Esiste o non esiste lo Stato in Libano? La questione viene discussa spesso in ambito accademico e chiunque dimostra quella o quell’altra tesi a seconda della definizione che dà di Stato.
Il tema è spesso trattato di riflesso alla questione riguardante il ruolo che il movimento sciita Hezbollah svolge in Libano: “Stato nello Stato”, “uno degli Stati”, “Stato in un non-Stato”… le definizioni si moltiplicano.
A questo pensavo quando ho letto questa curiosa notizia, relegata come “breve” in fondo a pagina 8 dell’edizione cartacea del quotidiano panarabo al Hayat lo scorso 20 dicembre (non ho trovato sul sito Internet del giornale la versione online della notizia. L’ho ripescata cercandola su Google in questo sito libanese, dove hanno copiato e incollato il testo di al Hayat).
Al Hayat, di proprietà di uno dei principi sauditi, è stato fondato a Beirut ed è stato per anni un giornale libanese. Ancora oggi conserva al suo interno sempre una pagina dedicata esclusivamente agli affari libanesi. Una rarità nel panorama della stampa panaraba.
Nella breve si racconta che Jalal Abu Diyab, ex guardia del corpo dell’ex ministro Wi’am Wahhab (druso, una comparsa nel panorama dei filo-siriani libanesi), alla sbarra nel processo per giudicare i responsabili dell’assassinio di Ali Hussein Saleh, dirigente di Hezbollah, nel 2003, ha deposto il 19 dicembre 2011 di fronte al tribunale militare di Beirut nella più ampia inchiesta sulla rete di spionaggio in favore di Israele guidata da Mahmud Rafe’. La rete di Rafe’ è accusata di aver tra l’altro pianificato ed eseguito l’uccisione di Saleh.
Abu Diyab ha detto che prima di esser arrestato ufficialmente dalle autorità libanesi è stato fermato e trattenuto per ben quattro anni, da aprile 2007 a giugno 2011, da Hezbollah, che lo ha consegnato ai servizi di sicurezza militari dell’esercito di Beirut solo nell’estate scorsa.
Al di là del fatto che Abu Diyab abbia negato ogni coinvolgimento nell’assassinio di Saleh e abbia negato di aver mai conosciuto Rafe’ prima di passare con lui tempo in carcere dall’estate 2007, emerge il fatto – non smentito finora da Hezbollah – che un partito libanese ha potuto detenere nella totale impunità un cittadino.
Nella logica dominante in Libano, Hezbollah combatte contro Israele e quindi ha implicitamente la legittimità di operare come meglio crede nei confronti delle presunte spie in favore dello Stato ebraico.
E’ talmente dominante questa logica che la deposizione di Abu Diyab non ha fatto notizia in Libano (una breve in ottava pagina di un quotidiano non più libanese!) e nessun politico o giornalista si è finora sognato di interpellare le autorità in merito alla legittimità o meno dell’azione del movimento sciita.
Quattro anni sono tanti… ma anche un solo giorno di prigionia nelle mani di un partito-milizia viola la legge vigente in Libano… qualche malevolo (“sionista!”) potrebbe chiamarlo rapimento. Ma la domanda rimane: perché non consegnarlo subito alle autorità libanesi?



