Un esercito di formiche nello Hangar di Dahiyeh

The Hangar before UMAM

(Sirialibano.com, October 22, 2010)

Beirut – Un’ ex magazzino nel cuore sciita della capitale libanese propone una serata cinematografica in cui, attraverso la rapidità delle immagini di un cortometraggio, si rievocano spazi e memorie della harb tammuz, il conflitto dell’estate 2006. Il tema della guerra e dell’Assurdo. di Simona Loi.

A fatica sono giunta allo Hangar.

Invece che alla Moschea al-Mahdi, l’autista del taxi mi ha condotta alla ben nota Moschea al-Hasaneyn, dedicata, come dice il nome, ai due imam sciiti figli di ‘Ali, Hasan e Husayn. L’illustre ayatollah Fadlallah in quella moschea teneva i suoi celebri sermoni fino a due settimane prima di morire, nel luglio scorso.

Forse che, essendo io una straniera, il tassista abbia pensato che mi dovessi recare nella più conosciuta tra le moschee di Dahiyeh, il distretto meridionale di Beirut.

Tagliata in due dalla strada che corre verso l’aeroporto, Dahiyeh (lett. “periferia”) è abitata da una maggioranza di musulmani sciiti con una presenza cristiano-maronita al suo interno; dopo la harb tammuz, la guerra del luglio-agosto 2006, il quartiere ha in parte perso il vanto che lo caratterizzava quale area residenziale e commerciale a seguito dei ripetuti bombardamenti subiti dall’aviazione israeliana.

Coprendomi le spalle con un leggero scialle nero, decido comunque di scendere dal taxi e trovare un altro autista che, al contrario del precedente, non si dimostri cauto e timoroso nel chiedere informazioni ai passanti, mentre mi spiegava (sentendosi in dovere di informarmi forse) che ci trovavamo nel quartiere di Haret Hreik, sotto il pieno controllo di Hizbullah, il Partito di Dio artefice della resistenza armata contro il vicino israeliano.

Una cautela che a me pare eccessiva, cerco solo una moschea, e lo saluto.

Dopo i primi tentativi, prestando un’estrema attenzione alla pronuncia, mi rendo conto che nessuno pare conoscerla. Anzi mi si propongono tante e diverse moschee alternative, ipotizzando io mi sbagli.

Assolutamente no, ribatto io, essendoci già stata.

La Moschea al-Mahdi è un punto di riferimento importante per giungere allo Hangar, grande magazzino che durante gli anni ’50 e ’60 venne adibito alla vendita di frutta e verdura di proprietà della famiglia Abela; avendo poi questa trasferito la sua attività in una zona più vicina all’aeroporto, il magazzino venne utilizzato per la vendita di uova all’ingrosso, sino ai sinistri primordi della guerra civile (1975-1990).

Vi si installò in seguito una piccola agenzia di stampa, che sino agli più recenti ha versato nel più totale abbandono.

Nel 2004, tuttavia, UMAM, importante organizzazione non governativa (Ong) libanese che opera a Beirut, ha avviato un processo di riqualificazione dell’ex magazzino, oggi fulcro delle numerose attività dell’organizzazione che comprendono proiezioni cinematografiche, esposizioni, tavole rotonde con dibattiti concernenti i continui rivolgimenti che vivacizzano l’attualità politica libanese, nonché un notevole opera di raccolta e archivio di quella che viene considerata la “letteratura grigia” sulla guerra civile: imponente mole di testimonianze storiche composta da libri, riviste, pamphlet, giornali, volantini, poster nonché materiale audio e audiovisivo.

Sullo sfondo di un paese percorso da molteplici fratture settarie, mai ricomposte dalla fine della guerra, che non ha ancora avviato un serio processo di riconciliazione nazionale e ricomposizione della memoria storica, l’intento di UMAM appare quanto mai necessario e coraggioso.

Coraggio dimostrato con la ripresa delle attività dopo i danni subiti dalla struttura durante i bombardamenti dell’estate 2006, che cambiarono radicalmente il volto dei sobborghi sciiti nella periferia meridionale di Beirut.

