Zaytoun, Quando le buone intenzioni non bastano

(di Caterina Pinto). Prendete un’idea di base piena di buoni sentimenti, se non addirittura un po’ ruffiana: l’amicizia tra un israeliano e un palestinese (un bambino palestinese!).

Aggiungeteci una sceneggiatura maldestra, qualche dialogo lezioso, degli errori fattuali e ambientate il tutto sullo sfondo di bellissimi paesaggi: ecco che avrete Zaytoun, l’ultimo film del regista israeliano Eran Riklis.

Dopo il successo de La sposa siriana (2004) e de Il giardino di limoni (2008), Riklis torna di nuovo a raccontare il lato umano del conflitto israeliano-palestinese. Zaytoun è stato proiettato in anteprima italiana a Firenze nella serata di apertura del festival Middle East Now, serata che ha registrato il tutto esaurito e che ha avuto come ospite d’onore l’attore americano protagonista, Stephen Dorff.

È la storia di Yoni (Dorff), un pilota israeliano che, nella Beirut del 1982 è fatto prigioniero da un gruppo legato all’Olp quando il suo aereo viene abbattuto. A sorvegliarlo c’è anche un ragazzino palestinese, Fahed, del campo di Shatila. Dopo una fortissima ostilità iniziale, i due fanno un patto: Fahed aiuterà Yoni a scappare e ad arrivare al confine israeliano. In cambio quest’ultimo porterà il ragazzino a vedere almeno una volta il villaggio natale della sua famiglia, dove Fahed potrà piantare l’alberello di ulivo (e il titolo, zaytun, significa proprio “oliva” in arabo) del padre, morto durante un bombardamento.

Il viaggio di questa strana coppia verso il confine meridionale del Libano si sviluppa attraverso tutti gli ingredienti del road movie d’avventura classico: l’inseguimento rocambolesco (con immersione sott’acqua inclusa), i checkpoint, il campo minato, una ferita grave, le sparatorie. Ma i “nostri” riescono a destreggiarsi tra tutti questi ostacoli con qualche livido e con i pantaloni sempre perfettamente stirati.

Tra le avventure non manca l’incontro con la camionetta di soldati siriani cattivi e neppure il siparietto comico del tassista libanese che accompagna i protagonisti per un tratto di strada e che non smette di far andare “Stayin’ Alive” dei Bee Gees a tutto volume.

La trama riserva poche sorprese. Molti degli snodi sono assolutamente implausibili e poco approfonditi (come quando Fahed riesce a trovare il villaggio dei suoi e la casa di famiglia, sulla scia dei racconti tramandatigli e delle sue intuizioni) e conducono fiaccamente verso il prevedibilissimo epilogo.

Durante il viaggio i due “nemici” avranno la possibilità di conoscersi e riconoscersi l’uno nell’altro, scoprendosi meno diversi di quanto non pensassero all’inizio ed esplicitando così l’intenzione buonista di base, con un risultato che però non convince affatto, né a livello drammatico, né sul piano emotivo.