Beirut, quando si torna alla vita

Giardino casa Zuqaq al Blat

“La strada pavimentata”. Si chiamava così perché fu la prima via della Beirut della tarda epoca ottomana a non essere più solo sterrata. Scendeva dalla collina di Qantari verso le antiche mura che racchiudevano la città vecchia e il porto.

La strada pavimentata o, meglio, per dirla nella parlata locale, “Zuqaq al blat” (lett. “il vicolo di mattonella”). Oggi è ancora questo il nome del quartiere situato tra il Gran Serraglio, Zarif e Batrakiyye (Patriarcato).

Oggi vi apparirà come un quartiere popolare, molto povero, disastrato. Le case, alcune antiche, cadono a pezzi. Altre sono già cadute a pezzi. Molte di quelle in piedi sono da decenni occupate dai figli di chi negli anni ’80 scappò dal sud del Libano per fuggire all’invasione israeliana.

I proprietari originari di quelle case, molte signorili ed eleganti, erano fuggiti a loro volta verso zone più sicure di Beirut. Verso est, la zona cristiana. O oltremare. Nella diaspora.

Ma una di queste dimore, in via ‘Abd al Qadir (Rue Abdelkader per i francofoni) è stata di recente salvata dall’incuria e l’oblio da un gruppo di artisti libanesi, che hanno ottenuto il permesso dal proprietario dell’immobile per trasformarlo in atelier aperto al pubblico. C’è anche un giardino, non più giungla dimenticata (foto in alto).

Per saperne di più, leggete l’articolo apparso in francese sul sito dell’Agenda Culturel di Beirut e visitate il blog degli artisti autori dell’encomiabile iniziativa. Perché a Beirut non si muore soltanto. Si torna anche alla vita.