Vino del Libano? Prigioniero del confessionalismo

Con circa sette milioni di bottiglie prodotte all’anno, il vino libanese sta conquistando sempre più spazio nel mercato mondiale: “Marks & Spencer”, la nota catena commerciale britannica, ha deciso di proporlo sui suoi esclusivi scaffali accanto alla tabbule e allo hummus, mentre il tour operator “Arblaster & Clarke” ha inserito il Libano tra le destinazioni dei suoi esclusivi itinerari enologici.

Nonostante i numeri e le brillanti prospettive, il governo libanese non interviene però a sostegno di questo settore emergente, afferma Michael Karam, esperto di vini e autore del pluripremiato libro Wines of Lebanon (la copertina qui in foto a sinistra).

I vinificatori libanesi non ricevono alcun aiuto dallo Stato, che invece farebbe bene a elargire finanziamenti mirati, pianificare campagne di marketing e implementare meccanismi e protocolli (come sta facendo per l’olio di oliva, ad esempio).

Sul The Daily Star di Beirut, Karam ricorda che sebbene ci siano stati tentativi di creazione di un istituto nazionale, responsabile di tutti i livelli (dalla coltivazione, alla produzione, alla vendita) dell’industria vinicola e si sia tentato di creare un sistema di certificazione internazionale, le autorità libanesi si dimostrano poco lungimiranti o forse piuttosto “riluttanti ad essere coinvolte in un settore che potrebbe offendere alcune sensibilità religiose”.

E così in Libano anche il vino diventa un simbolo di “appartenenza” e di conseguenza uno strumento di aperto scontro politico.