Khaled al Mukhayyam (Khaled del campo) è stato ucciso

Necrologio per Khaled al Bakrawi, ucciso sotto tortura dagli Asad l'11 settembre 2013(di Eva Ziedan). Kaled al Mukhayyam (Khaled del campo) è stato ucciso. L’11 settembre scorso Khaled ibn al Mukhayyam (Khaled figlio del campo) è stato ucciso sotto tortura dopo essere arrestato il 19 gennaio 2013 da parte dei servizi di sicurezza del regime a Damasco. Anni fa era stato ferito a una gamba da un proiettile israeliano.

La notizia della sua uccisione girava tra gli attivisti. Ma questa volta non solo tra gli attivisti siriani, ma anche tra i palestinesi. Ma chi è Kaled? “Khaled Bakrawi – risponde Ahmad, attivista siro-palestinese scappato in Libano – era siriano di origini palestinesi e viveva nel campo profughi di Yarmuk”.

“Tutti qui a Damasco e in Palestina lo chiamano Khaled al Mukhayyam. Kaled era il coordinatore degli attivisti nel campo di Yarmuk. Era uno dei fondatori dell’azione di soccorso di Yarmuk, consigliere della Fondazione Jafra per il soccorso e docente di questioni legate allo sviluppo dei campi profughi palestinesi in Siria e Libano. Anni fa gli israeliani gli avevano sparato alla gamba. Oggi è morto sotto tortura, in prigione, a Damasco”, prosegue Ahmad.

“In ogni anniversario della Nakba (la sconfitta nella guerra arabo-israeliana del 1948, ndr) ci recavamo verso il Golan occupato dagli israeliani”, ricorda sempre Ahmad. “Ma il regime siriano mai ci ha lasciato superare il limite della cittadina di Sa’sa'”.

“Solo nel 2011, Ahmad Jibril (leader di una milizia palestinese legata al regime di Damasco e con base a Yarmuk, ndr) ha voluto attirare l’attenzione sugli israeliani per distrarre l’opinione pubblica dalle manifestazioni pacifiche anti-regime in Siria. In quel maggio 2011, (Jibril) disse ai giovani siro-palestinesi che quella volta era possibile andare oltre Sa’sa’. Ma era una trappola. Khaled lo aveva detto agli altri giovani, ma loro non gli credettero. Alcuni di loro furono uccisi dagli israeliani. Khaled non poteva rimanere a guardare ed è sceso anche lui”, ha raccontato Nadia, un’altra amica di Khaled. “Ma gli israeliani gli hanno sparato. Due colpi alla gamba”.

Nadia è una attivista siriana. Conosceva molto bene Khaled. Per questo avevo chiesto a Nadia di scrivere un pezzo su Khaled e io lo avrei poi tradotto in italiano. Nadia inizialmente mi aveva detto che lo avrebbe scritto. Anzi, mi disse che era molto entusiasta perché Khaled era un suo grande amico. Poi, Nadia ha preferito non scrivere nulla, perché – dice – “Non riuscirei usare le parole che Khaled merita”.

Anche io non so cosa scrivere. Vedo i nostri giovani – quei giovani che rendono incrollabile la Siria! – uccisi uno a uno. Volontariamente. Come se ogni macchia colorata di speranza dovesse esser cancellata per lasciare che la Siria sia ricoperta di nero. E penso a Basel Shehadeh, ad Ayham Ghazzul e a migliaia come loro. E scrivo. Non perché trovo le parole o un senso.

La maggior parte dei sedicenti sostenitori della causa palestinese in Italia non sanno davvero cos’è il campo di Yarmuk. Non sanno che da mesi è sotto assedio e sotto le bombe. Non sanno che sono anche palestinesi quelli che si trovano lì, sotto le bombe. Non capiscono cosa intendeva Khaled quando scriveva: “sono le trappole di un regime che si erge a baluardo (della resistenza anti-israeliana, ndr)”.

Questi sedicenti filopalestinesi italiani sono lontani dall’idea dell’essere umano. Mi spiego: a loro non interessa di Khaled e della sua sorte. Per loro è importante urlare “per la causa palestinese”. Appesantire muri con le foto di Che Guevara, avvolgersi il collo con la kefia palestinese anche quando fa caldo. Ma per Khaled non sentono nulla.

Certo. No. Non scrivo per loro. E la Palestina non ritornerà certo grazie a loro. Scrivo perché è una sfida ormai solo con me stessa. Per vedere fino quando posso piangere (19 settembre 2013).