Battaglia a Damasco, dove andranno Bashar e Maher?

(di Lorenzo Trombetta). La battaglia di Damasco, con l’uccisione di importanti personalità del regime, segna una svolta nella guerra in Siria ma non costituisce la battaglia finale. Gli scontri senza precedenti e in corso da giorni nella capitale siriana tra ribelli e governativi dimostrano l’accresciuta capacità dell’Esercito siriano libero (Esl) di sferrare con successo attacchi al cuore del potere, ma il regime è intenzionato a impegnare tutte le sue forze per non perdere la prima delle sue due roccaforti.

La seconda, la montagna alawita stretta tra il Mediterraneo e la piana dell’Oronte, è la retrovia dove arroccarsi e resistere all’avanzata dei ribelli se questi ultimi riuscissero a conquistare Damasco e a sfondare le altre linee di difesa attorno a Latakia, lo strategico porto a nord-ovest. I vertici del regime non sono però un monolite indefinito, ma un gruppo di uomini tra cui spicca il presidente Bashar al Assad.

Nell’esplosione che il 18 luglio ha scosso la sede dell’Ufficio della sicurezza nazionale tra il viale Abrummane, dove si trovano numerose ambasciate, e la piazza di Malki, vicinissima alla residenza presidenziale, solo un membro del potere reale è stato ucciso: Assef Shawkat, cognato del raìs, ex capo dei servizi di sicurezza militari e vice ministro della difesa. Nei mesi scorsi la sua morte era stata annunciata ma sempre smentita da fonti ufficiali.

Il 18 luglio 2012 il governo ha invece ammesso la sua morte. Assieme a Shawkat sono state uccise altre personalità del regime, membri però dell’apparato formale. Esecutori dunque, non decisori: il ministro della difesa Dawud Rajha e Hasan Turkmani, responsabile della cellula anti-crisi formata nel 2011 per far fronte alla rivolta popolare anti-regime.

Feriti gravemente il ministro degli interni Muhammad Shaar (esecutore), e Hisham Ikhtiyar (decisore), capo dell’Ufficio della sicurezza nazionale, altra agenzia di sicurezza. Alcune fonti, non confermate, hanno riferito della morte di Hafez Makhluf, cugino del presidente ed esponente di spicco dell’apparato di controllo e repressione.

Non si hanno notizie – e difficilmente si avranno a breve – della sorte del presidente. Per certo, Bashar al Assad non partecipava alla riunione durante la quale è avvenuto l’attentato. Non è dato sapere se il raìs sia ancora nella capitale o abbia già riparato altrove. Perché Damasco – stando a diverse testimonianze raccolte da Europa di attivisti e gente comune – brucia, e alcuni suoi quartieri sono ormai vero e proprio terreno di battaglia.

Si combatte a Midan, primo epicentro della rivolta, roccaforte dell’islam sunnita alle porte della città vecchia. Scontri anche a Kfar Suse, quartiere più periferico dove da mesi i ribelli si oppongono ai governativi.

Notizie di scontri ed esplosioni provengono anche dalla centrale piazza Abbasidi, il cui stadio è stato da tempo trasformato in caserma; lungo viale Bagdad, sede di alcune sedi dei servizi di sicurezza; e nel quartiere Muhajirin, poco distante da una delle caserme della Quarta divisione, comandata di fatto da Maher al Assad, fratello minore del presidente.

I clan al potere – gli Assad e i Makhluf – non hanno più il monopolio delle armi e nonostante la superiorità militare si contano sul terreno diserzioni di massa sempre più frequenti. E la fuga in montagna non è più un’opzione remota. (Europa Quotidiano, 19 luglio 2012).