Così Asad prepara le presidenziali del 2014

Homs distruttaNon farà scalpore come una “strage di bambini sotto le bombe del regime” o come la “decapitazione di un religioso da parte di qaedisti”, ma la recente ammissione da parte delle autorità siriane che circa la metà dei 290 registri anagrafici civili sono stati distrutti nelle violenze in corso nel Paese è una notizia di amplissima portata.

Non solo perché tra qualche mese in Siria il raìs Bashar al Assad si presenterà come candidato alle elezioni presidenziali, e sarà così ancor più difficile determinare chi ha diritto di votare in quello o in quell’altro distretto. Ma è soprattutto una notizia che conferma l’impossibilità nel medio e lungo termine di ristabilire a pieno i diritti civili e politici di sette milioni di siriani che hanno dovuto abbandonare le loro case, fuggendo all’estero (oltre due milioni) o finendo nella lista degli sfollati interni (circa cinque milioni).

Il primo luglio scorso avevano suscitato profondo scalpore le immagini dell’incendio, appiccato da miliziani filo-regime, del catasto civile di Homs. La terza città siriana è nota per esser stata – dopo Daraa, nel sud – il centro urbano che più di altri ha partecipato ai primi mesi di proteste pacifiche contro i soprusi economico-sociali del regime. Mentre quell’alto edificio andava in fiamme, scomparivano per sempre documenti e certificati relativi alle proprietà catastali della gente di Homs e dei suoi dintorni.

Non è un caso che le milizie lealiste, impegnate da tempo nell’assedio della città vecchia di Homs solidale con la rivolta armata, abbiano scelto di dare alle fiamme il catasto civile. Il regime di Assad e i suoi alleati da mesi lavorano infatti alacremente e con successo alla “bonifica confessionale” dello snodo di Homs, nella Siria centrale. E’ un corridoio che assicura il vitale collegamento tra la capitale Damasco e la regione costiera fedelissima agli Assad, attraverso il Qalamun occidentale – in questi giorni teatro di aspre battaglie – e la valle libanese della Beqaa, roccaforte degli Hezbollah filo-iraniani.

Homs era stata per secoli dominata da una piccola e media borghesia sunnita, alleatasi con settori dell’imprenditoria cristiana cittadina. Con l’avvento del Baath nei primi anni ’60 e della conseguente ascesca del potere clanico-militare degli Assad negli anni ’70 e ’80, esponenti della regione rurale e delle periferie di Homs, abitate invece in prevalenza da alawiti – la branca dello sciismo a cui appartengono le famiglie al potere in Siria da mezzo secolo – hanno gradualmente preso il sopravvento dei quartieri urbani e dei quadri dell’amministrazione civile.

Nel quadro delle “riforme economiche” avviate dagli Assad a partire dai primi anni 2000 e sotto lo slogan dell’ammodernamento delle infrastrutture urbane, si è accellerato il processo di marginalizzazione economica e fisica di ampi settori della borghesia cittadina, mai veramente in sintonia con gli Assad e, anche per questo, più pronta di altre realtà siriane a scendere in strada nella primavera del 2011 per chiedere “vere riforme contro la corruzione”.

Ma Homs è ormai una città per tre quarti rasa al suolo dalla repressione del regime e dai successivi combattimenti. E la stragrande maggioranza di quei commercianti e di quegli abitanti è stata costretta ad abbandonare le botteghe artigiane, gli stabilimenti industriali, le case e i terreni agricoli. Senza i documenti catastali e il registro civile, anch’esso distrutto, sarà per loro quasi impossibile rivendicare i diritti perduti. La distruzione di Homs ha coinvolto quasi tutti i quartieri sunniti e ha risparmiato invece i quartieri misti o a prevalenza alawita.

In questo quadro va letta la notizia, pubblicata in sordina dai media del regime il 2 aprile scorso, dell’approvazione da parte del parlamento siriano di dare vita a tre nuove regioni amministrative, rispettivamente nella regione di Homs, di Aleppo e di Hasaka. La zona di Homs dovrebbe esser divisa in Homs-città a ovest – connessa al corridoio Damasco-Qalamun-regione costiera e abitata per lo più da alawiti e cristiani delle regioni rurali – e al Badiya, la zona in larga parte desertica e disabitata che si estende fino all’oasi di Palmyra.

Nei mesi successivi a questa decisione il processo di “bonifica confessionale” a danno dei sunniti di Homs e della regione costiera ha subìto un’accellerazione drammatica: l’enclave mediterranea di Baniyas è stata teatro a maggio di due massacri contro civili compiuti da milizie filo-regime. Nelle stesse settimane, gli Hezbollah libanesi hanno varcato l’Oronte, portando un assalto coordinato e senza precedenti a Qusayr, cittadina ribelle posta a metà strada tra Homs e la Beqaa.

Qusayr è caduta ai primi di giugno e alla fine del mese anche Talkalakh, località frontaliera col Libano e sulla strada tra Homs e Tartus, è stata – per usare il gergo del regime – “ripulita dai terroristi”. Nonostante i ribelli islamisti abbiano tentato di sfondare il muro lealista a est di Homs a ottobre scorso, da metà novembre la tanto attesa offensiva di Assad e dei suoi alleati sul Qalamun occidentale ha dato i suoi frutti, consegnando alle milizie del regime due importanti località lungo l’autostrada Damasco-Homs.

Non sorprende dunque che a metà novembre il parlamento siriano abbia approvato l’avvio di un progetto di rinnovo delle carte di identità di milioni di cittadini a pochi mesi dalle annunciate elezioni presidenziali previste per il giugno 2014. Il piano di “ammodernamento” costerà ben 28 milioni di euro, messi sul piatto dai generosi alleati di Assad, e prevede la rielaborazione secondo non precisati “nuovi criteri” della registrazione anagrafica di ogni siriano. Questo mentre un terzo della popolazione ha cambiato luogo di residenza e difficilmente potrà tornare a breve nelle zone di origine. E mentre sono stati distrutti la metà dei registri anagrafici e numerosi registri catastali.

Nei giorni scorsi la tv di Stato siriana ha reso noto che tutti i cittadini devono recarsi negli uffici governativi a chiedere il rinnovo della carta di identità. La questione è prettamente politica: la tessera elettorale per votare il prossimo presidente viene rilasciata solo a chi ha il documento di identità valido. E di fatto soltanto i siriani che sostengono a vari modi il regime o quelli che dopo quasi tre anni di rivolta non si sono schierati apertamente contro Assad, potranno recarsi di persona agli sportelli del ministero senza temere di finire nelle celle del regime.

Di certo invece tutti gli attivisti ricercati, tutti gli esuli all’estero e gli abitanti delle zone solidali con la rivolta non potranno rischiare di farsi arrestare per rinnovare la carta di identità. E non potranno quindi esercitare alcun diritto di voto. Con uno schiocco di dita, tra poco, il loro essere ostili agli Assad sarà certificato da un documento emesso dal regime mascherato da “Stato” (Il Foglio, 6 dicembre 2013).