Cristiani di Qusayr, cosa succede?

L’agenzia missionaria Fides riferiva il 9 giugno scorso di un “ultimatum” lanciato dai ribelli fondamentalisti islamici di Qusayr ai cristiani in cui si intimava di lasciare entro l’8 giugno la cittadina posta tra Homs e il confine col Libano.

La notizia dell’agenzia cattolica è stata poi ripresa dalla France Presse nel quadro della ricostruzione della vicenda di Padre Paolo dall’Oglio, il gesuita romano fondatore della comunità di Mar Musa che si appresta a lasciare la Siria, su richiesta delle autorità di Damasco e di quelle ecclesiastiche locali, dopo trent’anni di impegno nel dialogo islamo-cristiano.

 Les chrétiens de Qusayr, indiquent des sources locales de Fides, font l’objet de vexations comme l’interdiction de circuler et l’obligation de “céder le passage” s’ils rencontrent un musulman “comme à l’époque du califat ottoman”.

L’eco di questo passaggio, fortemente significativo, attribuito dalla France Presse a Fides è arrivato in Siria. Anche alle orecchie dei Comitati di coordinamento locali degli attivisti di Qusayr, collegati ai ribelli dell’Esercito libero. I Comitati di Qusayr l’11 giugno hanno smentito con forza la notizia dell’”ultimatum” imposto ai cristiani locali.

باسم أهالي القصير جميعا ننفي ونستنكر المقالات التي تناقلتها والتي مفادها بأن قائد الجيش السوري الحر في القصير قد أمر الأخوة المسيحيين في القصير بمغادرة القصير فورا وأن أكثر من عشرة آلاف مسيحي قد غادر المدينة وذلك بعد ان تم المناداة من مساجد المدينة على أن المسيحيين يجب أن يرحلوا من المدينة فورا

ونحن أهالي القصير نؤكد أننا والإخوة المسيحيين قد تعايشنا منذ عشرات السنين في القصير بمحبة وسلام وحتى قبل ان يولد حزب البعث القذر الطائفي ونستغرب تصريح الفاتيكان ونستنكره بشدة لأن المساجد لم ولن تنادي برحيل الإخوة المسيحيين من المدينة ونؤكد أن أغلب العائلات المسيحية التي نزحت من المدينة قد نزحت مع العائلات المسلمة منذ فترة شهرين تقريبا نتيجة القصف الهمجي المتواصل والعشوائي من قبل دبابات ومدفعية وهاون الجيش الأسدي الذي لم تميز قذائفه بين مسيحي او مسلم وحتى قناصات الجيش الأسدي التي استهدفت المسلمين والمسيحيين أيضا

ونعيد ونكرر بأن تصريحات الفاتيكان ليست مبينة على أساس الواقع فالنداء الذي ذكر لم يحصل وهذه التصريحات تصب في مصلحة النظام فقط ومساعدته في آخر فرصه وهي الدفع إلى فتنة طائفية لم ولن ينجرف إليها الشعب السوري والهدف الرئيسي من التصريح هو إظهار النظام بأنه حامي الأقليات وإخافتهم من سوريا الحرية والديمقراطية التي تتسع لكل الطوائف والأديان تحت مظلة القانون والعدالة

حمص – القصير – 11-6

Nel comunicato dei Comitati di coordinamento di Qusayr si condannano le “dichiarazioni del Vaticano” e si nega quanto riportato dai media cattolici.

Padre Paolo, nel suo racconto del suo viaggio a Qusayr a fine maggio-inizio giugno, ha confermato che nella regione a sud-ovest di Homs non ci sono solo i ribelli dell’Esl ma anche altri gruppi con tendenze fondamentaliste e salafite. Sono forse questi gli autori dell’ultimatum? Non è dato saperlo, anche perché Fides rimane molto sul vago.

E’ anche vero – e questo Fides non lo scrive – che dall’autunno 2011, alcune famiglie cristiane di Qusayr si sono prestate ad arruolare i loro membri nelle file degli shabbiha, gli squadroni irregolari del regime di Bashar al Asad.

Il fotografo italiano Alessio Romenzi, che ha passato un mese tra gennaio e febbraio scorsi a Qusayr, ha raccontato di tensioni tra gli abitanti sunniti anti-regime e la famiglia Hanna, cristiana. Eppure, già allora, come confermava Romenzi, il fatto che gli Hanna fossero cristiani li aveva a lungo salvati dalla sicura espulsione dalla cittadina, se non addirittura dalla morte.

Perché? Semplice: per non caratterizzare la lotta rivoluzionaria col confessionalismo. “Gli shabbiha commettono crimini. Se noi uccidiamo uno shabbiha cristiano, ad esempio della famiglia Hanna, ci tiriamo addosso le accuse di uccidere in base all’appartenenza confessionale”, mi aveva spiegato a febbraio un membro dei Comitati rifugiatosi nel nord del Libano.

Sembra un paradosso, ma proprio l’appartenenza alla comunità cristiana aveva risparmiato gli Hanna e altre famiglie cristiane. Se gli Hanna invece che cristiani fossero stati sunniti (ci sono shabbiha sunniti, ad Aleppo per esempio), di certo sarebbero stati uccisi. Parola dei ribelli di Qusayr.

A questo si aggiunga – e questo Fides non lo scrive – che il regime ha posto uno dei suoi check point proprio di fronte all’unica chiesa di Qusayr. Il prete è fuggito, ovviamente. Una circostanza confermata da Padre Paolo nel suo racconto. Un altro posto di blocco è stato eretto nella via parallela al corso principale, dove sorgono le case degli Hanna e di altre famiglie cristiane, poco lontano dall’ex ospedale pubblico trasformato dai governativi in caserma, carcere e centro di torture.

E’ un’antica strategia del regime degli al Asad: mostrarsi “protettore delle minoranze”, quando in realtà col suo atteggiamento crea le basi per il risentimento confessionale.

Quando a Qusayr – ma è accaduto anche nella limitrofa regione di Tall Kalakh – l’esercito si erge di fronte alle chiese o a quartieri cristiani, lo fa per mostrare che i ribelli sunniti attaccano le zone cristiane. E le forze lealiste sono lì “a protezione dei cristiani”. Non è una mia opinione, è frutto di un’indagine storica condotta delle tecniche del regime degli al Asad dalla metà degli anni ’70 ad oggi.

A Qusayr ma anche altrove, se il check point non fosse presente, i ribelli non avrebbero alcun motivo di sparare in direzione della chiesa o della casa di quella famiglia cristiana.

In questo contesto, è comprensibile la paura dei cristiani di Qusayr e di altre regioni siriane. Si spiega così meglio la fuga di “migliaia” (Fides) di cristiani di Qusayr. Loro stessi cadono nel tranello del regime. E ormai sembrano caderci anche frange non controllate dell’Esercito libero.

A forza di esser provocato sulla delicata corda confessionale, qualche testa calda fa quello che il regime e molti cattolici conservatori sperano: lanciare ultimatum ai cristiani e trattarli come subordinati (Risibili sono poi i richiami al presunto oscurantismo del “periodo ottomano”. Solo chi non conosce la Storia della regione e riduce l’impero ottomano agli ultimi anni dei Giovani Turchi, può credere a simili falsità).

Il tutto per dimostrare che “meglio Bashar al Asad che il cambiamento”.