Attentato a Damasco. Serve a chi non vuole la svolta

(di Lorenzo Trombetta, Europa). Chi ha pianificato ed eseguito la strage del 21 febbraio 2013 nel centro di Damasco, nella quale secondo stime ufficiali sono morte 53 persone, non voleva colpire solo i simboli del regime o postazioni delle milizie fedeli al presidente Bashar al Assad. Ma ha voluto alienare la popolazione del centro moderno della capitale dal graduale avanzamento dei ribelli alle porte della città.

Il consiglio militare dell’Esercito libero (gli insorti) di Damasco ha smentito ogni coinvolgimento nell’attentato suicida – così è stato descritto dalle fonti ufficiali del regime – che a metà mattinata ha seminato la morte nel quartiere di Mazraa, una zona trafficata, di passaggio e sede di uffici e scuole.

Il regime ha puntato il dito contro terroristi senza fornire ulteriori indicazioni. Ma a differenza dei primi «attentati terroristici», compiuti a Damasco tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 e allora immediatamente attribuiti ad «al Qaeda», il racconto fornito dai media ufficiali sembra indicare l’estraneità dei servizi di sicurezza siriani nella vicenda. La vicinanza di una sede secondaria del Baath, il partito al potere da mezzo secolo, non basta a giustificare una simile azione.

Dalla diffusione della prima notizia dell’esplosione di Mazraa a quando la tv di stato ha trasmesso le prime immagini dal luogo dell’attentato è passata più di mezz’ora. In passato – in particolare in occasione degli attacchi di dicembre 2011 e di gennaio 2012 – erano trascorsi appena pochi minuti.

E nessun “civile” siriano si è fatto riprendere mentre sollevava a mani nude brandelli di corpi gridando «è questa la verità che volete!?», riferendosi ai manifestanti anti-regime, come invece avvenuto nei sospetti episodi del passato. Oggi, i corpi a terra non erano accasciati in posture inusuali e senza polvere o detriti addosso, ma erano parte di uno scenario assai più realistico in un quadro drammatico di carcasse di auto fumanti e increduli sguardi dei passanti.

Di certo questi sono solo indizi. Ma il copione sembra diverso da quello dei primi «attentati di al Qaeda», la cui autenticità è stata messa in dubbio da più parti. Piuttosto, quest’attacco ricorda quello compiuto nell’ottobre scorso nella centralissima piazza Saadallah Jabiri di Aleppo. O a quell’altro commesso più di recente a Salamiyya, nella regione centrale di Hama.

Entrambe le operazioni – costate entrambe la vita a decine di civili innocenti – sono state in seguito rivendicate dalla Jabhat al Nusra (il Fronte della Salvezza), una sigla passepartout per gruppi ultra-radicali, con priorità non sempre coincidenti con quelle del variegato fronte dei ribelli siriani e fortemente infiltrati da elementi stranieri, più abili ed esperti in azioni di guerriglia, in attentati suicidi e in attacchi dinamitardi a convogli militari (Iraq docet).

È senza dubbio presto per poter trarre conclusioni sulla maternità dell’attentato di Damasco, ma gli autori vanno senza dubbio ricercati in quella galassia di sigle che puntano sull’inasprimento della guerra tutti-contro-tutti. Sono attori che non servono la causa della rivolta siriana contro gli Assad. Ma che – volontariamente o meno – forniscono alibi al regime per proseguire la repressione e rimanere dunque in vita.

In un momento in cui il potere degli Assad sembra minacciato come non mai. I simboli del potere nel centro di Damasco sono da giorni e per la prima volta da due anni obiettivo di colpi di mortaio sparati dai ribelli, che anche sempre il 21 febbraio 2013 sono riusciti a far arrivare i loro espliciti messaggi nei pressi della sede dello stato maggiore, in piazza degli Omayyadi e vicino alle sedi dei servizi di sicurezza nel quartiere di Barze. Ma questa è un’altra guerra: combattuta in modo diverso e con linee rosse da non superare più evidenti.

Seppur espressione di sigle fondamentaliste, i ribelli che dai sobborghi tentano di sfondare le linee di difesa della capitale sono parte delle comunità locali. Non hanno motivo di alienarsi la gente di Damasco. E infatti finora hanno puntato i loro imprecisi razzi su obiettivi del regime.

In un’altra trincea – davvero anti-regime? – sembrano operare gruppi che non intendono conquistare il potere di Damasco, ma che mirano (magari istigate da forze regionali reazionarie come l’Arabia Saudita, il Qatar, l’Iran o Israele) a prolungare la contesa. A esasperare le divisioni e il circolo vizioso dell’odio.