Rivolte, al Qaida con le forze reazionarie

Imad Hajjaj, 12 settembre 2001Chi è dietro al marchio di al Qaida tenta di delegittimare le rivolte arabe in corso in numerosi Paesi, affermando che l’internazionale del terrore sostiene i moti insurrezionali e che grazie alle proteste il “vero Islam sarà ristabilito”. La stessa minaccia di Al Qaida è infatti da mesi evocata dai dittatori arabi, che tentano di far passare il messaggio “o noi o il caos fondamentalista”.

In un filmato diffuso in rete per il decimo anniversario degli attacchi dell’11 settembre – e intitolato “L’alba della vittoria imminente” – il sedicente successore di Osama bin Laden, l’egiziano Ayman al-Zawahri, ha detto di sperare che i movimenti che finora hanno detronizzato i leader tunisino Ben Ali, egiziano Hosni Mubarak e libico Muammar Gheddafi, potranno ”ristabilire il vero Islam”.

Se l’Islam come argomento di legittimazione è da decenni usato dai dittatori arabi in maniera esplicita o implicita, lo è altrettanto da parte di oppositori, dissidenti e attivisti dallo scoppio delle proteste popolari. Ma mentre i primi hanno fatto e fanno tuttora ricorso allo spauracchio di Al Qaida per mantenersi al potere, gli artefici del movimento di rivolta del mondo arabo fanno riferimento all’ “Islam moderato” e respingono ancora oggi ogni legame – ideologico, morale e logistico – con la nebulosa di Al Qaida.

“Il popolo arabo ribadisce ogni giorno il suo rifiuto di Al Qaida e della mentalità qaidista”, ha commentato oggi Assad Abu Khalil, docente di scienze politiche all’Università americana di Beirut e noto analista politico, curatore del blog “The Angry Arab”. Intervenendo a un dibattito sulla tv Al Jazira, Khalil ha ricordato che “l’agenda dei popoli arabi è lontana anni luce da quella di Al Qaida”, un’organizzazione “non più rappresentata nelle società arabe”.

Poco prima della caduta del tunisino Ben Ali, un comunicato attribuito ad Al Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi) incitava la popolazione a rovesciare con la violenza il “regime corrotto, criminale e tirannico” per “stabilire la legge islamica” nel Paese. Alcuni osservatori sottolinearono la coincidenza di quel messaggio con gli avvertimenti lanciati in precedenza dallo stesso Ben Ali, sostenendo che con quell’appello Al Qaida non faceva altro che rafforzare la distorta equazione “caduta del dittatore uguale pericolo terrorismo”.

La minaccia fondamentalista era stata evocata in modo implicito anche dal presidente egiziano Mubarak, alla vigilia della sua deposizione, mentre Gheddafi ha più volte accusato senza mezzi termini i ribelli di Bengasi di essere infiltrati di Al Qaida. La stessa etichetta è stata attribuita ai manifestanti anti-governativi dal regime siriano – scosso da sei mesi da una rivolta senza precedenti portata avanti con mezzi finora pacifici – che ha oggi puntato il dito contro “miliziani di Al Qaida provenienti dall’Iraq”, autori di “azioni contro le forze di sicurezza e l’esercito”.

Il presidente yemenita, Ali Abdallah Saleh, formalmente ancora non deposto, ma lungodegente in Arabia Saudita e di fatto escluso dai giochi politici del suo Paese, aveva additato come complici di Al Qaida i generali dell’esercito disertori che si sono uniti alle folle di studenti in piazza. L’internazionale del terrore in Yemen (Aqap) è – secondo il direttore della Cia, David Petraeus – “il braccio più pericoloso del jihad globale”.

Eppure il caso dello Yemen, Paese instabile dalla sua nascita e da febbraio scorso ancor più in subbuglio a causa delle proteste popolari, è la dimostrazione – parola di Petraeus – che la lotta al terrorismo può esser condotta anche in assenza del dittatore di turno: “Negli ultimi mesi – ha affermato il direttore della Cia – la cooperazione nell’ambito dell’ antiterrorismo con lo Yemen è migliorata”. (riadattato da pezzo scritto per Ansa il 13 settembre 2011).