presa a “modello” di cui parlo si trova nella periferia a sud di Damasco, in una zona con cui – lungi da qualsiasi patetismo terzomondista – è inevitabile avere un impatto emotivo durissimo: numerosi bambini di strada che baciano i piedi dei passanti per ottenere una moneta o anche solo una penna o una caramella. Quel ricordo nel luglio 2005 è il primo pugno emotivo dritto allo stomaco da cui faticai a riprendermi nelle vesti di studentessa di lingua e cultura arabe. Ma fu anche la prima fonte di una lunga serie di domande che mi posi sul concetto di umiliazione e di abuso, su cui non è sede questa per prolungarsi.

La moschea di Sayyida Zeinab pare sia dunque connessa a uno sforzo di affermazione identitaria delle realtà urbane periferiche di Damasco. E da fine marzo 2012 anche in quelle di Beirut. Nella Dahiyye beirutina tuttavia, e in particolare nelle ristrette dimensioni della sua via, la moschea sciita non suggerisce affatto l’atmosfera empatica che si respira a Damasco, fatta di canti e pianti luttuosi, e di spessore psicologico della tragedia storica dei “martiri” Hassan e Hussein negli eventi di Karbala’ e Najaf.

Alcuni negozianti nelle immediate vicinanze del quartiere tra Haret Hreik e Bi’r al ‘Abed esprimono il dissenso senza mezzi termini riguardo al nome pensato per il nuovo spazio religioso di Dahiyye. Secondo loro, con un progetto di questo tipo la società di costruzione intende ribadire in toto il carattere ideologico siro-iraniano dell’area e incarnato in un nuovo spazio pubblico.

I commenti di alcuni passanti mi ricordano la difficile sfida di offrire uno spazio pubblico in cui ogni residente dell’area possa identificarsi. La questione di come evitare l’endogena esclusione sociale all’interno della stessa Dahiyye è purtroppo totalmente ignorata, dal momento che l’area viene spesso aribitrariamente dipinta come un monolite culturale, religioso e sociale. Fatto solo di povertà, emarginazione, arretratezza, caos sociale ed economico nella totale assenza di leggi.

Diversamente dalla “bufala” socio-urbana di Solidère per ricostruire il downtown di Beirut dopo la guerra civile, e del progetto Elissar proposto dal governo libanese per ricostruire Dahiyye e mai attuato, la moschea di Sayyda Zeinab fa parte – nell’ottica delle municipalità locali – di un immenso progetto di rivalutazione e rafforzamento identitari della periferia di Beirut.

La nuova moschea, al suo esterno, ospita la tipica ‘ejjeh, il cassonetto per le elemosina dei residenti e dei passanti. Una delle sue scritte recita “Edifichiamo insieme la società” (al mujtamaa nabnihi ma’an): uno dei tanti espedienti propagandistici di inclusione e partecipazione delle varie agenzie di beneficienza locali.

L’orgoglio di M. e degli altri costruttori nel sottolineare l’onore del loro incarico, in veste di self-made men, evidenzia l’ancor attuale disaffezione dei residenti di Dahiyye, per lo più emigrati dal sud del Paese, nei confronti dello Stato libanese, a causa di una lunga storia di emarginazione e abbandono dell’area da parte del governo.

Consiglio una visita alla moschea anche prima del suo completamento. Si può così entrare nel cuore delle fasi finali di ricostruzione delle periferie meridionali di Beirut, bombardate pesantemente dall’aviazione israeliana nell’estate del 2006. Troverete anche modo di immergervi nella realtà sociale dei costruttori dei nuovi edifici, lavoratori immigrati per la maggior parte, stipendiati prevalentemente da società private del Golfo, nell’immensa compagine grottescamente neo-liberalista del Libano in eterna ricostruzione.

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* Estella Carpi studentessa di dottorato dell’Università di Sidney, Australia. Attualmente è a Beirut per una ricerca sul campo.