Mi ero recata per la prima volta allo Hangar dopo nemmeno una settimana dal mio arrivo nella capitale libanese, nel settembre scorso, attratta e incuriosita dai manifesti che pubblicizzavano un’imminente proiezione cinematografica.

“Ospedale Gaza”, il titolo del documentario presentato dal regista italiano, Marco Pasquini, che rievoca attraverso le testimonianze storiche raccolte, l’immagine del Gaza Hospital, operante nei campi palestinesi di Sabra e Shatila sino alla prima metà degli anni ’80.

Immagini vivide di un passato che si sgretola oggi in Libano, offuscato dalla confusione istituzionale, politica, urbanistica che vive il Paese.

Ieri, in serata, veniva proiettato “Un esercito di formiche” (An Army of Ants), cortometraggio del registra, cameraman, editore nonché giornalista libanese Wissam Sharaf, premiato in numerosi festival internazionali tra il 2007 e il 2008.

Pago l’autista, quasi imbarazzato nel suo stupore davanti alla luminosa e reale Moschea al-Mahdi, e di corsa raggiungo lo Hangar.

La rapidità del cortometraggio toglie il fiato in sala.

Ventitré minuti in cui si racconta una guerra che accade, è accaduta e forse accadrà ancora in uno spazio privo di coordinate reali.

Ambientato dopo la harb tammuz, in un generico spazio collinare, verde e aperto, i tre protagonisti cercano le vestigia di una guerra di cui forse non sono stati parte.

Viaggiano alle volte del sud del Paese, al liminare del confine con Israele, attraversano scenari che tanto devono al teatro dell’assurdo.

Senza uno scopo, ma spinti da una forse ingenua volontà di scoperta, comprano un’arma con cui sparano sullo schermo, sul pubblico, forse verso le pattuglie israeliane oltre il confine della Linea Blu.

Un nemico invisibile, perché la guerra è finita, ma che si palesa nell’imminente urgenza di una situazione regionale affetta da un’instabilità reiterata.

Gli spazi verdi sono dei non-luoghi che denunciano, col loro silenzio, la malinconia della fine della guerra.

Una quiete che assorda, come ad assordare erano le esplosione delle bombe gettate dall’esercito nemico Pare quindi che la guerra sia un non-finito, un non concluso che potrebbe manifestarsi ancora.

Al silenzio dei luoghi fa da contraltare l’immagine reiterata di un formicaio che il registra propone a più riprese.

E sconcerta.

Silenzio contro movimento. Due lasciti di ogni guerra: il lutto dei veli neri delle donne sciite e il tacere dinnanzi all’ineluttabilità della morte si affiancano ai movimenti che gridano vendetta, brulicanti apparti armati mossi da una strenua volontà di rivalsa sul nemico.

Ecco quindi una tra le infinite interpretazioni delle formiche. Addirittura un esercito, forte nell’insieme, compatto e unito, di cui si potranno schiacciare alcune componenti, ma altre e nuove forze riemergeranno dalla terra.

La plasticità delle immagini connesse al “sottoterra” è resa dalla presenza di buche scavate dove si conservano armi di contrabbando, vi si cade dentro o si geme,quasi, guardando al loro interno.

Il tema della scoperta viene presentato dai tre ragazzi che forse giocano a trovare la guerra, rievocandola.

Un cortometraggio che vuole essere un quadro aperto, come mi spiega Wissam Fares, il protagonista principale, ammaliato dalle formiche e silente immagine di un Libano che, avvezzo alla guerra, la richiama a sé, percependola come un’imminente presenza.

Un pubblico attento e curioso, uno scrosciare di domande finali, interpretazioni possibili e azzardate, l’immaginazione che cerca la logica della spiegazione razionale.

Fuori, Haret Hreit brulica di vita come un formicaio, nei colori vividi della frutta ancora esposta e appesa nelle bancarelle aperte sino a tardi, o nei profumi delle vetrine che mostrano i dolci al miele.