Beirut, quando il servìs è donna

Gloria, la tassista di Beirut (Elisa Piccioni, Beirut 2011)(di Elisa Piccioni) Mi stavo sbracciando nel bel mezzo di dwar adliye, la rotonda del Palazzo di giustizia, cronicamente in ritardo e assordata dai clacson, quando la sua auto mi si è fermata davanti ai piedi. E lo stupore mi ha fatto indugiare.

Anche se la targa rossa della sua Volkswagen indicava senza dubbio che si trattava di un auto per il servizio pubblico, ho dovuto attendere la classica strombazzata, seguita da “… servìs?” (il taxi collettivo, dal francese service), per superare l’incertezza e aprire lo sportello.

A tu per tu con la prima tassista beirutina che incontro, non potevo che fermarla per una veloce intervista.

Sulla cinquantina, tratti gentili e francese impeccabile, Gloria, ha vissuto fuori dal Paese per diciassette anni.

A Parigi ha lavorato come segretaria, ha preso lezioni di canto e ha studiato scienze dell’educazione.

Fermamente “credente in Dio e nel suo Paese”, da quando è ritornata dalla Francia, quasi diciassette anni fa, ha un solo desiderio: tramite il suo lavoro, aiutare la società libanese a ricostruirsi.

Ore e ore nel traffico di Beirut… ma le piace il suo lavoro?
È meraviglioso! Si conoscono ogni giorno persone nuove, di tutte le età e di tutte le classi sociali e ognuno ha qualcosa da dire! Si imparano molte cose sulla società.

Come?
Comunicando! Nel servìs la comunicazione diviene incredibilmente facile e diretta, e soprattutto è breve. Sappiamo che poi non ci si rivedrà più per cui ci si sente più liberi di parlare. Può star certa che chiunque salga in un servìs, se lo si mette a proprio agio, prima o poi finisce col dire qualcosa.

Gli argomenti più frequenti?
Di tutto. Tutti hanno qualcosa da dire, ed io ho imparato ad ascoltare. La storia dell’ultima cliente, ad esempio, mi ha sciolto il cuore. È una giovane molto triste perché suo fratello è stato colpito durante la guerra del 2006 e ora non può più camminare. Lei ha conosciuto un uomo e vorrebbe uscire con lui, ma non riesce a non pensare alla condizione del fratello. Il problema è che mi lascio trasportare dalle storie che ascolto e alla sera ho sempre qualcuno in più per cui pregare!

E le capita mai di rivedere le stesse persone?
Generalmente no, i clienti sono sempre diversi! Una volta sola, un giovane cineasta mi ha chiesto di recitare una parte nel suo film. Così ci siamo rivisti per girare. È stato divertentissimo e ho anche cantato la mia canzone nel film!

La sua canzone?
Sì! È dagli anni Ottanta che canto. Il ritorno in Libano dalla Francia, dopo diciassette anni, è stato molto duro, la città era cambiata, molte persone erano in difficoltà, ma allo stesso tempo ero anche molto felice. Così, presa dall’euforia, ho scritto una canzone che l’anno scorso è anche passata in televisione. Il testo è molto bello, dice: “Au Liban je suis revenue, je veux chanter ici, je veux être heureuse ici et je vais attendre ici le retour de tous mes compatriotes”…

Da cantante a chauffeuse, ma come ha scelto di fare questo lavoro?
Non sono io che ho scelto il lavoro! Stavo finendo i risparmi e allora… beh… siccome prego molto, un giorno ho urlato così forte al signore “mon Dieu, qu’est ce que je fais?” che una compagnia di taxi ha aperto nella via dove abita il mio fidanzato, e mi sono chiesta “perché no?”. Così ho preso una macchina a noleggio e ho comprato la targa rossa che, tra l’altro, ti dà diritto all’iscrizione al servizio sanitario nazionale, cosa molto difficile da ottenere in Libano.

E mi sembra di capire che non si tratti solo di un lavoro per Lei…
Io studio scienze dell’educazione e per me questo lavoro è un modo per studiare la società, perché si raccolgono così tante storie! Lo sapeva che un tassista egiziano ha da poco scritto un libro? E che uno dei fondatori della Nouvelle pédagogie era un tassista?

Walla?! (Ma dai?!)
Il servìs è forse la cosa che mi attrae di più in questo Paese, è un modo per favorire il contatto tra le persone.

E il traffico?
Ah, il traffico… ci sono troppe macchine in questo Paese, per questo stanno costruendo ponti e strade ovunque, ma prima o poi dovranno introdurre delle regolamentazioni. Anche mettere delle fermate per i servìs aiuterebbe! Io lo dico ai clienti: se quelli che vanno nella stessa direzione mi aspettassero nello stesso luogo sarebbe più semplice… e ci sarebbe meno traffico!

E Lei lavora in tutta Beirut?
No, ho scelto dei quartieri. Solitamente lavoro nelle zone di Dawra, Burj Hammud, Bushriye.

E il suo quartiere preferito?
Dekwane! Perché c’è meno traffico e c’è più spazio pubblico.

Ma le tassiste donne sono un’assoluta rarità in questo Paese.
In realtà dicono che siamo in diciassette, ma io non ne vedo molte. Nell’area in cui lavoro io, ne ho incontrate altre due e ci facciamo sempre dei segni quando ci incontriamo. Ma so che anche nelle periferie di Beirut ovest (a maggioranza musulmana), ci sono delle donne velate che conducono il taxi.  Mi hanno raccontato poi di una donna di origini armene che ha iniziato a lavorare negli anni Settanta. Lei è stata la prima donna in Libano e ha continuato a lavorare per tutti gli anni della guerra civile (1975-90). Dicono che lavori ancora.

Ma non è un lavoro stancante o pericoloso?
In realtà no, se lo fai part-time. Io non lavoro tutto il giorno, solo qualche ora di pomeriggio, quando c’è meno traffico, e mai di notte. La mattina resto a casa a preparare il pranzo e a sistemare la casa. In estate inizio il turno non prima dell’una, ma di inverno, visto che ci sono meno ore di luce, inizio un po’ prima, verso le undici.

Un mestiere per donna dunque?
La gente è molto felice quando mi vede: dicono che le donne guidano meglio, fanno più attenzione e non vanno veloci! Ci vuole una promozione sociale, bisogna incoraggiare le donne a fare questo lavoro… e non solo.

Incoraggiare le donne a fare cosa?
Bisogna incoraggiare le donne e i giovani in generale a uscire da una società molto arcaica e conservatrice. Ad esempio, lo sa, il giorno del diploma mia madre non mi ha lasciato uscire, io volevo solo respirare una sera… ed è ancora così per molte ragazze. Io vorrei che oggi gli adulti diano più fiducia ai giovani.

Già…
Io da giovane ho dovuto lasciare gli studi: con la guerra non si aveva la testa per studiare. Queste ragazze sono fortunate, lavorano e studiano allo stesso tempo e hanno molte belle idee. Io cerco di incoraggiarle in tutto: a credere in loro stesse, a non andare all’estero, a fondare imprese qua, a costruire il proprio Paese. Grazie a loro il Libano potrebbe cambiare molto nei prossimi anni.

E Lei, dal suo servìs, ha il posto in prima fila per vedere questo cambiamento…
Ringrazio Dio di fare questo lavoro! Credo che ognuno dentro di sé abbia una missione, che poi applica nel lavoro che fa. Io come chauffeuse di taxi ho voglia di comunicare, di ascoltare e di contribuire a promuovere questa società.