A Tripoli come in Siria

(di Roxanne) Tripoli, 27 novembre. Sotto l’auspicio di un autunno delle armi in Libano e di una primavera di una seconda commemorazione per l’indipendenza nel Paese, si è svolto nella “capitale del nord” un imponente raduno che ha visto decine di migliaia di partecipanti, provenienti dalle file del Partito del Futuro e dei suoi alleati cristiani.

Godendo di un inatteso “effetto Maratona” di Beirut, che ha diluito l’usuale traffico libanese – che si sarebbe avuto in un’autunnale domenica di sole – mi sono recata a Tripoli, in occasione dei festeggiamenti posticipati dell’Indipendenza del Paese, organizzati da al-Mustaqbal (il Partito del Futuro) a guida dell’ex premier Saad Hariri, da mesi all’estero in quello che sembra un esilio volontario.

Folle colorate dell’azzurro delle bandiere del partito fondato dal defunto Hariri padre si radunavano dalla tarda mattinata, provenendo per la maggior parte dal circostante territorio dell’Akkar, la più povera ed economicamente depressa provincia del Paese, abitata prevalentemente da sunniti.

Mentre si attendeva l’inizio dei discorsi tenuti dai deputati eletti nei seggi dell’Akkar, gli slogan e le musiche patriottiche riempivano l’enorme costruzione adibita a sede del raduno: i bambini già sventolavano le bandiere del Libano e quelle di al-Mustaqbal; donne, per la gran parte velate, tendevano slogan e striscioni; i ragazzi, fuori, stendevano un lungo tricolore a bande nere, bianche e verdi. Quello “siriano”.

Non si tratta della bandiera attualmente in vigore nella Siria degli al-Asad (1970-), bensì del vessillo usato prima che il partito Baath – di fatto l’unico, nel Paese – prendesse il potere nel 1963. Questo tricolore è ormai utilizzato da mesi da molti attivisti, oppositori e manifestanti in Siria che da più di otto mesi chiedono la caduta del regime (isqat an-nizam).

Suriya bedda horriye..Yalla irhal ya Bashar..Ash-shaab yurid isqat an-nizam..” (La Siria vuole libertà.. Dai, vattene, oh Bashar..Il popolo vuole la caduta del regime). Gli slogan che echeggiavano a Tripoli sono gli stessi di Homs, Hama, Daraa, Idlib, dei sobborghi di Damasco. Gli slogan delle proteste in Siria.

“L’80 per cento di coloro che partecipano al raduno vengono dall’Akkar”, mi dice un generale dell’esercito libanese in pensione presente al raduno. “Siamo qui per dire no a tutte le armi (riferendosi alle milizie armate del partito sciita Hezbollah) che non siano le armi legittime e legali del nostro esercito. Siamo qui perché siamo contro il regime siriano e le sue ingerenze in Libano. Siamo qui affinché venga accordato il finanziamento (tamwil) del Tribunale Speciale per il Libano (Tsl, con sede all’Aja, creato per giudicare i presunti responsabili dell’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri, padre di Saad)”.

“Anche se ha il sostegno di Cina, Russia e Iran, il regime di Damasco deve cadere. E cadrà”, tuona il generale. “Qui a Tripoli c’è più democrazia che a Beirut”, afferma. “Qui non ci sono armi, se non nel quartiere di Jabal Mohsen (abitato da alawiti, branca dello sciismo a cui appartiene anche la famiglia al-Asad). Il quartiere fa capo ai siriani (tabaa la Suriya)”.

“Vi attendete l’arrivo di Saad Hariri oggi?”, chiedo. “Forse, potrebbe raggiungerci dalla Francia. Ma sarebbe meglio di no, per questioni concernenti la sicurezza”.

Continuo ad aggirarmi tra i cartelloni e le bandiere: “Da Tripoli a piazza Tahrir (al Cairo) il popolo vuole la caduta del golpe e la caduta delle armi” (min Tarablus ila Midan at-Tahrir ash-shaab yurid isqat al-inqilab w isqat as-silah).

L’atmosfera è festante, e i ragazzi ballano la dabke (danza popolare araba). Mi allontano, optando per un giro nei quartieri della città vecchia, semideserta con i suq chiusi di domenica, ma dove riecheggiano i continui colpi di fucile sparati in aria assieme agli slogan contro il regime siriano…intonati da bambini. Quasi che fossimo in Siria!

All’interno dei pochi negozi di gioielli aperti, i televisori sono accesi sintonizzati sul raduno tripolino, trasmesso in diretta, dove si susseguono gli interventi dei deputati. Entro in un negozio tappezzato di immagini dell’attuale premier Najib Miqati, originario di Tripoli, alleato della Siria e degli Hezbollah. “Ahlan wa sahlan. Tfaddali (Benvenuta, prego, accomodati)”, mi accoglie il proprietario.

Pare estremamente interessato ai discorsi, e li commenta. “Hariri non verrà. Avvisato dalle mukhabarat (servizi segreti) saudite e francesi del pericolo di un attentato. Al posto suo parlerà Fu’ad Siniora – ex premier”, dice ammirato. Gli chiedo se supporti Miqati. “Prima, appena venne eletto tutti nutrivamo speranza e ottimismo nei suoi confronti. Ora no. Per quanto riguarda la politica estera, ha sbagliato, supportando la Siria e le armi di Hezbollah. Sarebbe forse meglio si dimettesse. La sua popolarità qui a Tripoli è calata“. In mattinata, giungendo a Tripoli avevo notato all’ingresso del centro storico una gigantografia di Miqati sfregiata da un buco sulla fronte.

Al termine del raduno la città pare risvegliarsi: traffico, vetture tappezzate delle immagini del “martire” Hariri e di suo figlio, azzurre come il colore di al-Mustaqbal sfrecciano piene di ragazzi che intonano i medesimi slogan.

Non compaiono donne nelle strade del centro storico, come nemmeno nel caffé in cui decido di riposare per un tè caldo serale. Uno scenario di soli uomini, adulti e anziani per la maggior parte, che giocano a carte mi si palesa dinnanzi reso opaco dalle nuvole del fumo di sigaretta e narghile (pipa ad acqua). Unica donna, tengo un basso profilo.

Degli improvvisi spari, che mi paiono esplodere vicino al locale, mi fanno balzare in piedi, d’istinto. Mentre, tutt’intorno, si continua a giocare senza batter ciglio. “Sei straniera?”, mi domanda un anziano. “Non temere, sono solo proiettili vaganti. Sparano in aria, per festeggiare (lil farah). Tranquilla!”. Ma le armi, non erano solo nel quartiere alawita di Jabal Mohsen?