Libano, nazionalità in cambio di voti

Al termine di un iter istituzionale durato ben 17 anni, il presidente della Repubblica libanese Michel Suleiman ha firmato un decreto per l’abolizione della controversa naturalizzazione di circa 200 persone, che nel lontano 1994 avevano ottenuto, assieme ad altre 200.000 di ottanta diversi Paesi, l’ambìto passaporto blu col Cedro dorato.

La decisione del 20 giugno 1994, approvata dall’allora governo di Beirut all’ombra della tutela militare della vicina Siria, aveva consentito a Damasco di alterare l’equilibrio politico e confessionale in alcune zone sensibili del Libano, facendo diventare libanesi circa 160.000 musulmani, di cui più di 45.000 palestinesi nati e cresciuti nei campi profughi del Paese.

In un comunicato della presidenza libanese del 28 ottobre si afferma che Suleiman “ha firmato una prima serie di decreti che ritirano la nazionalità a persone che, secondo il Consiglio di Stato, non la meritano”.

Per la prima volta nel 2003, dopo forti pressioni della Lega maronita libanese, era stato infatti il supremo organo di consulenza giuridica e amministrativa della presidenza a definire non valida la decisione del 1994, chiedendo al ministero degli interni di rivedere numerosi dossier controversi. Tra questi, come ha ricordato lo scorso 29 ottobre il quotidiano libanese an-Nahar, figurano anche criminali comuni, condannati dalla giustizia libanese per aver commesso reati in Libano.

Gran parte dei naturalizzati vivevano di fatto da anni nel Paese: nei campi profughi palestinesi, nei loro dintorni, oppure nelle regioni a ridosso del poroso confine con la Siria. In quest’ultimo caso si trattava per lo più di beduini musulmani sunniti, da secoli abitanti di territori sui quali non è mai stata demarcata la moderna frontiera tra i due Paesi, decisa sulla carta durante il mandato coloniale francese (1920-1943) sulle ex province arabe dell’impero ottomano.

Più in generale, la nazionalità libanese era stata concessa a persone di ottanta diversi Paesi, tra cui gli apolidi palestinesi. Nei registri del ministero degli interni pubblicati dai media di Beirut, figurano ben 65.734 siriani, tra cui impiegati nelle amministrazioni locali di Damasco e persino ufficiali dell’esercito regolare siriano.

Ma anche oltre duemila egiziani e altrettanti giordani, circa 1.500 iracheni e poco meno di mille iraniani. Beneficiati persino 496 francesi, 155 statunitensi, tre cinesi, due ebrei e un indiano di religione sikh. I dati più interessanti emergono leggendo le diverse appartenenze confessionali dei naturalizzati: di circa 200.000 persone, appena 43.516 sono cristiani delle varie comunità mentre 159.011 sono musulmani e, di questi, 118.295 sono sunniti.

Secondo il deputato cristiano Nehmetallah Abi Nasr, uno dei più strenui critici della legge sulla naturalizzazione, questa fu decisa per “alterare l’equilibrio confessionale”. In particolare, afferma l’avvocato, noto per le sue posizioni razziste nei confronti dei palestinesi e in generale dei musulmani, “dall’oggi al domani i cristiani di alcune località della (valle orientale della) Beqaa videro aggiungersi alle liste elettorali dei loro paesi centinaia di sunniti naturalizzati dalla Siria”.

Altre fonti politiche libanesi ricordano invece che la legge del 1994 fu il frutto dell’allora clima di compromesso politico tra il regime siriano e il governo del premier libanese sunnita Rafiq Hariri (ucciso nel 2005 a Beirut).

Nazionalizzare i beduini sunniti della Beqaa servì agli Hariri – sostengono gli osservatori locali – per assicurarsi un più solido bacino elettorale in alcune zone sensibili del Paese. Analogamente, ricordano le stesse fonti, nazionalizzare circa 8.000 alawiti siriani della regione confinante con la regione settentrionale libanese dell’Akkar (a maggioranza sunnita), consentì a Damasco di riequilibrare a proprio favore il peso politico in un territorio tradizionalmente ostile all’ influenza siriana.

Dei circa 200 dossier ora da rivedere per decreto presidenziale, la maggior parte riguardano persone che hanno ottenuto la nazionalità libanese presentando documenti falsi e rilasciato dichiarazioni mendaci. Ma secondo il deputato Abi Nasr sono oltre 6.000 i casi da invalidare. (Scritto per ANSAMed il 1 novembre 2011).